Genoa era davanti a me e Varagine alle mie spalle, insieme a quella
cittadina, anche tutto il mio lungo peregrinare fin lì effettuato
partendo da Santiago de Compostela in Spagna, dove risiedeva la mia
casa madre.
Ero molto sorpreso e onorato che il vicario imperiale avesse richiesta
più che la mia presenza, il giudizio e l'eventuale intervento della
mia persona.
I signori della città avevano esplicitamente supplicato la mia
presenza per dipanare un inquietante caso di stregoneria segnalato
nelle loro terre, cosicché l'usurpatore del papa in persona mi aveva
convocato ad Avignone e quindi inviato in missione in terra ligure
nonostante Genova si fosse concessa all'impero.
Gli accadimenti di cui qui lascio la mia indegna memoria di peccatore
ebbero luogo al finire dell'anno del Signore 1327, anno in cui
l'imperatore Ludovico scese in Italia nel tentativo di restituire
dignità al Sacro Romano Impero.
Forse proprio la presenza di un simoniaco (intendo Giacomo di Cahors,
onorato dagli empi come Giovanni XXII) sul seggio di Pietro portò in
quegli anni a molti eventi mirabili che indicavano come
particolarmente intensa l'opera del Signore delle Mosche, l'Oscuro
Signore che trama nelle tenebre per confondere lo spirito degli uomini
stolti come quello dei più saggi e probi. In particolare le terre dei
Visconti ancora ardevano delle fiamme ivi appiccate dalla rivolta di
fra Dolcino.
Era da poco passata l'una, perché avevo scelto l'accogliente luogo di
Varagine per consumare il mio modesto pranzo: del pane, un po' di
formaggio e del buon vino rosso che m'avevano donato lì in Liguria
durante la mia sosta al castello dei Doria, presso Dolceacqua.
Quel luogo mi aveva ritemprato l'animo e lo spirito.
Giunto a Genoa mi recai presso i padri domenicani e il loro priore mi
condusse al palazzo del doge.
Qui incontrai un membro della potente famiglia Doria, il quale,
essendo di maniere spicce, dopo avermi squadrato ben benino mi chiese:
"Voi siete di famiglia umile?"
"No, i miei sono i signori della Valenza."
"Allora voi non siete il primogenito."
"Invero lo sono."
"Avete compiuto studi ecclesiastici?"
"No, studiai presso l'università di Valenza."
"Siete un così bel giovane, avete un portamento fiero e nobile, quale
allora i motivi di queste umili vesti di fraticello?"
"La fede, mio signore."
L'espressione del nobiluomo non pareva convinta e ogni tentativo di
celare la sua perplessità sul motivo dei miei voti gli risultò vano.
"Si accomodi, vuole qualcosa di corroborante da bere, ho dell'ottimo
distillato di uve da offrirle."
"No, grazie. Il viaggio è stato lungo e vorrei sapere il motivo per ci
è stata richiesta la mia presenza."
"Le dirò subito che lei è stata una scelta di ripiego, in questi mesi
ho tentato di convincere fra Guglielmo da Baskerville di recarsi in
Liguria, ma dal convento di Melk mi è giunta notizia che egli sia
attualmente occupato in alte faccende. Una inspiegabile sequela di
morti in un convento benedettino, se ben ricordo i fatti."
"Non si preoccupi, ho gran rispetto per il confratello Guglielmo, ma
la pregherei di venire a i fatti."
"Ora qui in Liguria, nelle terre che appartengono alla mia famiglia, a
ponente, accadono strani fatti--"
"Conosco le vostre terre e l'ospitalità della vostra casata, che tanto
gentilmente mi ospitò nel loro maniero di Dolceacqua."
"Bene, allora avrete già conosciuto mia moglie e mio figlio."
Annuii.
"Tornando al dunque, non molto distante da dove lei ha trovato
rifugio, al di là dell'abitato di Isolabona, dopo aver oltrepassato le
terre sabaude ed essere ritornati nei possedimenti liguri sorge un
borgo antico, erto su un dirupo. Il nome di quel borgo è Triora."
"Ne ho avuto notizia, proprio durante il mio soggiorno a Dolceacqua e
dai vostri cari mi è stato dato in dono un ottimo formaggio, prodotto
in quel luogo."
"Già, ma quello che ci preoccupa non è il formaggio che ivi si
stagiona, ma il miele del diavolo che lì si produce."
"Spiegatevi meglio e senza giri di parole."
"Molti ragazzi in età di prender moglie sono morti in quella valle e
nelle vallate vicine."
"Si tratterà di qualche morbo, non mi pare che questi siano tempi per
cui si debba scomodare l'opera della Scimmia per un tale tipo di
morte. Si tratterà di colera, febbre gialla o peste."
"Volesse Iddio!" Esclamò con un'espressione atterrita il nobiluomo,
poi proseguì dicendo: "Ma le malattie non colpiscono solo i ragazzi
più belli e forti, anzi queste sono prerogative specifiche di chi è
sano--"
"Vi comprendo, ma la peste, ad esempio, non fa nemmeno distinzione tra
cristiani ed infedeli."
"Inoltre vi sono altri fatti strani che inducono a pensare sia opera
del Maligno o di qualcuno che operi per conto suo."
"Cosa?"
"Questi giovani ragazzi, caratterizzati da particolare vigoria fisica
e beltà, sono stati tutti trovati cadavere in uno stato, per così
dire, "particolare"."
Più il nobiluomo parlava e più la faccenda mi si faceva oscura, troppe
metafore, troppo timor di Dio a dire le cose come stavano, provai a
tagliar corto."
"Vedrò allora di dirigermi a Triagora"
"Triora" mi corresse il Doria.
"Giusto, Triora-- e giunto colà controllerò de visu cosa sta accadendo
e, per indagare, utilizzerò i "moderni" metodi scienza, come ce li ha
ben decritti il buon Aristotele nella sua opera Organon, dove egli
indica e compendia il valore strumentale e metodologico della logica
al fine di realizzare un percorso dicotomico che permetta di
distinguere il vero dal falso, l'opera del Creatore da quella della
Scimmia."
Non ero particolarmente entusiasta per quanto m'era stato detto. Dopo
essere stato ospite dei Doria a Dolceacqua, avevo intrapreso il
viaggio verso Genova per scoprire che dovevo tornare indietro e,
inoltre, per non aver appreso nulla che non avrei potuto apprendere lì
dov'ero nella Liguria di ponente.
Il priore mi riaccompagnò al convento,dove m'informò di parecchi
oscuri eventi che stavano accadendo in Europa e di come le eresie
stessero diffondendosi divorando la Chiesa peggio della lebbra.
Lo lasciai parlare, perché, almeno relativamente all'argomento eresie,
noi fraticelli non eravamo messi benissimo e, per quel che riguardava
l'ordine a cui apparteneva il priore, non lo vedevamo di buon occhio,
al punto da averli rinominati Domini canes.
La notte non fu delle più tranquille. Fu caratterizzata dalla visione
di un borgo assiso su una rupe, che fosse Triora?
Nel sogno io volavo, mentre le nubi si addensavano su una montagna lì
vicino. La gente del villaggio fuggiva terrorizzata dai vini campi per
correre al riparo nelle loro case, ma ad intimorirli non pareva essere
la possibilità di un'improvvisa pioggia o di una repentina grandinata,
allora cosa?
Sempre nel sogno, io volavo verso la montagna dove, ad un certo punto,
riuscivo a distinguere diverse figure ignude intente a danzare. I loro
lineamenti si trasmutavano ad ogni passo passando da una bellezza da
ninfa alla deforme bruttura di un'arpia.
Dal fuoco intorno a cui danzavano e che pareva essere il centro stesso
intorno a cui si addensassero quelle oscure nubi, si materializzò ad
un tratto un essere metà umano e metà caprino i cui lineamenti della
faccia, tuttavia, sembravano appartenere ad un babbuino. Quest'essere
pareva non soffrire del calore emanato dalle fiamme. Ne uscì, esibendo
oscenamente lo stato di eccitazione virile in cui era e, la verga che
esibiva non pareva avere nulla di umano.
Gli esseri danzanti interruppero il loro girotondo, prostrandosi alla
creatura ed esibendosi in gesti osceni nei confronti della verga
eretta.
Fu a questo punto che mi svegliai di soprassalto intriso di sudore e
scosso dai brividi di terrore per quanto avevo visto.
Che fosse una premonizione? Un avviso da parte di Domineddio di quanto
avrei potuto trovare in termini di dissolutezza in quelle lande? Che
fosse L'Oscuro Tessitore in persona che invece stesse calando la sua
rete di subdole ed oscene tentazioni sulla mia persona?
"Vi possederò ad una ad una analmente!"
Risuonò una voce nella mia testa. Decisamente non poteva essere la
voce di nostro Signore, possibile che il Nemico s'annidasse anche in
quel convento.
Impossibilitato a riprendere il sonno, decisi di scendere presso il
chiostro e dedicarmi alla meditazione.
Fu in quel frangente che mi parve di riudire quella voce.
"Vi possederò analmente ad uno ad uno!"
Ma la voce mi sembrava diversa e non così ultraterrena come la volta
precedente.
Pareva provenire dal refettorio. Nel massimo silenzio mi diressi verso
quella direzione, da dove adesso provenivano gemiti e lamenti.
La porta del refettorio era chiusa a chiave, ma la porta presentava
sufficienti fessure per poter spiare cosa stesse accadendo all'interno
di quella stanza.
Avvicinai l'occhio e quello che vidi turbò alquanto il mio animo: il
priore era intento alla sodomia con alcuni giovani novizi. Dunque il
mio sospetto era fondato, il Nemico agiva anche dentro quelle pareti.
Cercai la forza nella preghiera, quindi ebbi l'illuminazione divina di
preparare le mie cose, lasciare un messaggio di commiato e
ringraziamento al priore e, infine, prendere a prestito un asinello
per dirigermi già in quelle ore della notte verso il ponente ligure.
Pregai per l'intero viaggio, pregai perché la mia anima non rimanesse
contaminata, pregai per l'anima di quei peccatori, affinché si
ravvedessero e pregai per i giovani ragazzi di Triora e dintorni
affinché non cadessero preda del Maligno.
Quando giunsi ad Oneglia ero esausto, non ero riuscito a chiudere
occhio, giacché appena mi calavano le palpebre riprendeva sempre forma
il medesimo incubo in cui la bestia possedeva analmente quelle strane
creature della notte e la voce della Bestia e delle creature nella mia
testa finiva per confondersi con quella del priore e dei novizi.
"Santa Annalisa del Baganza, proteggi l'anima mia!" Dissi.
Ero molto devoto alla santa, che peraltro avevo conosciuto in gioventù
prima di prendere i voti e portavo sempre con me una effige della
consorella che la raffigurava nell'atto umile di nutrirsi di un porro
e predicare.
L'invocazione m'era venuta istintiva, ma solo in un secondo tempo
rammentai gli ammonimenti che ella mi aveva dato in gioventù: "Lì,
nell'arco di mare dove l'aquila troneggia, non ti fidare di quel che
sembra e appare."
Intorno a me c'erano il simbolo della signoria che dominava quelle
terre: un'aquila per l'appunto. Che l'arco di mare fosse il mar
ligure? Cosa avrei frainteso lasciandomi guidare dalle apparenze?
A Oneglia chiesi chiarimenti su come giungere a Triora e tutti mi
consigliarono di risalire il corso del torrente Argentina che aveva la
propria foce presso Taggia.
Così feci, senza nemmeno sostare per il pranzo, ormai avrei mangiato a
Triora, era solo una questione di poche ore.
Giunto sul luogo presentai le mie credenziali al podestà, il quale mi
accolse con le medesime benedizioni che avrebbe dell'acqua per un
assetato nel deserto.
"La ringrazio per l'apprezzamento dimostrato, ma averi bisogno di
chiarimenti su quanto accade i queste vallate."
Il podestà si guardò intorno come per controllare che non ci fossero
orecchie indiscrete che potessero ascoltare.
"Si tratta di una maledizione!"
Io sorrisi e lo ammonii: "Suvvia, buonuomo, prima di prendere in
considerazione il Signore delle Tenebre, sarebbe opportuno valutare i
fatti--"
"Andiamo ai fatti, mi segua al palazzo del capitaniato."
Lo seguii. L'uomo, nonostante l'età possedeva un buon passo,
probabilmente legato all'abitudine di salire e scendere quei carruggi
tutti i giorni. Io, invece, cominciai ad ansimare ben presto e a
perdere terreno, nonostante avessi almeno una decina abbondante di
anni in meno.
"Viuzze di montagna!" Esclamo con tono giulivo il podestà, quasi d'un
colpo fossero svanite le sue paure.
Non risposi, non perché non sapessi cosa risponde, ma perché non avevo
fiato a sufficienza per effettuare la cosa.
Giungemmo infine ad un grosso e massiccio palazzo. Reggendomi ad un
muro e alla mia fede riuscii a non imprecare per lo sforzo che avevo
dovuto compiere.
L'uomo mi fece entrare e mi mostrò delle scale che scendevano verso un
piano interrato completamente scavato nella roccia d'ardesia.
Rispetto alla calura asciutta dell'estate, lì regnava un'aria fresca,
a volte persino gelida.
"Venga mi segua"
Il podestà reggeva in mano una torcia e il so incedere ora pareva
goffo, ma probabilmente era dovuto al gioco di luci ed ombre provocato
dalle fiamme.
Dopo parecchi metri percorsi tra corridoi e sale, giungemmo in un
ampio salone al cui centro c'erano vari tavoli e, coperti da un telo,
quelli che supposi da subito essere dei cadaveri.
"Non avete provveduto a seppellirli? Non è pericoloso se si trattasse
di un'epidemia tenerli tutti raggruppati in un simile posto?"
"Lei che un uomo di scienza, mi saprebbe dire quale malattia provoca
una simile morte?"
L'uomo tolse un telo e, istintivamente, io mi girai dall'altra parte.
"Non si preoccupi, non c'è decomposizione. È come venissero
mummificati o, peggio, trasformati in oscene statue."
Fu quest'aggettivo: osceno, che vinse la mia repulsione e m'indusse a
voltarmi ed osservare.
Ciò che vidi era invero curioso: il rigor mortis sembrava giunto
istantaneo mentre il ragazzo era piegato a compiere non si capiva bene
cosa. L'espressione del viso non dimostrava sofferenza, tuttavia
presentava il tipico rictus. Cercai tra i miei indumenti un fidato
amico.
"Oh quale diavoleria è mai questa!" Esclamo il podestà.
"Signor mio, si tratta di scienza moderna prodotta dai mastri vetrai.
Invece di essere piano, questo vetro è concavo e la forma gli
conferisce una dote miracolosa: quella d'ingrandire i particolari."
"Oh stanti benedetti del Paradiso, ma non sarà magia nera?"
"Non è magia nera, ma scienza, prima dei greci e poi degli arabi. L'ho
fatto eseguire dopo avere letto dei testi arabi presso l'università di
Grenada."
"Ma siete sicuro che non sia "infetto", dopotutto è opera degli
infedeli!"
"Non temete non ha mai danneggiato nessuno fino ad ora, anche se
occorre maneggiarlo con cura quando si è all'esterno, infatti esso
concentra i raggi del sole ed è in grado di appiccare il fuoco come
fece Archimede con i legni dei romani."
"Mi meravigliate frate Guglielmo d Baskerville, ciò che mi è stato
riferito di voi corrisponde dunque al vero!"
Per non mettere in imbarazzo il mio anfitrione, non lo corressi e non
lo informai che non ero fra Guglielmo da Baskerville, il quale in
compenso avrebbe di buon grado preferito avere la mia giovane età
piuttosto che possedere la propria, ma veneranda.
Un esame attento del cadavere m'indusse un atroce sospetto. Nonostante
avessi preso i voti, nella mia prima gioventù ero stato un giovane
rampollo della nobiltà spagnola scapestrato come tutti i miei coetanei
e, all'epoca, prima di udire il richiamo di nostro Signore, avevo ben
recepito ed accolto il richiamo dell'altro sesso. Era quindi inutile
fare il falso ingenuo.
"In acto copulatio--"
"In cosa?" Mi venne chiesto.
"Il giovane sembra essere deceduto nel pieno di un rapporto sessuale,
anzi direi al termine: eculatio manifesta!" Dissi indicando alcune
chiare tracce sul glande.
C'era qualcosa di strano. Alcuni studi, peraltro bollati all'indice,
pubblicati su recenti pubblicazioni di anatomia tendevano ad escludere
la presenza di materiale cartilagineo o di fibre muscolari all'interno
dell'organo riproduttivo maschile, quindi non era possibile che vi
fosse rigor mortis, eppure il turgore e la fierezza del turgore
manifestata dal soggetto in esame era, a dir poco straordinaria.
Guardai con maggior cura i tavoli e li contai. Erano ben ventotto. Di
essi solo sette erano vuoti, quindi, secondo logica, c'erano almeno
altri venti vittime da poter esaminare.
La popolazione di quel paesino doveva aggirarsi sulle trecento anime.
"Santi numi!" Esclamai, terrorizzando il podestà.
"Cosa accade!" Esclamò a sua volta in preda al panico.
"Nulla, mi scusi, ma questi sono tutti i giovani morti di recente?"
"No, sono tutti i giovani morti nell'ultimo anno."
"Come, nell'ultimo anno?"
"Le ho detto che non si decompongono?"
"Già, adesso che mi ci fa pensare, rammento."
Li esaminai ad uno ad uno. Una cosa li avrebbe accomunati anche
all'occhio più distratto: erano tutti morti al termine di un rapporto
sessuale. Sorgeva una domanda spontanea: si trattava sempre della
medesima persona? Se sì, un uomo, un donna o qualcos'altro?"
Cominciai ad annotare alcune osservazioni, preziosi indizi su cui
avrei potuto riflettere, ricavandone logiche deduzioni da cui, poi,
formulare delle ipotesi.
"In verità, c'è dell'altro" mi disse la mia guida "una leggenda, anzi:
una maledizione, ma per questo la devo condurre in un altro luogo,
alla dimora di messer Outsone, uno studioso di medicina che però qui
effettua studi di letteratura e si prende cura dei testi conservati
nella biblioteca privata dei Doria.
Giunti presso la dimora del dottore Outsone il podestà mi salutò.
"Credo che non sia più richiesta la mia presenza messer Outsone era
già stato informato della sua visita."
Bussai e mi venne ad aprire una persona non più giovane con sul naso
delle lenticule. Questo mi portò a pensare che fosse la persona che
cercavo e mi diede l'opportunità di presentarmi.
"Lei e il dottor Outsone, suppongo. Piacere di conoscerla, io sono fra
Olmés."
"Entri, si accomodi."
"Mi hanno detto di recarmi da lei per una questione che riguarda una
maledizione."
"Appunto, si accomodi pure su quella sedia."
L'uomo si diresse verso un tavolo pieno di pergamene, quindi dopo aver
borbottato a lungo frasi incomprensibili scartabellano tra i vari
fascicoli, estrasse una antica pergamena piena di polvere.
Dopo averci soffiato sopra e provocato una nuvola pulverulente
irrespirabile si accomodò vicino a me.
"Le sembrerà incredibile, ma io poso questo documento sempre sopra
tutti gli altri e poi, incredibilmente finisce in mezzo alla pila e
sempre pieno di polvere, nonostante ogni giorno il lo polisca e lo
risistemi in cima alla pila."
Indubbiamente vi erano degli elementi indiscutibilmente soprannaturali
in tutta questa faccenda.
"Scusi l'ardire, ma se lo scritto è antico, cosa può avere mai a che
fare con fatti recenti."
"Le leggerò il manoscritto."
"Sulle origini della maledizione che pende sulle teste degli abitanti
di queste valli si sono sentite molte voci e, proprio per questo
motivo, ho ritenuto importante che rimanesse a memoria un documento
scritto prima che il tramandarsi dei fatti per via orale ne alteri
talmente i connotati, da rendere tutta la storia irriconoscibile.
Nell'anno del signore 964 nacque nei pressi di Dolcacqua un bimba,
essa era figlia di una famiglia di abruzzesi giunti sin qui per
lavorare preso il maniero dei Doria. La bambina crebbe forte e bella
insieme ai suoi fratelli finché un giorno, quand'ella aveva smesso
l'aspetto di bambina per assumere quello di donna, si posarono su di
lei gli occhi e le bramosie del conte il quale la ebbe per una notte
con l'inganno. Per raggiungere il suo turpe scopo il conte si era
fatto aiutare da un potente negromante dedito alla magia nera, questi
in cambio gli aveva chiesto di avere per sé il frutto di quella
congiunzione carnale. Disonorata nel proprio nome la ragazza fu
cacciata dalla famiglia e dal paese e nessuno in tutta la vallata le
diede aiuto. La poverina riuscì a campare dei frutti della terra,
portando in sé il frutto di quell'atto proditorio da parte del conte e
venendo a vivere a Trioria, ma il giorno stesso in cui ella lo
partorì, debole per gli stenti, morì. Prima di morire però getto una
maledizione sulla popolazione di queste vallate, una maledizione che
si sarebbe dovuta tramandare di generazione in generazione tramite il
seme di suo figlio e che si sarebbe adempiuta alla nascita della prima
femmina. Io fui testimone dei fatti e Iddio mi perdoni il peccato di
non aver soccorso una povera ragazza sperduta per timore della
vendetta del conte."
"Cosa ne dice?" Mi chiese lo studioso.
"Interessante, l'ipotesi sarebbe che solo ora sia nata la femmina di
questa stirpe. Che firma porta il documento?"
"Un attimo che non comprendo la calligrafia, credo: fra Edoardo da
Pigna."
"Allora la ragazza nacque nel 964, facciamo che sia stata sedotta a
quindici anni e che abbia partorito a 16, allora si parlerebbe del
980, sarebbero 347 anni in cui si sarebbero succedute solo generazioni
di maschi, la cosa mi pare improbabile. Esistono memorie che fatti di
questo genere siano già accaduti in passato?"
"No, almeno per quel che riguarda i documenti in mio possesso."
"Avete istituito un coprifuoco o qualcosa di simile?"
"Certo, ma lei forse non s com'è bollente il sangue di un giovane
uomo--"
"Non si preoccupi, prima di indossare la tonaca sono stato anch'io un
uomo dai bollenti spiriti."
"Tuttavia--"
"Tuttavia cosa? Non mi nasconda nessuna informazione."
"Tuttavia c'è una ragazza che vive sullo sperone sopra Pigna, la quale
è additata da molti come una strega."
"Ha un nome la ragazza?"
"Non so, tutti la chiamano semplicemente la maliarda."
"Vive da sola questa donna?"
"No, pare abbia un figlio."
"E il figlio si sa di chi sia?"
Ci fu un lungo silenzio pieno d'imbarazzo.
"Dunque si sa o no di chi sia questo figlio?" Chiesi nuovamente con
maggior decisione.
"Del diavolo!"
"Santa Annalisa del Baganza, proteggi l'anima mia!" Esclamai facendomi
il segno della croce.
Poi ripresi la piena facoltà mentale e mi vergognai molto della mia
reazione.
"Indagheremo sulla questione, potrebbero solo essere illazioni, la
donna non potrebbe essere una strega e il bimbo potrebbe essere
semplicemente il frutto della colpa" dissi.
L'indomani mi recai nel borgo di Pigna, per arrivarci dovetti valicare
una montagna e giungere fino alla successiva vallata. Giunto in riva
al torrente Nervia vidi un piccolo nucleo di case che erano sorte su
uno sperone roccioso che sorgeva proprio di fronte al borgo di Pigna.
Sempre in groppa al mio somarello risalii un sentiero che prendeva
spunto da una piccola chiesetta, valicava un torrente mediante un
piccolo ponte e s'arrampicava su-su fino allo sperone.
Giunto sulla sommità, incrociai un piccolo galletto nero e la cosa mi
inquietò non poco, poiché tale animale è spesso connesso ai rituali
satanici.
Avanzato fino a quella che supponevo essere la casa della megera,
tentai di avvicinarmi ad una finestra per poter buttare un occhio
all'interno senza destar sospetto. Per fare ciò dovetti legare il mio
somarello ed inerpicarmi su per un carruggio, quindi arrampicarmi per
un muro e camminare sopra un tetto, così da giungere fino ad un
feritoia che suppongo servisse per arenare la casa.
All'interno vidi un ambiente sudicio, polveroso in cui povertà e
disordine la facevano da padrona.
Inizialmente non vidi nessun essere umano, ma solo un gatto, anch'esso
come il galletto era nero. Dopo un po' il gatto si allontanò e, al suo
posto, giunsero prima i passi, poi il corpo in carne ed ossa di una
giovane donna il cui aspetto stanco e sfatto non riusciva però a
nascondere un'antica beltà.
Rimasi in silenzio ad osservare.
La donna attizzo il fuoco su una stufa e pose un calderone a bollire.
Difficile dire se preparasse un qualche intruglio magico o la propria
cena.
Di lì a poco sentii bussare.
La donna sparì alla mia vista. Supposi fosse andata ad aprire. Di lì a
poco ricomparve in compagnia di un uomo piuttosto avanti negli anni,
coperto da un mantello.
Quando l'uomo si tolse la sua vecchia zimarra, potei notare
l'abbigliamento da ecclesiastico.
Rimanendo in silenzio osservai la scena.
L'ecclesiastico diede un sacco di iuta contenente qualcosa. La ragazza
lo afferrò con bramosia e ne ispezionò il contenuto quindi sorrise
soddisfatta all'uomo il quale le restituì il sorriso.
A questo punto la ragazza s'inginocchiò. Sulle prime, il mio animo
candidò ritenne fosse per ricevere una benedirne e declamare con
l'uomo di chiesa una preghiere. Invece ben presto le mani frugarono
sotto la tonaca dell'uomo, fino ad estrarne il membro.
"Santa Annalisa del Baganza, proteggi l'anima mia!" Esclamai
istintivamente.
I due si guardarono attorno nervosi per un attimo, rimanendo in
silenzio, in attesa di qualche elemento rivelatore che manifestasse la
mia presenza.
Nonostante l'istintiva repulsione a ciò che stava per accadere, mi
costrinsi ad assistere in perfetto silenzio a tutta la scena.
La ragazza accarezzò un paio di volte la verga dell'ecclesiastico, la
quale diede subito segno di gradire quelle attenzioni.
Le mani dell'uomo andarono quindi ad afferrare il capo della giovane,
facendo sparire le proprie dita tra i folti ed arruffati capelli.
Ora la ragazza veniva comandata ad ingurgitare l'asta che vedevo
sparire e ricomparire sempre più turgida dopo ogni affondo. L'uomo
sembrava molto soddisfatto di ciò grugniva in modo greve e scomposto.
A tratti pare trarre particolare giovamento dal far ingurgitare
l'intero sesso alla ragazza, fino a costringerla quasi a rigurgitare
e, ogni volta questa riusciva ad introdurre l'intero sesso all'interno
della sua bocca, la lodava con un: "Brava."
Diverse volte mi ritrovai a pregare in silenzio i santi del Paradiso
perché il mio candore fosse preservato, ma devo ammettere che la
visione di quella scena mi provocò un grave turbamento nell'animo e
nel fisico, che (mia culpa, mia massima culpa) cominciò a reagire in
modo inaspettato.
Il Maligno era indubbiamente all'opera perché pensieri impuri
iniziarono ad invadere la mia mente. Se inizialmente avrei desiderato
ritrovarmi altrove, adesso i miei occhi non si staccavano dalla
ragazza e in me cresceva uno strano desiderio di unirmi a loro nella
pratica di quei giochi impuri.
Le mani concupiscenti dell'uomo corsero in maniera confusa a spogliare
il torace della ragazza e, ben presto, due seni di ragguardevoli
dimensioni furono portati allo scoperto.
Le mani del religioso riemersero dalla folta chioma della ragazza ed
iniziarono a palparne le forme con particolare lussuria.
Non più costretta ad ingurgitare la carne di quell'uomo, la ragazza
cominciò a dedicare le sue cure in maniera differente, utilizzando
essenzialmente la lingua.
Vinto dall'opera del Demonio, lasciai scivolare la mia mano sul mio
sesso e, socchiusi gli occhi, immaginai di essere al posto
dell'ecclesiastico.
"Santa Annalisa del Baganza, proteggi l'anima mia!" Mormorai, ma la
richiesta di soccorso rimase inascoltata.
Ero come ipnotizzato e posseduto al tempo stesso.
"Alzati!" Ordinò il sacerdote alla ragazza.
La giovane ubbidì e il religioso lasciò scivolare i quattro cenci che
la ricoprivano per terra.
"Dannata sia l'anima tua Eva che con la tua mela mi conduci al
peccato!" Strillò l'uomo quasi fosse fuori di sé, quindi assestò due
ceffoni alla ragazza, che non parve né reagire, né lamentarsi per
questo.
La meschina si limitò ad assumere, quasi vi fosse un tacito accordo o
un scellerato patto che dorava da lungo tempo, una posizione prona
come fosse una bestia dotata di quattro zampe.
"Perdonami Signore!" Strepitò il religioso prima di chinarsi dietro
alla ragazza e leccarle il posteriore e la parte al di sotto di esso.
Cosa stesse facendo era facilmente immaginabile e anch'io in gioventù,
prima di prendere i voti, avevo dedicato alle compagnie delle mie
notti medesime attenzioni.
La ragazza pareva gradire ciò che il prelato le stava praticando e,
dopo un lungo silenzio, cominciò a riempire il proprio vuoto di parole
con dei gemiti che aumentarono ancor di più la lussuria che già era in
me.
Non dovetti attendere molto per assistere alla scienza
dell'ecclesiastico che possedeva carnalmente la donna.
I grugniti che emetteva sembravano avere poco d'umano e si
diffondevano attraverso le aperture della casa in tutta la vallata.
Non saprei dire se l'accoppiamento avvenisse in maniera naturale o
contro natura, ma il giovamento che l'uomo ne traeva era di gran lunga
superiore a quello che ne ricavava la giovane.
Quando il sacerdote ottenne l'obolo del Diavolo che tanto aveva
cercato, anch'io trassi da me il medesimo piacere.
A quel punto la mia mente era confusa e il mio animo turbato. Avevo
peccato contravvenendo ad uno di dieci comandamenti. Spaventato e
terrorizzato da ciò corsi al mio somarrello, per ridiscendere il
sentiero il più rapidamente possibile.
Nel modo che mi fu più rapido tornai a Triora e lì non rivolsi parola
a nessuno, perché troppa era la vergogna che provavo per me stesso.
Mi limitai solo a chiedere lumi al dottor Outsone su dove avrei potuto
trovare un padre confessore sul quale riversare l'inquietudine del mio
animo, ma lui mi disse che solo l'indomani lo avrei potuto
incontrare,poiché quel sant'uomo era spesso in giro per la vallata a
fornire conforto al proprio gregge da buon pastore.
Mi andai a coricare e tentai di prendere sonno.
Una volta cinto dalle braccia di Morfeo, tornai a smaterializzarmi e a
librarmi nell'aria come già m'era accaduto. Il mio corpo immateriale
era all'interno di un bosco di castagni. Una ragazza dall'aspetto
ordinato e curato, seppur una contadina era intenta a setacciare il
terreno per ritrovare il prezioso frutto di quegli albero così
maestosi.
Ogni volta si piegava per raccoglierne un po', la corta veste le
saliva e ai miei occhi appariva quel luogo di delizie e lussurie a cui
avevo rinunciato con la mia scelta di fede.
Un senso di compiacimento e di disapprovazione mi pervasero,
combattuto com'ero tra gli insegnamenti di nostro Signore e la
tentazione che la Scimmia aveva introdotto in me.
Un improvviso ululato mi fece rabbrividire. La contadinella del sogno,
che stava canticchiando si zittì, quindi rise giuliva come una
sciocca. Tutto mi parve così strano e surreale.
Un rapido tramestio tra le foglie preannunciò l'avvicinarsi si una
qualche creatura. Il rumore non era quello di umani passi, ma
piuttosto l'incedere di una qualche fiera.
A differenza di me, che pure ero incorporeo e che nulla avrei dovuto
temere, la ragazza non sembrava impaurita, ma languidamente
compiaciuta di sé.
Incredulo notai che, nella posizione prona della raccolta delle
castagne, la sua mano destra aveva cominciato a dedicare al proprio
corpo attenzioni intime che reputavo fuori luogo in quel momento così
drammatico.
All'improvviso apparve un enorme lupo dall'aspetto deforme,
sproporzionato negli arti e dall'andamento incerto.
Un nuovo ululato mi fece rabbrividire e, al tempo stesso desiderare
d'essere altrove.
Ero preoccupato per la ragazza, che pareva essersi del tutto
estraniata dal quel luogo e da quella situazione. Talmente intenta a
darsi piacere da non accorgersi della minaccia che incombeva.
Quella creatura infernale, simile ad un lupo deforme, ma grande quasi
quanto un orso, digrignò i denti, cominciando a sbavare copiosamente.
Le sue fauci erano enormi e i suoi denti aguzzi. La ragazza sembrava
non avvertire la sua presenza e proseguiva nel mormorare una stana
cantilena di cui non comprendevo le parole.
Adesso la belva girava introno alla contadinella, ansimando e
rantolando. Urlai, ma la ragazza parve non udire minimamente il mio
grido disperato d'avvertimento.
Vidi quella simil-specie di lupo urinare contro alcuni castagni e poi
ritornare vicino alla giovane donna, tuttavia il suo fare non sembrava
minaccioso, piuttosto eccitato, difatti la propria virilità, fino a
prima celata all'interno del proprio vello era ora completamente al di
fuori e sia le notevoli dimensioni sia il colore rubizzo la rendevano
facilmente rilevabile.
Un senso d'inconscia disapprovazione e disgusto si sostituirono al
terrore che fino a quel momento mi avevano dominato.
Ben presto la belva fu sopra alla contadina iniziando a possederla con
grande vigore. Per quanto oscena apparisse la scena, ciò che era ai
miei occhi nulla era rispetto a ciò che giungeva alle mie orecchie,
poiché la vittima gioiva dell'opera del proprio carnefice e plaudiva
della propria profanazione, incitando la malabestia a concederle un
maggiore e più intenso giovamento.
Un tremendo ululato annunciò il raggiungimento della soddisfazione
anche da parte dell'essere, che si staccò dalla donna per finire
riverso e completamente esausto su un fianco.
La colona non ancora soddisfatta cercava con le dita ulteriore piacere
e, mano a mano che il seme del mostro le fuoriusciva, ne assaporava il
peccaminoso sapore.
Nel frattempo la malabestia si contorceva e si dimenava e i propri
lineamenti si alteravano da quelli di deforme lupo a quelli di un
essere umano i qui tratti, di volta in volta, mi divennero sempre più
familiari, fino a riconoscere in lui l'ecclesiastico che avevo visto
congiungersi carnalmente con la megera.
Un urlò di disperazione riempì la cella in cui stavo dormendo,
interrompendo il mio sonno e con esso il mio incubo.
"Santi del Paradiso!" Mi ritrovai ad esclamare.
Inutile dire che mi fu impossibile a quel punto riprendere in alcun
modo il sonno. Pensai allora di utilizzare il mio tempo in miglior
modo. Sarei tornato ad ispezionare i cadaveri e, nel contempo, avrei
pregato per l'anima mia.
Ispezionando meglio i cadaveri, notai come la loro età era compresa
tra i sedici e i ventiquattro anni (almeno all'apparenza). Il loro
corpo non presentava graffi, escoriazioni o altro, tranne un leggero
morso sul collo, che chiamai "il morso del Diavolo". L'impronta
lasciata dai denti non era rossa né tanto meno di colore viola o
marrone come accade quando il sangue si coaguli o si rapprenda in un
ematoma o in una ferita, ma stranamente verde. Le loro labbra
presentavano la presenza di muco rappreso, ne dedussi che aveva tutti
praticato del sesso orale. Cercai nelle loro verghe tracce di feci,
ritrovandone ne dedussi che con molta probabilità il rapporto che essi
avevano avuto doveva essere stato contro natura. Tutti questi
particolari mi erano sfuggiti la prima volta, vinto dal mio orgoglio
avevo abbandonato la retta via dell'indagine e della logica.
Le calzatura di costoro erano piuttosto sudice. Troppo perché costoro
si fossero limitati a calpestare un sentiero. Probabilmente la morte
aveva colto ognuno di loro nei boschi dove i loro cadaveri erano stai
ritrovati.
Fu in questo preciso momento che riemerse alla mia memoria un
particolare che inizialmente avevo sottovalutato, ma desso aveva
attirato la mia curiosità. Il podestà aveva dei denti particolarmente
affilati, con dei canini oltremodo sviluppati. Certo non considerai
questa come una prova contro di lui, ma solamente la presenza di una
caratteristica antropomorfica curiosa che magari quell'uomo
condivideva con altri in cui scorreva nelle vene il medesimo sangue.
Annotai le mie osservazioni. La mia indagine stava divenendo sempre
più complicata. Se tutti quei cadaveri avevano avuto dei rapporti
anali la mia indagine, già di per sé non limitata alla megera, ma a
tutte le donne di quelle vallate, doveva estendersi ora anche agli
uomini. Uomini e donne nessuno escluso--
Dovevo risolvere questo caso il più in fretta possibile, ne andava
della mia vita e della mia anima, giacché la libidine e la lussuria
che trasudava da quella terra era tale da potermi portare rapidamente
tra le braccia del Signore delle Mosche.
Chiuso nella mia cella e letteralmente in preda alle mie speculazioni
giunse il mattino. La logica, più che la fede, era riuscita a
mantenere casto il mio animo, ma soprattutto il mio corpo che,
nell'ultimo periodo, aveva ecceduto in manifestazioni di libidine e di
lussuria.
Fu dopo poco il canto del gallo che qualcuno bussò alla porta del
cubicolo ove io alloggiavo.
Andai ad aprire e rimasi meravigliato nel vedere di fronte a me
l'ecclesiastico del giorno prima.
"Buongiorno figliuolo, sono padre Franco da Pigna, il pastore di
questo sperduto gregge. Il dottor Outsone mi ha fatto giungere un
messaggio in cui mi informava del so bisogno di condividere un po' di
conforto cristiano."
Le mie labbra pronunciarono, senza emettere però alcun suono, un'unica
e d istintiva frase: "Vade retro Satana!"
Inizialmente mi chiesi perché nostro Signore aveva deciso dimettermi
così duramente ala prova, ma poi pensai che le vie della Provvidenza
sono infinite, perché anche quel religioso aveva dei canini
spropositati e dei denti eccezionalmente aguzzi, inoltre, ed era
questo il fatto più rilevante, erano macchiati di uno strano composto
verdastro.
"In realtà" continuò l'uomo "ero intento in una modesta colazione ed
ho pensato che potevamo condividere il gesto, cosicché lei avrebbe
avuto l'occasione di aprirsi con me."
Accettai e pensai di rivoltare la situazione a mio favore. Ovviamente
non avrei potuto fare di quell'empio il mio padre confessore, ma in
compenso avrei potuto utilizzarlo come testimone e persona informata
dei fatti, senza però rivelare nulla di quanto il giorno precedente
avevo visto e sentito.
Pensai anche che il sogno o la visione che m'era stata mandata fosse
non tanto un tentativo di corrompere la mia anima ma di rivelarmi la
doppia natura di quell'uomo: homo homini lupus-- altro che pastore di
innocenti pecorelle.
Il sacerdote mi accompagnò sino alla sua modesta dimora e qui mi
accomodai ad un tavolo al cui centro un contenitore era riempito di
uno strano impasto verdastro.
"Non so se lei lo conosce, noi lo otteniamo con il basilico, i pinoli
e l'olio d'oliva. Qui tutti ne vanno pazzi e lo mettiamo sopra a
tutto, io ci faccio colazione con un po' di pane. Lo provi!"
Il pensiero successivo che strutturai fu deludente, già il tipo di
rapporto che le vittime avevano avuto non era chiaramente
identificabile come etero o omo sessuale, ora l'intero territorio
andava pazzo per un intingolo che macchiava i denti di verde, se
avessi notato che la gran parte della popolazione manifestava la
stessa anomalia nei denti (cosa molto probabile in un luogo così
isolato in cui gli accoppiamenti avvenivano sempre all'interno del
medesimo gruppo), mi sarei ritrovato al punto di partenza senza uno
straccio d'indizio.
Senza dimostrare morboso interesse chiesi informazioni sulla megera,
ma non ottenni quasi nulla, perché il religioso mi disse solamente che
vanamente aveva tentato di recuperare al gregge quella pecorella
smarrita e che era da moltissimo tempo che non aveva più avuto
occasione d'incontrarla.
Inutile aggiungere che quell'uomo non solo vestiva indegnamente gli
abiti talari, ma era anche un indefesso bugiardo.
Qualcuno bussò alla porta dell'ecclesiastico, il quale si alzò ed andò
ad aprire. Si trattava del podestà accompagnato dal dotto Outsone.
"Cercano lei" mi disse il religioso.
"Deus gratia, che avete che vi vedo così trafelati?"
"Ier notte un dramma!" Esclamò il podestà accasciandosi pesantemente
su una sedia e non riuscendo a proferir altra parola comprensibile in
un convulso attacco di balbuzie che rendeva inafferrabile ogni suo
ragionamento.
"Dottore mi dica lei cosa mai è accaduto!"
Il dottore mi guardò negli occhi con un'espressione molto grave quindi
disse: "Ier notte le guardie del castello sono uscite alla ricerca del
primogenito dei Doria che non era rientrato al maniero e lo hanno
ritrovato in un bosco, cadavere-- nel medesimo stato degli altri."
"Cielo! Vado subito ad esaminare il cadavere." Dissi prontamente.
"La salma non è stata portata qui, ma al maniero e la notizia è stata
tenuta nascosta a tutti, s'immagini, si trattava del legittimo erede
della casata e in questa ora tragica per la Liguria in cui le
scelleratezze del conte Uguccione ci rendono tristemente famosi in
Europa si tratta di una speranza di cambiamento andata infranta."
"Comprendo--" dissi mantenendo un tono grave, anche se non comprendevo
bene le complicanze di tipo politico.
"C'è dell'altro!" furono le uniche parole intelleggibile che disse il
podestà, prima che quella sua specie di crisi epilettica riprendesse
il sopravvento.
"Cos'altro c'è?" Chiesi al dottore.
"È in arrivo l'inquisitore d'Aragona! Egli era già in viaggio per
recarsi presso un convento dove il su esimio collega Guglielmo da
Baskerville stava conducendo un'indagine."
"Fra Guglielmo! Lo conosco bene, oserei dire un vero mastino per
quello che riguarda oscuri misteri come quelli che noi stiamo
vivendo!"
"Si rende conto del pericolo che tutti noi corriamo!" Aggiunse lo
studioso.
L'inquisitore d'Aragona lo conoscevo solo di fama-- una terribile fama.
Nessuno sapeva il suo vero nome, perché ormai da molti anni chiunque
temeva di pronunciarlo. Quell'uomo s'era macchiato di gravi infamie.
Aveva condannato decine-- forse migliaia di uomini e donne al rogo per
il solo sospetto di eresia o di stregoneria e, quando si trattava di
un sospetto, era già molto, perché le voci che circolavano su di lui
evidenziavano che anche solo l'esistenza di una semplice diceria era
una prova sufficiente a giustificare una catasta di fascine da porre
sotto i piedi del disgraziato o della disgraziata di turno.
"Mi chiedo solamente come mai, se deve recarsi da Fra Guglielmo egli
venga da noi?" Chiesi ingenuamente.
"Facile, egli era a Nizza ed è stato intercettato da un messo dei Dori
che gli hanno chiesto la cortesia di recarsi nelle loro terre, le
quali, a loro detta, necessitano di spurgare una misteriosa presenza
demoniaca."
Mi sentii ferito profondamente nell'orgoglio, quell'avventata mossa da
parte dei Doria era una chiara mozione di sfiducia nei miei confronti,
ma come avrei mai potuto risolvere quest'intricato caso in così poco
tempo?
La megera, tutto sommato mi sembrava più che altro una povera
disgraziata costretta a prostituirsi in cambio di cibo o denaro. Il
resto, invece, permaneva ancora tutto troppo confuso.
Avrei avuto bisogno di maggior tempo ed invece era quello che la
presenza dell'inquisitore d'Aragona non m'avrebbe concesso.
"Andrò al maniero dei Doria ad ispezionare la salma del giovane
principe!" Dissi icon tono risoluto.
"La moglie del podestà è gia andata ad informare lo stalliere di
preparavi un cavallo, potete dirigervi senza ulteriori indugi alla
stalla," mi disse il dottore "vi avverto, al castello potreste trovare
già oggi l'inquisitore d'Aragona-- siate cauto!"
Sollevando il saio mi recai di corsa, per quanto il sali e scendi mi
concesse, verso la stalla, fermandomi un attimo sulla soglia, turbato
dai strani rumori che dall'interno provenivano.
Entrai con cautela. Oltre al nitrito dei cavalli e allo scalpitare di
zoccoli riuscivo a distinguere il suono di sue voci umane.
Lo stalliere e la moglie del podestà, pensai.
Senza farmi vedere mi avvicinai con cautela.
La scena che mi si presentò mi lasciò basito. La moglie del podestà,
una donna sulla cinquantina, con il seno completamente nudo e le gonne
sollevate a scoprirle le terga era intenta a sollecitare con le mani e
con la lingua la verga di un cavallo, mentre lo stalliere, un giovane
di meno di venti anni la stava possedendo.
"Santa Annalisa del Baganza, proteggi l'anima mia!" Mormorai, ma ormai
ritenevo questa implorazione piuttosto inefficace contro la lussuria
imperante in queste terre senza Dio.
Il giovane riempiva la donna di epiteti poco gratificanti e questa,
nei pochi momenti un cui alla bocca concedeva l'uso della parola,
pareva reclamarne degli altri.
Attesi che la loro congiunzione giungesse al termine con piena
soddisfazione dello stalliere, della donna e,anche, del cavallo,
quindi tornai alla porta della stalla fingendo di sopraggiungere solo
in quel momento.
Quando mi avvicinai alla coppia di lascivi notai che il ragazzo aveva
il segno di un morso sul collo. Un livido verde.
Mi presentai e la donna sconvolse ancor più il mio animo già peraltro
colto turbato da due notti insonni.
"Dunque lei è fra Olmés, mio marito mi ha molto parlato di lei, le
presento mio figlio che lavora qui come stalliere."
Oh a quale turpe scena avevo assistito, non solo i due erano dei
lascivi, ma anche incestuosi. Mi domandai a cos'altro la mia anima
avrebbe dovuto assistere in quel luogo di perdizione.
Montai a cavallo e presi la strada per il castello dei Doria. Nella
mia opinione avrei dovuto lanciare il cavallo al galoppo, ma lo
stallone pareva poco voglioso di proferire energie nella corsa, quasi
le stesse le avesse esaurite in altre attività che la mia mente non
volle approfondire.
Durante il viaggio tra una vallata e l'altra ebbi ulteriori elementi a
comprovare il clima di corruzione che aleggiava in quelle terre di
miscredenti. Dapprima un pastore abusava di una sua pecorella, quindi
una contadina era intenta a soddisfare se stessa dando appagamento
contemporaneamente a tre uomini che la incitavano al grido di : "Brava
sorellina!"
Infine, confusi tra gli alberi un uomo incitava un secondo ad abusare
dei propri intestini.
Tali e tanti morti tra la popolazione mi parvero ad un certo punto la
giusta espiazione divina di questa rinnovata Sodomia e Gomorra.
Giunto ad castello venni ricevuto con tutti gli onori dal capitano
della guardia che ancora si rammentava di me. Un uomo alto, forte e
fiero. Il cui aspetto mi restituì fiducia nell'animo umano. Egli,
nella sua corazza scintillante, illuminò la mia vista, come avrebbe
fatto la visione di Parcifallo."
Condotto nelle segrete mi trovai di fronte al cadavere del giovane
principe Doria. Chiesi di rimanere solo, il capitano s'accomiatò,
dicendomi: ""Vado ad annunciare la sua venuta alla duchessa, la
attenderemo nella sala privata."
Anche questo cadavere presentava le medesime caratteristiche degli
altri. La postura, l'espressione del volto, la polluzione e le
minuscole tracce di feci. Osservai meglio la salma. Le unghie avevano
delle tracce di epidermide. Probabilmente durante l'amplesso doveva
aver graffiato l'uomo o la donna con cui si stava accoppiando. Trovai
anche dei capelli, lunghi, scuri e arruffati. Sarebbero ben potuti
essere quelli della cosiddetta strega, ma potevano essere anche quelli
di una qualsiasi contadina o di uno dei tanti pastori che portavano
capelli lunghi e disordinati.
Sul collo recava il solito morso dall'aspetto verdastro.
Le tracce di feci, ancora fresche in questo caso, riscontravano una
natura di tipo vegetale. Ne raccolsi il campione ed estrassi dalla mia
sacca un sistema a lenti che mi costituiva di esaminarne meglio
l'aspetto e la natura.
All'aspetto sembravano i comuni resti di erbette di campagna. Quelle
che i contadini aggiungevano alle pietanze per rafforzarne il
contenuto alimentare.
Presi anche la misura delle unghie del ragazzo in modo da cercare
conferma ai sospetti diffusi sulla possibile responsabilità della
fattucchiera.
A questo punto avevo raccolto tutti gli indizi necessari a proseguire
le indagini e mi diressi ai piani superiori per porgere le mie
condoglianze alla duchessa.
Attraversando le sale fui attirato da di strani rumori. Aprii una
parta antistante la sala in cui mi attendeva la duchessa ed intrufolai
un occhio indiscretamente. Quello che vidi demolì anche l'ultimo
spiraglio di luce che m'aveva illuminato. Il capitano della guardia,
disteso su un tavolo era intento a leccare tra le cose una delle serve
della Duchessa, mentre altre due si litigavano la sua verga per
restituire all'uomo quanto egli stava dando alla loro collega.
Richiusi la porta invocando la mano divina su queste terre come era
già accaduto su Sodomia e Gomorra.
Bussai alla porta e attesi l'autorizzazione della duchessa ad entrare.
Sinceramente non avrei retto ad ulteriori scene di questo tipo.
Quando entrai fui sorpreso dal vedere la duchessa in compagnia.
Vicino a lei, per la prima volta davanti ai miei occhi in carne ed
ossa, l'inquisitore d'Aragona.
Costui stava asserendo alla duchessa che padre Franco da Pigna era uno
dei sopravissuti della battaglia di monte Rebello e che, dopo varie
vicissitudini fosse giunto in queste terre trovandovi rifugio.
Esibiva una lista di nomi indicando un certo fra Remigio che si stava
dirigendo a catturare e sotto il nome di questi quello di padre Franco
da Pigna.
La loro discussione proseguiva come nulla fosse, nonostante io fossi
entrato nella sala e, imbarazzato, attendessi che qualcuno ci
presentasse.
Oltre alle guardie del castello, altri armigeri presenziavano a questa
arringa (altre parole per definirla non riuscirei a trovare).
Dall'aspetto non sembravano né di Francia né d'Ispania. Essi erano
agghindati alla maniera alemanna, ma ben sarebbero potuto essere degli
elvezi.
L'inquisitore interruppe quel dies irae, fissandomi con occhi che
parevano di bragia.
"Chi è costui?" Chiese con un tono di voce arrogante, come lo può
essere quello di chi voglia fare il padrone a casa altrui.
"Fra Olmés ho il piacere di presentarle Bernardo Gui sommo
inquisitore, anch'egli ispanico come voi" disse la duchessa con fare
compito.
"Duchessa le mie più sentite condoglianze per la tragica dipartita--"
Una dolce espressione del volto mi trasmise il gradimento delle mie
parole e il dolore che la donna ben celava dentro di sé.
"Un fraticello" fu il commento sprezzante dell'inquisitore nei
confronti del mio ordine e della mia persona "un discepolo di
quell'altro fanatico di Guglielmo da Baskerville, suppongo."
"Mi onoro di essere un umile allievo di tale esimio maestro" risposi
semplicemente io.
"Ancora per poco, se riesco a dar corpo ai miei sospetti, questa volta
non mi limiterò a sbatterlo semplicemente in qualche segreta da cui,
grazie alle amicizie con i potenti, possa uscire-- i miei armigeri ad
ogni sosta raccolgono buona legna secca e sterpaglie, tutto il
necessario per far ardere tutti gli oppositori della Chiesa."
"Allora il consiglio che le posso dare, se questa è la sua opinione, è
di raccoglierne un po' di più, così da averne una fascina anche per
me--"
"Non dubiti che lo farò con immenso piacere" fu la sua risposta.
La duchessa era in evidente imbarazzo, mentre io mi chiedevo come
potesse una tale persona parlare solamente di Chiesa.
Se la mano vendicativa di Dio era su quelle terre, perché non ne
approfittava anche per colpire Bernardo Gui?
"Avri avuto piacere di consolare la duchessa," proseguii "ma vedo che
è in altre faccende affaccendata e ubi major minor cessat--"
Me ne uscii e mi diressi alla cavalcatura, incontrando, prima
d'uscire, il comandante della guardia che mi fece fermare un attimo
supplicandomi: "Mi benedica fra Olmés"
"In nome pater--"
"Un'altra benedizione, perché la mia anima sia forte ed io sappia
resistere alle tentazioni, ho molto peccato e strane cose stanno
accadendo."
"Più che una benedizione, figliolo, una raccomandazione-- va bene che
nostro Signore è uno e trino, ma tu preferisci come numero sempre
l'uno rispetto al tre, anche se dicono che sia perfetto--"
Al galoppo, il cavallo sembrava aver recuperato energie, mi diressi
verso Isolabona e quindi Pigna, da qui, mediante il solito sentiero
m'inerpicai sullo sperone di roccia del giorno precedente. Alla fine
dell'erta non trovai il galletto nero e la cosa mi fece provocò uno
speciale presagio di sventura.
Bussai alla porta della presunta fattucchiera, che mi apri senza tanti
indugi.
"Chi siete messere, voi non siete di questi luoghi, non vi ho mai
visto e io conosco tutti gli uomini di queste valli, tutti senza
alcuna esclusione, siano essi umili o principi."
In un certo senso avevo avuto la riprova di quale attività la ragazza
svolgesse per campare e lessi un biblicamente sul tipo di conoscenza
che ella aveva con tutti gli uomini di quelle vallate.
All'interno della catapecchia, costruita con pietre sovrapposte a
secco, cercai la presenza del gatto, ma non la vidi.
"Le ho portato qualcosa in dono, in cambio le chiedo solo delle
informazioni."
Estrassi dalla mia sacca della farina, alcune uova, della melassa,
della frutta e un cosciotto d'agnello, tutta roba che avevo chiesto e
ricevuto presso il Maniero dei Doria.
La donna sorrise e notai che i suoi denti non erano regolari, ma
aguzzi con in canini in evidenza come quelli di un felino.
Le testimonianze su quella megera avevano parlato di un bambino, ma
non sembrava essercene traccia.
"Oh, la ringrazio vostra signoria. Un attimo, le preparo qualcosa da
mangiare--"
S'allontanò con i miei doni, mentre io cercavo un posto dove
accomodarmi, non trovandolo mi gettai sopra un pagliericcio.
Nel disordine più completo notai strumenti dall'aspetto strano e
iscrizioni misteriose, stelle a cinque punte e altri strani simboli da
negromante. Magia bianca? Magia nera?
Una gatta nera con in bocca un gattino attraversò la stanza. Il suo
pelo era arruffato e in disordine.
La gatta saltò sopra una catasta di legna e da lì ad una finestrella,
quindi verso l'esterno. Tornò dopo poco, ma senza il gattino.
Attraversò la stanza, fissandomi in modo inquietante e sparì dietro
l'angolo.
Un invitante profumo di cibo nel frattempo cominciò a levarsi
nell'aria. Dopo molti minuti la megera ricomparve e, insieme a lei un
paio di tegami ed una pentola posti sopra un piccolo carretto.
"Mangiate messere, ma prima datemi una mano."
"Non credo nella lettura della mano né in altri giochi da
fattucchiera" le dissi.
Lei mi fisso negli occhi e disse: "Non ti voglio leggere la mano,
voglio solo toccarti-- capirai."
Quando mi afferrò la mano una strana energia mi pervase e visioni in
rapida successione attraversarono i miei occhi o, forse, la mia mente.
Credo si trattasse della vita della ragazza, ma era difficile dirlo,
perché anni e anni di cita, giorni, minuti e singoli secondi, scorsero
davanti a me in meno di un minuto.
Il suo tocco aveva un qualcosa di miracoloso, perché ogni dolore
dovuto ai pessimi giacigli e ai vari viaggi era scomparso.
"Voi vorreste sapere se sono io che ammazzo tutti i giovani di queste
lande--"
Annuii, sconcertato dalla sua affermazione.
"Voi sapete come viene preparato il pesto da queste parti e lo sapete
come si prepara il pane alle erbe selvatiche?"
Scossi la testa in senso di diniego.
Voi nemmeno sapete che cosa può fare il basilico e certe erbe
selvatiche nel sangue in certe condizioni--"
Scossi ancora la testa, attendendo la risposta, ma la ragazza sorrise
senza parlare ancora.
Mangiammo, poi la ragazza mi chiese di alzarmi in piedi. Io ubbidii.
Mi si avvicino annusandomi.
"Hai un buon odore--"
La fissai senza capire.
Lei sciolse i cordone che mi cingeva il saio, quindi me lo tolse. Non
ne comprendo ancora oggi i motivi, ma non feci nulla per
impedirglielo.
"Che bel fisico!" Esclamò, quindi si spoglio a sua volta.
Avrei potuto invocare la santa a cui ero devoto, ma non lo feci,
qualcosa, forse nel cibo che avevo mangiato, m'induceva al languore.
Le sue mani sfiorarono il mio corpo. La cosa era gradevole ed
eccitante al tempo stesso.
"Mi hai visto col prete?"
Annuii, qualcosa m'impediva di parlare.
"E ti è piaciuto guardarmi."
Assentii nuovamente.
"E ti sarebbe piaciuto essere al posto del prete?"
Dissi alla mia testa di girare destra sinistra, ma lei invece si mosse
dall'alto verso il basso.
Le sue mani massaggiavano il mio ventre, l'interno della mia coscia
senza però mai sfiorare il mio sesso.
Questo suo prodigarsi e la visione delle sue forme nude, tuttavia,
bastavano da soli ad eccitarmi.
Le sue mano andarono ad accarezzare i miei glutei, mente le dita
s'intrufolarono nel solco in cerca del mio orificio anale.
Imponendomi il ritmo accolse così il mio sesso in bocca. Avrei potuto
fermarla, avrei potuto andarmene ma non feci nulla di questo. Se la
mia carne era debole, il mio spirito non era certamente molto più
forte.
Il tepore e la delicatezza del suo palato risvegliarono in me
sensazioni che credevo fossero ormai sopite.
Lei si scostò da me, sdraiandosi sul pagliericcio e dicendomi: "Vieni
in me, possiedimi."
Come ipnotizzato, mi diressi verso di lei e lasciai che il suo caldo
ventre mi accogliesse. Nuovamente le sue mani scivolarono sui miei
glutei per dettarmi il ritmo, mente lei allargava le cosce per
permettermi di affondare maggiormente.
Davanti ai miei occhi il suo seno richiamava e reclamava le mie
attenzioni, come fossero le sirene al passaggio del prode Ulisse.
Più mi avvicinavo al mio piacere e più strane visioni affollavano la
mia mente.
Protagonista di queste visioni era la moglie del podestà. La sua
immagine era confusa come se in rapida successione davanti ai miei
occhi comparissero sfuocati episodi di dissolutezza con lei
protagonista.
Non so dire se ebbi un orgasmo, so sole che ad un certo punto svenni e
che quando recuperai i miei sensi ero rinchiuso in una cela con a
guardia gli armigeri dell'inquisitore d'Aragona.
Vinto da quella strana spossatezza che infonde al corpo la lussuria,
sprofondai in un sonno agitato, un torpore che non infonde riposo, ma
inquietudine dell'animo, risvegliando i sensi di colpa e le angosce.
Così, ben presto, agli occhi della mia mente si materializzò una
cattedrale, al cui interno uno stormo di pipistrelli volava. Difficile
dire se al di fuori fosse buio o, più semplicemente, infuriasse una
tempesta e le nubi avevano ottenebrato la luce del sole. Era evidente,
anche senza conoscere l'interpretazione dei sogni, che il peccato che
avevo commesso m'aveva allontanato dal chiarore della luce divina
nonostante fossi un uomo di chiesa. Tuttavia la presenza dei
pipistrelli non trovava alcuna spiegazione. Essi turbinavano davanti a
me, con i loro occhi rossi ed il loro aspetto orrendo. Ogni tanto
qualcuno di questi rimaneva quasi sospeso davanti alla mia faccia e
stridendo mi esibiva i suoi denti aguzzi, imbrattati di verde. Il
turbinio diventava poi sempre più intenso o ed infine quello stormo mi
rivelava la sua vera essenza, addensandosi dapprima in un'ombra e poi
nella figura umana di una persona: fra Franco da Pigna! A quel punto
qualcosa accadeva all'esterno della cattedrale, perché un raggio di
luce fendeva le tenebre, dal rosone centrale, quasi fosse una lama di
spada, colpiva, inferendo un colpo mortale, l'ecclesiastico.
Il sogno successivo era altrettanto inquietante ed in questo io ero
come "assente", incorporeo spettatore. Una donna, nella sua nudità,
s'aggirava correndo nella foresta. Ancora una volta l'assenza di una
luce forte e limpida mi rivelava l'angoscia dovuta al peccato presente
nel mio animo. Un nebbia densa m'impediva di avere una visione
profonda di ciò che accadeva. Io ero come attaccato alla donna, quasi
la inseguissi a soli tre metri, mentre intorno a noi le ombre degli
alberi sembravano a volte farsi sinistre e vive, agitandosi quasi ci
volessero minacciare o ghermire. Il silenzio venne prima rotto dalle
risa della donna, poi da uno strano scalpiccio che dopo un po' mi si
chiarì come un rumore di zoccoli al trotto. Delle risata maschili
cominciarono a farsi sempre più numerosi, mentre la donna cominciava a
strusciarsi sul letto di foglie morte in maniera oscena. Adesso, che
le ero più vicino, potevo riconoscerla. Ella era la dissoluta moglie
del podestà e, intorno a lei, presero corpo e forma le ombre. Si
trattava di centauri, metà uomini e metà destrieri o meglio per metà
composti dal tronco dello stalliere e per l'altra metà del corpo dello
stallone. Ben presto quella mandria ingoiata divenne la preda della
depravazione della donna che vide d'appagarsi contro natura in tutti i
modi licenziosi conosciuti alzano le grida del proprio piacere fino al
cielo. A tali grida ben presto ne risposero delle altre, disumane
e,levando gli occhi al celo, osservai un'immensa ombra volare sopra di
noi in tondo formando cerchi sempre più stretti proiettando al
contempo un'ombra sempre più mostruosamente enorme. Come un lampo
comparve ai miei occhi un'aquila gigante, le cui ali superavano di
gran lunga i cinque metri. I suoi artigli squartarono i centauri ed
infine afferrarono la donna, sollevandola da terra e lasciandole
grondare il seme del peccato che le riempiva il ventre. La donna emise
un alto grido, ma questo venne ben presto oscurato da uno, ben più
possente, della fiera creatura. Quell'uccello aveva qualcosa della
giustizia divina che traspariva dagli occhi e dallo sguardo, mentre
una strana luce si diffondeva dalle sue piume. Nel volgere di un
istante, con un rapido gesto, l'aquila abbassò il suo becco verso il
petto della donna, squarciandolo e aprendolo ed estraendone il cuore
dal corpo ora esanime.
Sempre incorporeo io fuggivo nel bosco il più lontano dallo spirito
corporeo della giustizia divina, che ovviamente ora temevo essendo il
mio stato di peccatore e da quella strage di anime colpevoli e
dissolute. Ritrovandomi così, all'improvviso, nel bel mezzo di un
cimitero, circondato dal grido delle civette e dell'upupa.
Il cielo s'era tuttavia fatto terso e la volta celeste rischiarava con
le sue stelle e una sottile fetta di luna l'oscurità, che intuii
essere per il mio stato di peccato la notte dell'anima. Un rumore
attirò la mia attenzione, uno strano scricchiolio. Proveniva da una
tomba, provai ad osservare la lapide, ma come mi accadeva sempre nei
sogni nonostante i miei sforzi non riuscivo a leggere. Mi si
focalizzava solo una lettera alla volta una G, una U, forse di nuovo
una G, ma non riuscii ad andare oltre, perché lo scricchiolio si fece
più forte, uno schiocco di legno che si spezza e si rompe e un raspare
d'unghie. La terra davanti alla lapide adesso appariva smossa e viva,
quasi fremente. Mi concentrai su questo strano evento, di lì a poco la
vidi ribollire fino a rivelare una miriade di vermi. Istintivamente
arretrai, ma poi la mia curiosità indagatrice mi portò ad avvicinare
il mio sguardo per meglio comprender il fenomeno. Fu a questo punto
che cacciai un sordo urlo, che rimase prigioniero nella mia gola,
perché una mano ossuta, ricoperta da brandelli di pelle e muscoli in
decomposizione emerse, facendo ribollire l'intero terreno di sepoltura
di quella lapide. Nel contempo, dopo essere stato per diverso tempo
solo un incorporeo spettatore, nel sogno apparivano le mie mani e,
guardando verso il basso i miei piedi, le mie gambe e la parte bassa
del ventre e il bacino. Temendo per me arretrai, ma rimasi immobile,
quasi pietrificato, quando vidi emergere dal terreno nel suo stato
putrefacente un copro che aveva al tempo stesso qualcosa d'inquietante
e di familiare. L'indumento lacero che il cadavere in disfacimento
indossava mi era noto, era quello che, ad esempio, indossava Bernardo
Gui. Il materializzarsi di questo concetto ridiede carne e volto a
quell'anima dannata, che così si rivelò per quel che era:
l'inquisitore d'Aragona. Egli avanzava verso di me con fare
minaccioso, rappresentando ai miei occhi, con molta probabilità, il
braccio temporale della giustizia divina. Così cominciai a correre
all'impazzata, senza una vera direzione scopo che non fossero quelli
di allontanarmi da quella minaccia.
Preso dalla folle corsa venivo percosso e schiaffeggiato dai rami e
sentivo il dolore degli squarci che essi riuscivano a praticarmi nella
carne. Corsi come un folle, corsi come uno stolto, corsi come mai le
mie gambe avevano fatto in vita mia, finendo prima per incespicare,
infine per inciampare nelle radici che emergevano dal terreno
seminascoste dal tappeto di foglie morte e dal sottobosco vegetale.
Cadendo urtai una pietra o comunque qualcosa di duro che mi stordì,
facendomi perdere per un attimo i sensi e consentendo al mio
inseguitore di raggiungermi.
"Santa Annalisa del Baganza, proteggi l'anima mia!" Esclamai,
vedendomi perduto.
Fu così che la terra sotto i piedi dell'inquisitore d'Aragona cominciò
a ribollire e centinaia, forse migliaia d'insetti, tra scarafaggi,
vermi, ragni ed altre reiette creature emersero dal terreno divorando
dapprima le vesti di Bernardo Gui e poi il medesimo. Dapprima a
possedermi fu la sorpresa, perché spogliato dalle proprie vesti
l'inquisitore aveva rivelato la presenza di zoccoli e di due gambe
caprine e poi l'orrore perché gli insetti la divorarono consumano i
suoi tessuti mano a mano da quelli più esterni a quelli più interni,
lasciano, alla fine del loro pasto, un mucchio di ossa scomposte un
una posizione di estremo dolore.
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