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Aspettativa sessuale

Marcello era un giovane liceale. Un diligente studente, un buono sportivo, simpatico e spiritoso. Un bel ragazzo, forse non molto alto ma affascinante e sicuramente attraente. Nel mare delle doti e virtù, si ergeva però una terribile timidezza, che lo frenava un po' con le ragazze. Certo molte lo guardavano ammiccando, ma lui non se ne accorgeva e pensava così di non avere le qualità che possano dare profitti nel campo del corteggiamento.
Marcello non era uno stupido, sapeva di essere bello, ma si rendeva altresì conto che questo non era sufficiente per far innamorare una ragazza: per questo genere di cose ci vuole una capacità tutta particolare, innata in alcuni talentuosi rampolli, che già in tenera età, si prodigano in incredibili manovre di seduzione con le più belle ragazze in circolazione. Non di rado infatti si scorgono belle ragazzine insieme a brutti e ridicoli cialtroni in grado però di essere abili corteggiatori.
All'età di 19 anni, pochi mesi lo separavano dalla maturità, ma Marcello era ancora vergine con alle spalle poche storie d'amore.
Da un po' i suoi desideri sessuali si erano acuiti ed era perciò sempre più dedito alla masturbazione. Durante le sue avventure solitarie, Marcello creava immaginose e rocambolesche storie di sesso con tutte le donne che conosceva, figurando precisamente nella mente luoghi, situazioni e discorsi. In quel tempo il suo chiodo fisso era costituito dalla propria insegnante di matematica: la professoressa Francesca Decari.
La Decari non era in verità una eccitante algida e giovane valchiria, snella soda e lussuriosa; si trattava di una donna di poco meno di cinquanta anni, bruna con lunghi capelli lisci, sempre stretti in una coda che fluttuava sulla schiena seguendo i movimenti sinuosi del corpo un po' abbondante. Certo, non era magra, ma non sfigurava nemmeno con qualche chilo di troppo che arrotondava le già prosperose curve di stampo mediterraneo, benché a differenza dei latini veri e propri, la prof. Decari fosse alta.
Spiccava un bel viso, non più fanciullesco ma seducente, forse ancora di più da quando si erano formate le prime rughe. Una bella donna, e riconosciuta tale da molti.
Dal punto di vista scolastico Francesca era sempre stata una professoressa severa ma giusta, preparata nella propria materia e una corretta ed umana interlocutrice. Aveva saputo ottenere la stima dei propri studenti e là dove questa non era arrivata, era certamente giunta la paura che in loro incuteva, attraverso la propria autorità.
Al principio Marcello si limitava a maneggiarsi l'uccello pensando alla propria eroina, assaporando sulla punta della lingua l'eccitazione di sussurrare quelle tre sillabe così autorevoli che scivolavano tra la lingua, il palato le proprie labbra: Fran-ces-ca, mentre con la sinistra, smanacciava il suo affaraccio robusto e massiccio. Giungevano ai sensi contemporaneamente l'odore del pene agitato all'aria e il nome quasi sacro della professoressa pronunciato timorosamente dal giovanotto.
Il passo successivo fu quello di fantasticare sui seni della Decari durante le ore di lezione. La professoressa, portava spesso pullover sottili e morbidi, che accentuavano quei due grossi frutti esotici maturi e tondi sostenuti e stretti dal reggiseno, senza il quale la gravità avrebbe avuto il sopravvento.
Avrebbe voluto toccare quelle tette a suo avviso perfette. Sfiorare la pelle di quel seno prorompente, sentire i brividi crescere sotto le proprie dita, togliere il reggipetto in pizzo nero e osservare quelle rotondità che ormai non più costrette da alcun indumento: si sarebbero lasciate vincere dal proprio peso, adagiandosi sul corpo, diluendosi quasi e cambiando forma dolcemente e meravigliosamente.
Avrebbe palpato la carne morbida e fredda, dei glutei tondi ed eccitanti che vedeva agitarsi sotto la gonna mentre la professoressa scriveva alla lavagna. Fantasticava su quelle mani sottili e laboriose che vedeva muoversi esperte tenendo stretto il gessetto. Avrebbe certamente desiderato che quelle stesse mani trattenessero fermamente il proprio cazzo duro e pulsante di vita.
Presto Marcello iniziò ad avere una vera e propria venerazione nei confronti della professoressa. Vedeva in lei un essere superiore, capace con un proprio sorriso, di rischiarare un'intera giornata. Adorava la sua dea imperfetta e rendeva oggetto di culto ogni cosa da lei toccata, ogni superficie da lei sfiorata, la terra che Francesca calpestava, l'aria respirata, qualsiasi particella che anche solo per una frazione di secondo fosse venuta in contatto con lei.
Marcello appoggiava in estasi le proprie mani sulla cattedra, là dove il palmo della mano di Francesca era stato qualche minuto prima. Inspirava forte quando lei gli passava vicino e tratteneva il più a lungo possibile il suo profumo nei polmoni. Quando capitava, prendeva di nascosto dai compagni, i bicchieri di carta usati dalla Decari per bere il caffè. Una volta portato a casa il cimelio, leccava godurioso i bordi del recipiente plasticoso, perché lì si erano posate le labbra di venere. Arrivò ad avere una collezione di oltre dieci bicchierini, tutti conservati in un cassetto nella cameretta, insieme ad una foto scattata di nascosto alla prof. e ad alcune pagine di quaderno da lei toccate.
La venerazione di Marcello divenne ossessione maniacale, l'amore per Francesca: la sua religione, e il cassetto dei cimeli: il tempio ove adorare il proprio dio: Francesca Decari.
Marcello ormai si masturbava tutti i giorni, pensando alla professoressa, spesso guardando la fotografia, con il pene arrotolato nelle pagine di quaderno e venendo nei bicchierini. Avrebbe anche fatto lo schiavo per Francesca, avrebbe fatto tutto per lei.
Presto però la scuola finì e la fissazione di Marcello scemò, fino a sparire dileguandosi in quella stessa estate afosa.
Francesca si era accorta di alcune delle attenzioni di Marcello e ipotizzò che il ragazzo si fosse innamorato di lei, ma nulla andò oltre un'ipotesi. Fu proprio Francesca ad incitare Marcello, uno studente capace e diligente, ad intraprendere la strada universitaria, seguendo una disciplina scientifica.
Per due anni non si videro, fino a quando Francesca ricevette la telefonata della madre di Marcello, dicendo che il figlio aveva dei problemi con l'esame di Istituzioni Matematiche 2, e chiedeva se lei fosse disponibile a dare delle ripetizioni.
Francesca faceva spesso delle lezioni private nel pomeriggio, per arrotondare il misero stipendio da professore che percepiva, così accettò. Lei viveva in una bella casa situata in un prestigioso quartiere. Aveva due figli uno di venti e l'altro di ventitré anni. Suo marito era un architetto e tra i due la passione amorosa era ormai sopita. Non facevano sesso che due o tre volte all'anno ormai e forse lui la tradiva.
Francesca si sentiva però ancora attraente; aveva abbandonato l'austera acconciatura con la coda, per passare ad un caschetto con capelli pari poco sotto le orecchie. Aveva così un aspetto più giovanile e per come parlava e sorrideva, per come si vestiva, nessuno le avrebbe dato più di quaranta-quarantadue anni, ora che ne aveva già cinquanta.
Arrivò Marcello per la sua prima ripetizione. Francesca aprì l'uscio: -Ciao Marcello, come ti sei fatto grande, come va?- -Bene, bene, grazie- indugiò -e lei?- -Non c'è male- rispose chiudendo la porta alle spalle dello studente.
Erano soli in casa.
Marcello era un adulto ora, pensò Francesca osservandolo. Si trattava senza dubbio di un bel ragazzo aitante ed energico, chissà quante ragazzine gli correvano dietro.
-Accomodati, vieni.- Poi lui la guardava ancora con quello sguardo di ammirazione, lo stesso di una volta, e questo la faceva sentire ancora desiderabile. Aveva bisogno di sentirsi apprezzata, guardata, visto che il marito non aveva più nessuna attenzione per lei.
Proprio un bel ragazzo, considerò, soffermandosi ad osservare il braccio muscoloso mentre Marcello appoggiava per terra la cartella. In particolare esaminava la vena gonfia di vita che tracciava una linea netta sul bicipite in trazione.
Sorrise e cercò di darsi un contegno, avrebbe potuto essere suo figlio! -Guardi prof. che è stata un'idea di mia madre. Fosse stato per me non l'avrei disturbata, avrei potuto fare da solo- e aggiunse -anche se dopo tutto, quello che so lo devo a lei.- Francesca sorrise, si sentiva orgogliosa del suo studente.
-Lo so, lo so che sei bravo. Facciamo che questa è una visita di cortesia, poi se vuoi non venire più.- -No, no, non volevo dire questo, ormai sono qui, un aiuto non può farmi male, no?- -Bene- riprese lei che aveva capito: lui voleva continuare a vederla -Allora, se hai deciso di seguire le mie ripetizioni forza iniziamo.- Francesca era raggiante, finalmente sapeva con certezza di poter piacere ancora, un gusto tutto femminile che non è voglia di esibirsi, ma soddisfazione scaturita dell'essere notata nella moltitudine.
Così i due si videro per un mese, due volte alla settimana. Durante questo periodo crebbe il loro affiatamento e gli sguardi di Marcello riempivano di gioia Francesca lusingata da tali attenzioni. L'insegnante iniziò così a ricambiare quegli sguardi, più per riconoscenza che per un vero sentimento, ma anche per provare a se stessa di essere nuovamente in grado di sedurre.
Un pomeriggio le loro mani si toccarono, forse per sbaglio, o forse entrambi avevano nel loro profondo il desiderio di farlo. Marcello guardò i profondi occhi scuri di Francesca ed iniziò ad accarezzarle la mano. Lei per un po' continuò a spiegare la lezione, senza guardarlo in viso, poi le sue parole si fecero lente, i suoi pensieri passarono ad ...

 

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