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Genoa era davanti a me e Varagine alle mie spalle, insieme a quella cittadina, anche tutto il mio lungo peregrinare fin lì effettuato partendo da Santiago de Compostela in Spagna, dove risiedeva la mia casa madre.
Ero molto sorpreso e onorato che il vicario imperiale avesse richiesta più che la mia presenza, il giudizio e l'eventuale intervento della mia persona.
I signori della città avevano esplicitamente supplicato la mia presenza per dipanare un inquietante caso di stregoneria segnalato nelle loro terre, cosicché l'usurpatore del papa in persona mi aveva convocato ad Avignone e quindi inviato in missione in terra ligure nonostante Genova si fosse concessa all'impero.
Gli accadimenti di cui qui lascio la mia indegna memoria di peccatore ebbero luogo al finire dell'anno del Signore 1327, anno in cui l'imperatore Ludovico scese in Italia nel tentativo di restituire dignità al Sacro Romano Impero.
Forse proprio la presenza di un simoniaco (intendo Giacomo di Cahors, onorato dagli empi come Giovanni XXII) sul seggio di Pietro portò in quegli anni a molti eventi mirabili che indicavano come particolarmente intensa l'opera del Signore delle Mosche, l'Oscuro Signore che trama nelle tenebre per confondere lo spirito degli uomini stolti come quello dei più saggi e probi. In particolare le terre dei Visconti ancora ardevano delle fiamme ivi appiccate dalla rivolta di fra Dolcino.
Era da poco passata l'una, perché avevo scelto l'accogliente luogo di Varagine per consumare il mio modesto pranzo: del pane, un po' di formaggio e del buon vino rosso che m'avevano donato lì in Liguria durante la mia sosta al castello dei Doria, presso Dolceacqua.
Quel luogo mi aveva ritemprato l'animo e lo spirito.
Giunto a Genoa mi recai presso i padri domenicani e il loro priore mi condusse al palazzo del doge.
Qui incontrai un membro della potente famiglia Doria, il quale, essendo di maniere spicce, dopo avermi squadrato ben benino mi chiese: "Voi siete di famiglia umile?" "No, i miei sono i signori della Valenza." "Allora voi non siete il primogenito." "Invero lo sono." "Avete compiuto studi ecclesiastici?" "No, studiai presso l'università di Valenza." "Siete un così bel giovane, avete un portamento fiero e nobile, quale allora i motivi di queste umili vesti di fraticello?" "La fede, mio signore." L'espressione del nobiluomo non pareva convinta e ogni tentativo di celare la sua perplessità sul motivo dei miei voti gli risultò vano.
"Si accomodi, vuole qualcosa di corroborante da bere, ho dell'ottimo distillato di uve da offrirle." "No, grazie. Il viaggio è stato lungo e vorrei sapere il motivo per ci è stata richiesta la mia presenza." "Le dirò subito che lei è stata una scelta di ripiego, in questi mesi ho tentato di convincere fra Guglielmo da Baskerville di recarsi in Liguria, ma dal convento di Melk mi è giunta notizia che egli sia attualmente occupato in alte faccende. Una inspiegabile sequela di morti in un convento benedettino, se ben ricordo i fatti." "Non si preoccupi, ho gran rispetto per il confratello Guglielmo, ma la pregherei di venire a i fatti." "Ora qui in Liguria, nelle terre che appartengono alla mia famiglia, a ponente, accadono strani fatti--" "Conosco le vostre terre e l'ospitalità della vostra casata, che tanto gentilmente mi ospitò nel loro maniero di Dolceacqua." "Bene, allora avrete già conosciuto mia moglie e mio figlio." Annuii.
"Tornando al dunque, non molto distante da dove lei ha trovato rifugio, al di là dell'abitato di Isolabona, dopo aver oltrepassato le terre sabaude ed essere ritornati nei possedimenti liguri sorge un borgo antico, erto su un dirupo. Il nome di quel borgo è Triora." "Ne ho avuto notizia, proprio durante il mio soggiorno a Dolceacqua e dai vostri cari mi è stato dato in dono un ottimo formaggio, prodotto in quel luogo." "Già, ma quello che ci preoccupa non è il formaggio che ivi si stagiona, ma il miele del diavolo che lì si produce." "Spiegatevi meglio e senza giri di parole." "Molti ragazzi in età di prender moglie sono morti in quella valle e nelle vallate vicine." "Si tratterà di qualche morbo, non mi pare che questi siano tempi per cui si debba scomodare l'opera della Scimmia per un tale tipo di morte. Si tratterà di colera, febbre gialla o peste." "Volesse Iddio!" Esclamò con un'espressione atterrita il nobiluomo, poi proseguì dicendo: "Ma le malattie non colpiscono solo i ragazzi più belli e forti, anzi queste sono prerogative specifiche di chi è sano--" "Vi comprendo, ma la peste, ad esempio, non fa nemmeno distinzione tra cristiani ed infedeli." "Inoltre vi sono altri fatti strani che inducono a pensare sia opera del Maligno o di qualcuno che operi per conto suo." "Cosa?" "Questi giovani ragazzi, caratterizzati da particolare vigoria fisica e beltà, sono stati tutti trovati cadavere in uno stato, per così dire, "particolare"." Più il nobiluomo parlava e più la faccenda mi si faceva oscura, troppe metafore, troppo timor di Dio a dire le cose come stavano, provai a tagliar corto." "Vedrò allora di dirigermi a Triagora" "Triora" mi corresse il Doria.
"Giusto, Triora-- e giunto colà controllerò de visu cosa sta accadendo e, per indagare, utilizzerò i "moderni" metodi scienza, come ce li ha ben decritti il buon Aristotele nella sua opera Organon, dove egli indica e compendia il valore strumentale e metodologico della logica al fine di realizzare un percorso dicotomico che permetta di distinguere il vero dal falso, l'opera del Creatore da quella della Scimmia." Non ero particolarmente entusiasta per quanto m'era stato detto. Dopo essere stato ospite dei Doria a Dolceacqua, avevo intrapreso il viaggio verso Genova per scoprire che dovevo tornare indietro e, inoltre, per non aver appreso nulla che non avrei potuto apprendere lì dov'ero nella Liguria di ponente.
Il priore mi riaccompagnò al convento,dove m'informò di parecchi oscuri eventi che stavano accadendo in Europa e di come le eresie stessero diffondendosi divorando la Chiesa peggio della lebbra.
Lo lasciai parlare, perché, almeno relativamente all'argomento eresie, noi fraticelli non eravamo messi benissimo e, per quel che riguardava l'ordine a cui apparteneva il priore, non lo vedevamo di buon occhio, al punto da averli rinominati Domini canes.
La notte non fu delle più tranquille. Fu caratterizzata dalla visione di un borgo assiso su una rupe, che fosse Triora? Nel sogno io volavo, mentre le nubi si addensavano su una montagna lì vicino. La gente del villaggio fuggiva terrorizzata dai vini campi per correre al riparo nelle loro case, ma ad intimorirli non pareva essere la possibilità di un'improvvisa pioggia o di una repentina grandinata, allora cosa? Sempre nel sogno, io volavo verso la montagna dove, ad un certo punto, riuscivo a distinguere diverse figure ignude intente a danzare. I loro lineamenti si trasmutavano ad ogni passo passando da una bellezza da ninfa alla deforme bruttura di un'arpia.
Dal fuoco intorno a cui danzavano e che pareva essere il centro stesso intorno a cui si addensassero quelle oscure nubi, si materializzò ad un tratto un essere metà umano e metà caprino i cui lineamenti della faccia, tuttavia, sembravano appartenere ad un babbuino. Quest'essere pareva non soffrire del calore emanato dalle fiamme. Ne uscì, esibendo oscenamente lo stato di eccitazione virile in cui era e, la verga che esibiva non pareva avere nulla di umano.
Gli esseri danzanti interruppero il loro girotondo, prostrandosi alla creatura ed esibendosi in gesti osceni nei confronti della verga eretta.
Fu a questo punto che mi svegliai di soprassalto intriso di sudore e scosso dai brividi di terrore per quanto avevo visto.
Che fosse una premonizione? Un avviso da parte di Domineddio di quanto avrei potuto trovare in termini di dissolutezza in quelle lande? Che fosse L'Oscuro Tessitore in persona che invece stesse calando la sua rete di subdole ed oscene tentazioni sulla mia persona? "Vi possederò ad una ad una analmente!" Risuonò una voce nella mia testa. Decisamente non poteva essere la voce di nostro Signore, possibile che il Nemico s'annidasse anche in quel convento.
Impossibilitato a riprendere il sonno, decisi di scendere presso il chiostro e dedicarmi alla meditazione.
Fu in quel frangente che mi parve di riudire quella voce.
"Vi possederò analmente ad uno ad uno!" Ma la voce mi sembrava diversa e non così ultraterrena come la volta precedente.
Pareva provenire dal refettorio. Nel massimo silenzio mi diressi verso quella direzione, da dove adesso provenivano gemiti e lamenti.
La porta del refettorio era chiusa a chiave, ma la porta presentava sufficienti fessure per poter spiare cosa stesse accadendo all'interno di quella stanza.
Avvicinai l'occhio e quello che vidi turbò alquanto il mio animo: il priore era intento alla sodomia con alcuni giovani novizi. Dunque il mio sospetto era fondato, il Nemico agiva anche dentro quelle pareti.
Cercai la forza nella preghiera, quindi ebbi l'illuminazione divina di preparare le mie cose, lasciare un messaggio di commiato e ringraziamento al priore e, infine, prendere a prestito un asinello per dirigermi già in quelle ore della notte verso il ponente ligure.
Pregai per l'intero viaggio, pregai perché la mia anima non rimanesse contaminata, pregai per l'anima di quei peccatori, affinché si ravvedessero e pregai per i giovani ragazzi di Triora e dintorni affinché non cadessero preda del Maligno.
Quando giunsi ad Oneglia ero esausto, non ero riuscito a chiudere occhio, giacché appena mi calavano le palpebre riprendeva sempre forma il medesimo incubo in cui la bestia possedeva analmente quelle strane creature della notte e la voce della Bestia e delle creature nella mia testa finiva per confondersi con quella del priore e dei novizi.
"Santa Annalisa del Baganza, proteggi l'anima mia!" Dissi.
Ero molto devoto alla santa, che peraltro avevo conosciuto in gioventù prima di prendere i voti e portavo sempre con me una effige della consorella che la raffigurava nell'atto umile di nutrirsi di un porro e predicare.
L'invocazione m'era venuta istintiva, ma solo in un secondo tempo rammentai gli ammonimenti che ella mi aveva dato in gioventù: "Lì, nell'arco di mare dove l'aquila troneggia, non ti fidare di quel che sembra e appare." Intorno a me c'erano il simbolo della signoria che dominava quelle terre: un'aquila per l'appunto. Che l'arco di mare fosse il mar ligure? Cosa avrei frainteso lasciandomi guidare dalle apparenze? A Oneglia chiesi chiarimenti su come giungere a Triora e tutti mi consigliarono di risalire il corso del torrente Argentina che aveva la propria foce presso Taggia.
Così feci, senza nemmeno sostare per il pranzo, ormai avrei mangiato a Triora, era solo una questione di poche ore.
Giunto sul luogo presentai le mie credenziali al podestà, il quale mi accolse con le medesime benedizioni che avrebbe dell'acqua per un assetato nel deserto.
"La ringrazio per l'apprezzamento dimostrato, ma averi bisogno di chiarimenti su quanto accade i queste vallate." Il podestà si guardò intorno come per controllare che non ci fossero orecchie indiscrete che potessero ascoltare.
"Si tratta di una maledizione!" Io sorrisi e lo ammonii: "Suvvia, buonuomo, prima di prendere in considerazione il Signore delle Tenebre, sarebbe opportuno valutare i fatti--" "Andiamo ai fatti, mi segua al palazzo del capitaniato." Lo seguii. L'uomo, nonostante l'età possedeva un buon passo, probabilmente legato all'abitudine di salire e scendere quei carruggi tutti i giorni. Io, invece, cominciai ad ansimare ben presto e a perdere terreno, nonostante avessi almeno una decina abbondante di anni in meno.
"Viuzze di montagna!" Esclamo con tono giulivo il podestà, quasi d'un colpo fossero svanite le sue paure.
Non risposi, non perché non sapessi cosa risponde, ma perché non avevo fiato a sufficienza per effettuare la cosa.
Giungemmo infine ad un grosso e massiccio palazzo. Reggendomi ad un muro e alla mia fede riuscii a non imprecare per lo sforzo che avevo dovuto compiere.
L'uomo mi fece entrare e mi mostrò delle scale che scendevano verso un piano interrato completamente scavato nella roccia d'ardesia.
Rispetto alla calura asciutta dell'estate, lì regnava un'aria fresca, a volte persino gelida.
"Venga mi segua" Il podestà reggeva in mano una torcia e il so incedere ora pareva goffo, ma probabilmente era dovuto al gioco di luci ed ombre provocato dalle fiamme.
Dopo parecchi metri percorsi tra corridoi e sale, giungemmo in un ampio salone al cui centro c'erano vari tavoli e, coperti da un telo, quelli che supposi da subito essere dei cadaveri.
"Non avete provveduto a seppellirli? Non è pericoloso se si trattasse di un'epidemia tenerli tutti raggruppati in un simile posto?" "Lei che un uomo di scienza, mi saprebbe dire quale malattia provoca una simile morte?" L'uomo tolse un telo e, istintivamente, io mi girai dall'altra parte.
"Non si preoccupi, non c'è decomposizione. È come venissero mummificati o, peggio, trasformati in oscene statue." Fu quest'aggettivo: osceno, che vinse la mia repulsione e m'indusse a voltarmi ed osservare.
Ciò che vidi era invero curioso: il rigor mortis sembrava giunto istantaneo mentre il ragazzo era piegato a compiere non si capiva bene cosa. L'espressione del viso non dimostrava sofferenza, tuttavia presentava il tipico rictus. Cercai tra i miei indumenti un fidato amico.
"Oh quale diavoleria è mai questa!" Esclamo il podestà.
"Signor mio, si tratta di scienza moderna prodotta dai mastri vetrai.
Invece di essere piano, questo vetro è concavo e la forma gli conferisce una dote miracolosa: quella d'ingrandire i particolari." "Oh stanti benedetti del Paradiso, ma non sarà magia nera?" "Non è magia nera, ma scienza, prima dei greci e poi degli arabi. L'ho fatto eseguire dopo avere letto dei testi arabi presso l'università di Grenada." "Ma siete sicuro che non sia "infetto", dopotutto è opera degli infedeli!" "Non temete non ha mai danneggiato nessuno fino ad ora, anche se occorre maneggiarlo con cura quando si è all'esterno, infatti esso concentra i raggi del sole ed è in grado di appiccare il fuoco come fece Archimede con i legni dei romani." "Mi meravigliate frate Guglielmo d Baskerville, ciò che mi è stato riferito di voi corrisponde dunque al vero!" Per non mettere in imbarazzo il mio anfitrione, non lo corressi e non lo informai che non ero fra Guglielmo da Baskerville, il quale in compenso avrebbe di buon grado preferito avere la mia giovane età piuttosto che possedere la propria, ma veneranda.
Un esame attento del cadavere m'indusse un atroce sospetto. Nonostante avessi preso i voti, nella mia prima gioventù ero stato un giovane rampollo della nobiltà spagnola scapestrato come tutti i miei coetanei e, all'epoca, prima di udire il richiamo di nostro Signore, avevo ben recepito ed accolto il richiamo dell'altro sesso. Era quindi inutile fare il falso ingenuo.
"In acto copulatio--" "In cosa?" Mi venne chiesto.
"Il giovane sembra essere deceduto nel pieno di un rapporto sessuale, anzi direi al termine: eculatio manifesta!" Dissi indicando alcune chiare tracce sul glande.
C'era qualcosa di strano. Alcuni studi, peraltro bollati all'indice, pubblicati su recenti pubblicazioni di anatomia tendevano ad escludere la presenza di materiale cartilagineo o di fibre muscolari all'interno dell'organo riproduttivo maschile, quindi non era possibile che vi fosse rigor mortis, eppure il turgore e la fierezza del turgore manifestata dal soggetto in esame era, a dir poco straordinaria.
Guardai con maggior cura i tavoli e li contai. Erano ben ventotto. Di essi solo sette erano vuoti, quindi, secondo logica, c'erano almeno altri venti vittime da poter esaminare.
La popolazione di quel paesino doveva aggirarsi sulle trecento anime.
"Santi numi!" Esclamai, terrorizzando il podestà.
"Cosa accade!" Esclamò a sua volta in preda al panico.
"Nulla, mi scusi, ma questi sono tutti i giovani morti di recente?" "No, sono tutti i giovani morti nell'ultimo anno." "Come, nell'ultimo anno?" "Le ho detto che non si decompongono?" "Già, adesso che mi ci fa pensare, rammento." Li esaminai ad uno ad uno. Una cosa li avrebbe accomunati anche all'occhio più distratto: erano tutti morti al termine di un rapporto sessuale. Sorgeva una domanda spontanea: si trattava sempre della medesima persona? Se sì, un uomo, un donna o qualcos'altro?" Cominciai ad annotare alcune osservazioni, preziosi indizi su cui avrei potuto riflettere, ricavandone logiche deduzioni da cui, poi, formulare delle ipotesi.
"In verità, c'è dell'altro" mi disse la mia guida "una leggenda, anzi: una maledizione, ma per questo la devo condurre in un altro luogo, alla dimora di messer Outsone, uno studioso di medicina che però qui effettua studi di letteratura e si prende cura dei testi conservati nella biblioteca privata dei Doria.
Giunti presso la dimora del dottore Outsone il podestà mi salutò.
"Credo che non sia più richiesta la mia presenza messer Outsone era già stato informato della sua visita." Bussai e mi venne ad aprire una persona non più giovane con sul naso delle lenticule. Questo mi portò a pensare che fosse la persona che cercavo e mi diede l'opportunità di presentarmi.
"Lei e il dottor Outsone, suppongo. Piacere di conoscerla, io sono fra Olmés." "Entri, si accomodi." "Mi hanno detto di recarmi da lei per una questione che riguarda una maledizione." "Appunto, si accomodi pure su quella sedia." L'uomo si diresse verso un tavolo pieno di pergamene, quindi dopo aver borbottato a lungo frasi incomprensibili scartabellano tra i vari fascicoli, estrasse una antica pergamena piena di polvere.
Dopo averci soffiato sopra e provocato una nuvola pulverulente irrespirabile si accomodò vicino a me.
"Le sembrerà incredibile, ma io poso questo documento sempre sopra tutti gli altri e poi, incredibilmente finisce in mezzo alla pila e sempre pieno di polvere, nonostante ogni giorno il lo polisca e lo risistemi in cima alla pila." Indubbiamente vi erano degli elementi indiscutibilmente soprannaturali in tutta questa faccenda.
"Scusi l'ardire, ma se lo scritto è antico, cosa può avere mai a che fare con fatti recenti." "Le leggerò il manoscritto." "Sulle origini della maledizione che pende sulle teste degli abitanti di queste valli si sono sentite molte voci e, proprio per questo motivo, ho ritenuto importante che rimanesse a memoria un documento scritto prima che il tramandarsi dei fatti per via orale ne alteri talmente i connotati, da rendere tutta la storia irriconoscibile.
Nell'anno del signore 964 nacque nei pressi di Dolcacqua un bimba, essa era figlia di una famiglia di abruzzesi giunti sin qui per lavorare preso il maniero dei Doria. La bambina crebbe forte e bella insieme ai suoi fratelli finché un giorno, quand'ella aveva smesso l'aspetto di bambina per assumere quello di donna, si posarono su di lei gli occhi e le bramosie del conte il quale la ebbe per una notte con l'inganno. Per raggiungere il suo turpe scopo il conte si era fatto aiutare da un potente negromante dedito alla magia nera, questi in cambio gli aveva chiesto di avere per sé il frutto di quella congiunzione carnale. Disonorata nel proprio nome la ragazza fu cacciata dalla famiglia e dal paese e nessuno in tutta la vallata le diede aiuto. La poverina riuscì a campare dei frutti della terra, portando in sé il frutto di quell'atto proditorio da parte del conte e venendo a vivere a Trioria, ma il giorno stesso in cui ella lo partorì, debole per gli stenti, morì. Prima di morire però getto una maledizione sulla popolazione di queste vallate, una maledizione che si sarebbe dovuta tramandare di generazione in generazione tramite il seme di suo figlio e che si sarebbe adempiuta alla nascita della prima femmina. Io fui testimone dei fatti e Iddio mi perdoni il peccato di non aver soccorso una povera ragazza sperduta per timore della vendetta del conte." "Cosa ne dice?" Mi chiese lo studioso.
"Interessante, l'ipotesi sarebbe che solo ora sia nata la femmina di questa stirpe. Che firma porta il documento?" "Un attimo che non comprendo la calligrafia, credo: fra Edoardo da Pigna." "Allora la ragazza nacque nel 964, facciamo che sia stata sedotta a quindici anni e che abbia partorito a 16, allora si parlerebbe del 980, sarebbero 347 anni in cui si sarebbero succedute solo generazioni di maschi, la cosa mi pare improbabile. Esistono memorie che fatti di questo genere siano già accaduti in passato?" "No, almeno per quel che riguarda i documenti in mio possesso." "Avete istituito un coprifuoco o qualcosa di simile?" "Certo, ma lei forse non s com'è bollente il sangue di un giovane uomo--" "Non si preoccupi, prima di indossare la tonaca sono stato anch'io un uomo dai bollenti spiriti." "Tuttavia--" "Tuttavia cosa? Non mi nasconda nessuna informazione." "Tuttavia c'è una ragazza che vive sullo sperone sopra Pigna, la quale è additata da molti come una strega." "Ha un nome la ragazza?" "Non so, tutti la chiamano semplicemente la maliarda." "Vive da sola questa donna?" "No, pare abbia un figlio." "E il figlio si sa di chi sia?" Ci fu un lungo silenzio pieno d'imbarazzo.
"Dunque si sa o no di chi sia questo figlio?" Chiesi nuovamente con maggior decisione.
"Del diavolo!" "Santa Annalisa del Baganza, proteggi l'anima mia!" Esclamai facendomi il segno della croce.
Poi ripresi la piena facoltà mentale e mi vergognai molto della mia reazione.
"Indagheremo sulla questione, potrebbero solo essere illazioni, la donna non potrebbe essere una strega e il bimbo potrebbe essere semplicemente il frutto della colpa" dissi.
L'indomani mi recai nel borgo di Pigna, per arrivarci dovetti valicare una montagna e giungere fino alla successiva vallata. Giunto in riva al torrente Nervia vidi un piccolo nucleo di case che erano sorte su uno sperone roccioso che sorgeva proprio di fronte al borgo di Pigna.
Sempre in groppa al mio somarello risalii un sentiero che prendeva spunto da una piccola chiesetta, valicava un torrente mediante un piccolo ponte e s'arrampicava su-su fino allo sperone.
Giunto sulla sommità, incrociai un piccolo galletto nero e la cosa mi inquietò non poco, poiché tale animale è spesso connesso ai rituali satanici.
Avanzato fino a quella che supponevo essere la casa della megera, tentai di avvicinarmi ad una finestra per poter buttare un occhio all'interno senza destar sospetto. Per fare ciò dovetti legare il mio somarello ed inerpicarmi su per un carruggio, quindi arrampicarmi per un muro e camminare sopra un tetto, così da giungere fino ad un feritoia che suppongo servisse per arenare la casa.
All'interno vidi un ambiente sudicio, polveroso in cui povertà e disordine la facevano da padrona.
Inizialmente non vidi nessun essere umano, ma solo un gatto, anch'esso come il galletto era nero. Dopo un po' il gatto si allontanò e, al suo posto, giunsero prima i passi, poi il corpo in carne ed ossa di una giovane donna il cui aspetto stanco e sfatto non riusciva però a nascondere un'antica beltà.
Rimasi in silenzio ad osservare.
La donna attizzo il fuoco su una stufa e pose un calderone a bollire.
Difficile dire se preparasse un qualche intruglio magico o la propria cena.
Di lì a poco sentii bussare.
La donna sparì alla mia vista. Supposi fosse andata ad aprire. Di lì a poco ricomparve in compagnia di un uomo piuttosto avanti negli anni, coperto da un mantello.
Quando l'uomo si tolse la sua vecchia zimarra, potei notare l'abbigliamento da ecclesiastico.
Rimanendo in silenzio osservai la scena.
L'ecclesiastico diede un sacco di iuta contenente qualcosa. La ragazza lo afferrò con bramosia e ne ispezionò il contenuto quindi sorrise soddisfatta all'uomo il quale le restituì il sorriso.
A questo punto la ragazza s'inginocchiò. Sulle prime, il mio animo candidò ritenne fosse per ricevere una benedirne e declamare con l'uomo di chiesa una preghiere. Invece ben presto le mani frugarono sotto la tonaca dell'uomo, fino ad estrarne il membro.
"Santa Annalisa del Baganza, proteggi l'anima mia!" Esclamai istintivamente.
I due si guardarono attorno nervosi per un attimo, rimanendo in silenzio, in attesa di qualche elemento rivelatore che manifestasse la mia presenza.
Nonostante l'istintiva repulsione a ciò che stava per accadere, mi costrinsi ad assistere in perfetto silenzio a tutta la scena.
La ragazza accarezzò un paio di volte la verga dell'ecclesiastico, la quale diede subito segno di gradire quelle attenzioni.
Le mani dell'uomo andarono quindi ad afferrare il capo della giovane, facendo sparire le proprie dita tra i folti ed arruffati capelli.
Ora la ragazza veniva comandata ad ingurgitare l'asta che vedevo sparire e ricomparire sempre più turgida dopo ogni affondo. L'uomo sembrava molto soddisfatto di ciò grugniva in modo greve e scomposto.
A tratti pare trarre particolare giovamento dal far ingurgitare l'intero sesso alla ragazza, fino a costringerla quasi a rigurgitare e, ogni volta questa riusciva ad introdurre l'intero sesso all'interno della sua bocca, la lodava con un: "Brava." Diverse volte mi ritrovai a pregare in silenzio i santi del Paradiso perché il mio candore fosse preservato, ma devo ammettere che la visione di quella scena mi provocò un grave turbamento nell'animo e nel fisico, che (mia culpa, mia massima culpa) cominciò a reagire in modo inaspettato.
Il Maligno era indubbiamente all'opera perché pensieri impuri iniziarono ad invadere la mia mente. Se inizialmente avrei desiderato ritrovarmi altrove, adesso i miei occhi non si staccavano dalla ragazza e in me cresceva uno strano desiderio di unirmi a loro nella pratica di quei giochi impuri.
Le mani concupiscenti dell'uomo corsero in maniera confusa a spogliare il torace della ragazza e, ben presto, due seni di ragguardevoli dimensioni furono portati allo scoperto.
Le mani del religioso riemersero dalla folta chioma della ragazza ed iniziarono a palparne le forme con particolare lussuria.
Non più costretta ad ingurgitare la carne di quell'uomo, la ragazza cominciò a dedicare le sue cure in maniera differente, utilizzando essenzialmente la lingua.
Vinto dall'opera del Demonio, lasciai scivolare la mia mano sul mio sesso e, socchiusi gli occhi, immaginai di essere al posto dell'ecclesiastico.
"Santa Annalisa del Baganza, proteggi l'anima mia!" Mormorai, ma la richiesta di soccorso rimase inascoltata.
Ero come ipnotizzato e posseduto al tempo stesso.
"Alzati!" Ordinò il sacerdote alla ragazza.
La giovane ubbidì e il religioso lasciò scivolare i quattro cenci che la ricoprivano per terra.
"Dannata sia l'anima tua Eva che con la tua mela mi conduci al peccato!" Strillò l'uomo quasi fosse fuori di sé, quindi assestò due ceffoni alla ragazza, che non parve né reagire, né lamentarsi per questo.
La meschina si limitò ad assumere, quasi vi fosse un tacito accordo o un scellerato patto che dorava da lungo tempo, una posizione prona come fosse una bestia dotata di quattro zampe.
"Perdonami Signore!" Strepitò il religioso prima di chinarsi dietro alla ragazza e leccarle il posteriore e la parte al di sotto di esso.
Cosa stesse facendo era facilmente immaginabile e anch'io in gioventù, prima di prendere i voti, avevo dedicato alle compagnie delle mie notti medesime attenzioni.
La ragazza pareva gradire ciò che il prelato le stava praticando e, dopo un lungo silenzio, cominciò a riempire il proprio vuoto di parole con dei gemiti che aumentarono ancor di più la lussuria che già era in me.
Non dovetti attendere molto per assistere alla scienza dell'ecclesiastico che possedeva carnalmente la donna.
I grugniti che emetteva sembravano avere poco d'umano e si diffondevano attraverso le aperture della casa in tutta la vallata.
Non saprei dire se l'accoppiamento avvenisse in maniera naturale o contro natura, ma il giovamento che l'uomo ne traeva era di gran lunga superiore a quello che ne ricavava la giovane.
Quando il sacerdote ottenne l'obolo del Diavolo che tanto aveva cercato, anch'io trassi da me il medesimo piacere.
A quel punto la mia mente era confusa e il mio animo turbato. Avevo peccato contravvenendo ad uno di dieci comandamenti. Spaventato e terrorizzato da ciò corsi al mio somarrello, per ridiscendere il sentiero il più rapidamente possibile.
Nel modo che mi fu più rapido tornai a Triora e lì non rivolsi parola a nessuno, perché troppa era la vergogna che provavo per me stesso.
Mi limitai solo a chiedere lumi al dottor Outsone su dove avrei potuto trovare un padre confessore sul quale riversare l'inquietudine del mio animo, ma lui mi disse che solo l'indomani lo avrei potuto incontrare,poiché quel sant'uomo era spesso in giro per la vallata a fornire conforto al proprio gregge da buon pastore.
Mi andai a coricare e tentai di prendere sonno.
Una volta cinto dalle braccia di Morfeo, tornai a smaterializzarmi e a librarmi nell'aria come già m'era accaduto. Il mio corpo immateriale era all'interno di un bosco di castagni. Una ragazza dall'aspetto ordinato e curato, seppur una contadina era intenta a setacciare il terreno per ritrovare il prezioso frutto di quegli albero così maestosi.
Ogni volta si piegava per raccoglierne un po', la corta veste le saliva e ai miei occhi appariva quel luogo di delizie e lussurie a cui avevo rinunciato con la mia scelta di fede.
Un senso di compiacimento e di disapprovazione mi pervasero, combattuto com'ero tra gli insegnamenti di nostro Signore e la tentazione che la Scimmia aveva introdotto in me.
Un improvviso ululato mi fece rabbrividire. La contadinella del sogno, che stava canticchiando si zittì, quindi rise giuliva come una sciocca. Tutto mi parve così strano e surreale.
Un rapido tramestio tra le foglie preannunciò l'avvicinarsi si una qualche creatura. Il rumore non era quello di umani passi, ma piuttosto l'incedere di una qualche fiera.
A differenza di me, che pure ero incorporeo e che nulla avrei dovuto temere, la ragazza non sembrava impaurita, ma languidamente compiaciuta di sé.
Incredulo notai che, nella posizione prona della raccolta delle castagne, la sua mano destra aveva cominciato a dedicare al proprio corpo attenzioni intime che reputavo fuori luogo in quel momento così drammatico.
All'improvviso apparve un enorme lupo dall'aspetto deforme, sproporzionato negli arti e dall'andamento incerto.
Un nuovo ululato mi fece rabbrividire e, al tempo stesso desiderare d'essere altrove.
Ero preoccupato per la ragazza, che pareva essersi del tutto estraniata dal quel luogo e da quella situazione. Talmente intenta a darsi piacere da non accorgersi della minaccia che incombeva.
Quella creatura infernale, simile ad un lupo deforme, ma grande quasi quanto un orso, digrignò i denti, cominciando a sbavare copiosamente.
Le sue fauci erano enormi e i suoi denti aguzzi. La ragazza sembrava non avvertire la sua presenza e proseguiva nel mormorare una stana cantilena di cui non comprendevo le parole.
Adesso la belva girava introno alla contadinella, ansimando e rantolando. Urlai, ma la ragazza parve non udire minimamente il mio grido disperato d'avvertimento.
Vidi quella simil-specie di lupo urinare contro alcuni castagni e poi ritornare vicino alla giovane donna, tuttavia il suo fare non sembrava minaccioso, piuttosto eccitato, difatti la propria virilità, fino a prima celata all'interno del proprio vello era ora completamente al di fuori e sia le notevoli dimensioni sia il colore rubizzo la rendevano facilmente rilevabile.
Un senso d'inconscia disapprovazione e disgusto si sostituirono al terrore che fino a quel momento mi avevano dominato.
Ben presto la belva fu sopra alla contadina iniziando a possederla con grande vigore. Per quanto oscena apparisse la scena, ciò che era ai miei occhi nulla era rispetto a ciò che giungeva alle mie orecchie, poiché la vittima gioiva dell'opera del proprio carnefice e plaudiva della propria profanazione, incitando la malabestia a concederle un maggiore e più intenso giovamento.
Un tremendo ululato annunciò il raggiungimento della soddisfazione anche da parte dell'essere, che si staccò dalla donna per finire riverso e completamente esausto su un fianco.
La colona non ancora soddisfatta cercava con le dita ulteriore piacere e, mano a mano che il seme del mostro le fuoriusciva, ne assaporava il peccaminoso sapore.
Nel frattempo la malabestia si contorceva e si dimenava e i propri lineamenti si alteravano da quelli di deforme lupo a quelli di un essere umano i qui tratti, di volta in volta, mi divennero sempre più familiari, fino a riconoscere in lui l'ecclesiastico che avevo visto congiungersi carnalmente con la megera.
Un urlò di disperazione riempì la cella in cui stavo dormendo, interrompendo il mio sonno e con esso il mio incubo.
"Santi del Paradiso!" Mi ritrovai ad esclamare.
Inutile dire che mi fu impossibile a quel punto riprendere in alcun modo il sonno. Pensai allora di utilizzare il mio tempo in miglior modo. Sarei tornato ad ispezionare i cadaveri e, nel contempo, avrei pregato per l'anima mia.
Ispezionando meglio i cadaveri, notai come la loro età era compresa tra i sedici e i ventiquattro anni (almeno all'apparenza). Il loro corpo non presentava graffi, escoriazioni o altro, tranne un leggero morso sul collo, che chiamai "il morso del Diavolo". L'impronta lasciata dai denti non era rossa né tanto meno di colore viola o marrone come accade quando il sangue si coaguli o si rapprenda in un ematoma o in una ferita, ma stranamente verde. Le loro labbra presentavano la presenza di muco rappreso, ne dedussi che aveva tutti praticato del sesso orale. Cercai nelle loro verghe tracce di feci, ritrovandone ne dedussi che con molta probabilità il rapporto che essi avevano avuto doveva essere stato contro natura. Tutti questi particolari mi erano sfuggiti la prima volta, vinto dal mio orgoglio avevo abbandonato la retta via dell'indagine e della logica.
Le calzatura di costoro erano piuttosto sudice. Troppo perché costoro si fossero limitati a calpestare un sentiero. Probabilmente la morte aveva colto ognuno di loro nei boschi dove i loro cadaveri erano stai ritrovati.
Fu in questo preciso momento che riemerse alla mia memoria un particolare che inizialmente avevo sottovalutato, ma desso aveva attirato la mia curiosità. Il podestà aveva dei denti particolarmente affilati, con dei canini oltremodo sviluppati. Certo non considerai questa come una prova contro di lui, ma solamente la presenza di una caratteristica antropomorfica curiosa che magari quell'uomo condivideva con altri in cui scorreva nelle vene il medesimo sangue.
Annotai le mie osservazioni. La mia indagine stava divenendo sempre più complicata. Se tutti quei cadaveri avevano avuto dei rapporti anali la mia indagine, già di per sé non limitata alla megera, ma a tutte le donne di quelle vallate, doveva estendersi ora anche agli uomini. Uomini e donne nessuno escluso-- Dovevo risolvere questo caso il più in fretta possibile, ne andava della mia vita e della mia anima, giacché la libidine e la lussuria che trasudava da quella terra era tale da potermi portare rapidamente tra le braccia del Signore delle Mosche.
Chiuso nella mia cella e letteralmente in preda alle mie speculazioni giunse il mattino. La logica, più che la fede, era riuscita a mantenere casto il mio animo, ma soprattutto il mio corpo che, nell'ultimo periodo, aveva ecceduto in manifestazioni di libidine e di lussuria.
Fu dopo poco il canto del gallo che qualcuno bussò alla porta del cubicolo ove io alloggiavo.
Andai ad aprire e rimasi meravigliato nel vedere di fronte a me l'ecclesiastico del giorno prima.
"Buongiorno figliuolo, sono padre Franco da Pigna, il pastore di questo sperduto gregge. Il dottor Outsone mi ha fatto giungere un messaggio in cui mi informava del so bisogno di condividere un po' di conforto cristiano." Le mie labbra pronunciarono, senza emettere però alcun suono, un'unica e d istintiva frase: "Vade retro Satana!" Inizialmente mi chiesi perché nostro Signore aveva deciso dimettermi così duramente ala prova, ma poi pensai che le vie della Provvidenza sono infinite, perché anche quel religioso aveva dei canini spropositati e dei denti eccezionalmente aguzzi, inoltre, ed era questo il fatto più rilevante, erano macchiati di uno strano composto verdastro.
"In realtà" continuò l'uomo "ero intento in una modesta colazione ed ho pensato che potevamo condividere il gesto, cosicché lei avrebbe avuto l'occasione di aprirsi con me." Accettai e pensai di rivoltare la situazione a mio favore. Ovviamente non avrei potuto fare di quell'empio il mio padre confessore, ma in compenso avrei potuto utilizzarlo come testimone e persona informata dei fatti, senza però rivelare nulla di quanto il giorno precedente avevo visto e sentito.
Pensai anche che il sogno o la visione che m'era stata mandata fosse non tanto un tentativo di corrompere la mia anima ma di rivelarmi la doppia natura di quell'uomo: homo homini lupus-- altro che pastore di innocenti pecorelle.
Il sacerdote mi accompagnò sino alla sua modesta dimora e qui mi accomodai ad un tavolo al cui centro un contenitore era riempito di uno strano impasto verdastro.
"Non so se lei lo conosce, noi lo otteniamo con il basilico, i pinoli e l'olio d'oliva. Qui tutti ne vanno pazzi e lo mettiamo sopra a tutto, io ci faccio colazione con un po' di pane. Lo provi!" Il pensiero successivo che strutturai fu deludente, già il tipo di rapporto che le vittime avevano avuto non era chiaramente identificabile come etero o omo sessuale, ora l'intero territorio andava pazzo per un intingolo che macchiava i denti di verde, se avessi notato che la gran parte della popolazione manifestava la stessa anomalia nei denti (cosa molto probabile in un luogo così isolato in cui gli accoppiamenti avvenivano sempre all'interno del medesimo gruppo), mi sarei ritrovato al punto di partenza senza uno straccio d'indizio.
Senza dimostrare morboso interesse chiesi informazioni sulla megera, ma non ottenni quasi nulla, perché il religioso mi disse solamente che vanamente aveva tentato di recuperare al gregge quella pecorella smarrita e che era da moltissimo tempo che non aveva più avuto occasione d'incontrarla.
Inutile aggiungere che quell'uomo non solo vestiva indegnamente gli abiti talari, ma era anche un indefesso bugiardo.
Qualcuno bussò alla porta dell'ecclesiastico, il quale si alzò ed andò ad aprire. Si trattava del podestà accompagnato dal dotto Outsone.
"Cercano lei" mi disse il religioso.
"Deus gratia, che avete che vi vedo così trafelati?" "Ier notte un dramma!" Esclamò il podestà accasciandosi pesantemente su una sedia e non riuscendo a proferir altra parola comprensibile in un convulso attacco di balbuzie che rendeva inafferrabile ogni suo ragionamento.
"Dottore mi dica lei cosa mai è accaduto!" Il dottore mi guardò negli occhi con un'espressione molto grave quindi disse: "Ier notte le guardie del castello sono uscite alla ricerca del primogenito dei Doria che non era rientrato al maniero e lo hanno ritrovato in un bosco, cadavere-- nel medesimo stato degli altri." "Cielo! Vado subito ad esaminare il cadavere." Dissi prontamente.
"La salma non è stata portata qui, ma al maniero e la notizia è stata tenuta nascosta a tutti, s'immagini, si trattava del legittimo erede della casata e in questa ora tragica per la Liguria in cui le scelleratezze del conte Uguccione ci rendono tristemente famosi in Europa si tratta di una speranza di cambiamento andata infranta." "Comprendo--" dissi mantenendo un tono grave, anche se non comprendevo bene le complicanze di tipo politico.
"C'è dell'altro!" furono le uniche parole intelleggibile che disse il podestà, prima che quella sua specie di crisi epilettica riprendesse il sopravvento.
"Cos'altro c'è?" Chiesi al dottore.
"È in arrivo l'inquisitore d'Aragona! Egli era già in viaggio per recarsi presso un convento dove il su esimio collega Guglielmo da Baskerville stava conducendo un'indagine." "Fra Guglielmo! Lo conosco bene, oserei dire un vero mastino per quello che riguarda oscuri misteri come quelli che noi stiamo vivendo!" "Si rende conto del pericolo che tutti noi corriamo!" Aggiunse lo studioso.
L'inquisitore d'Aragona lo conoscevo solo di fama-- una terribile fama.
Nessuno sapeva il suo vero nome, perché ormai da molti anni chiunque temeva di pronunciarlo. Quell'uomo s'era macchiato di gravi infamie.
Aveva condannato decine-- forse migliaia di uomini e donne al rogo per il solo sospetto di eresia o di stregoneria e, quando si trattava di un sospetto, era già molto, perché le voci che circolavano su di lui evidenziavano che anche solo l'esistenza di una semplice diceria era una prova sufficiente a giustificare una catasta di fascine da porre sotto i piedi del disgraziato o della disgraziata di turno.
"Mi chiedo solamente come mai, se deve recarsi da Fra Guglielmo egli venga da noi?" Chiesi ingenuamente.
"Facile, egli era a Nizza ed è stato intercettato da un messo dei Dori che gli hanno chiesto la cortesia di recarsi nelle loro terre, le quali, a loro detta, necessitano di spurgare una misteriosa presenza demoniaca." Mi sentii ferito profondamente nell'orgoglio, quell'avventata mossa da parte dei Doria era una chiara mozione di sfiducia nei miei confronti, ma come avrei mai potuto risolvere quest'intricato caso in così poco tempo? La megera, tutto sommato mi sembrava più che altro una povera disgraziata costretta a prostituirsi in cambio di cibo o denaro. Il resto, invece, permaneva ancora tutto troppo confuso.
Avrei avuto bisogno di maggior tempo ed invece era quello che la presenza dell'inquisitore d'Aragona non m'avrebbe concesso.
"Andrò al maniero dei Doria ad ispezionare la salma del giovane principe!" Dissi icon tono risoluto.
"La moglie del podestà è gia andata ad informare lo stalliere di preparavi un cavallo, potete dirigervi senza ulteriori indugi alla stalla," mi disse il dottore "vi avverto, al castello potreste trovare già oggi l'inquisitore d'Aragona-- siate cauto!" Sollevando il saio mi recai di corsa, per quanto il sali e scendi mi concesse, verso la stalla, fermandomi un attimo sulla soglia, turbato dai strani rumori che dall'interno provenivano.
Entrai con cautela. Oltre al nitrito dei cavalli e allo scalpitare di zoccoli riuscivo a distinguere il suono di sue voci umane.
Lo stalliere e la moglie del podestà, pensai.
Senza farmi vedere mi avvicinai con cautela.
La scena che mi si presentò mi lasciò basito. La moglie del podestà, una donna sulla cinquantina, con il seno completamente nudo e le gonne sollevate a scoprirle le terga era intenta a sollecitare con le mani e con la lingua la verga di un cavallo, mentre lo stalliere, un giovane di meno di venti anni la stava possedendo.
"Santa Annalisa del Baganza, proteggi l'anima mia!" Mormorai, ma ormai ritenevo questa implorazione piuttosto inefficace contro la lussuria imperante in queste terre senza Dio.
Il giovane riempiva la donna di epiteti poco gratificanti e questa, nei pochi momenti un cui alla bocca concedeva l'uso della parola, pareva reclamarne degli altri.
Attesi che la loro congiunzione giungesse al termine con piena soddisfazione dello stalliere, della donna e,anche, del cavallo, quindi tornai alla porta della stalla fingendo di sopraggiungere solo in quel momento.
Quando mi avvicinai alla coppia di lascivi notai che il ragazzo aveva il segno di un morso sul collo. Un livido verde.
Mi presentai e la donna sconvolse ancor più il mio animo già peraltro colto turbato da due notti insonni.
"Dunque lei è fra Olmés, mio marito mi ha molto parlato di lei, le presento mio figlio che lavora qui come stalliere." Oh a quale turpe scena avevo assistito, non solo i due erano dei lascivi, ma anche incestuosi. Mi domandai a cos'altro la mia anima avrebbe dovuto assistere in quel luogo di perdizione.
Montai a cavallo e presi la strada per il castello dei Doria. Nella mia opinione avrei dovuto lanciare il cavallo al galoppo, ma lo stallone pareva poco voglioso di proferire energie nella corsa, quasi le stesse le avesse esaurite in altre attività che la mia mente non volle approfondire.
Durante il viaggio tra una vallata e l'altra ebbi ulteriori elementi a comprovare il clima di corruzione che aleggiava in quelle terre di miscredenti. Dapprima un pastore abusava di una sua pecorella, quindi una contadina era intenta a soddisfare se stessa dando appagamento contemporaneamente a tre uomini che la incitavano al grido di : "Brava sorellina!" Infine, confusi tra gli alberi un uomo incitava un secondo ad abusare dei propri intestini.
Tali e tanti morti tra la popolazione mi parvero ad un certo punto la giusta espiazione divina di questa rinnovata Sodomia e Gomorra.
Giunto ad castello venni ricevuto con tutti gli onori dal capitano della guardia che ancora si rammentava di me. Un uomo alto, forte e fiero. Il cui aspetto mi restituì fiducia nell'animo umano. Egli, nella sua corazza scintillante, illuminò la mia vista, come avrebbe fatto la visione di Parcifallo." Condotto nelle segrete mi trovai di fronte al cadavere del giovane principe Doria. Chiesi di rimanere solo, il capitano s'accomiatò, dicendomi: ""Vado ad annunciare la sua venuta alla duchessa, la attenderemo nella sala privata." Anche questo cadavere presentava le medesime caratteristiche degli altri. La postura, l'espressione del volto, la polluzione e le minuscole tracce di feci. Osservai meglio la salma. Le unghie avevano delle tracce di epidermide. Probabilmente durante l'amplesso doveva aver graffiato l'uomo o la donna con cui si stava accoppiando. Trovai anche dei capelli, lunghi, scuri e arruffati. Sarebbero ben potuti essere quelli della cosiddetta strega, ma potevano essere anche quelli di una qualsiasi contadina o di uno dei tanti pastori che portavano capelli lunghi e disordinati.
Sul collo recava il solito morso dall'aspetto verdastro.
Le tracce di feci, ancora fresche in questo caso, riscontravano una natura di tipo vegetale. Ne raccolsi il campione ed estrassi dalla mia sacca un sistema a lenti che mi costituiva di esaminarne meglio l'aspetto e la natura.
All'aspetto sembravano i comuni resti di erbette di campagna. Quelle che i contadini aggiungevano alle pietanze per rafforzarne il contenuto alimentare.
Presi anche la misura delle unghie del ragazzo in modo da cercare conferma ai sospetti diffusi sulla possibile responsabilità della fattucchiera.
A questo punto avevo raccolto tutti gli indizi necessari a proseguire le indagini e mi diressi ai piani superiori per porgere le mie condoglianze alla duchessa.
Attraversando le sale fui attirato da di strani rumori. Aprii una parta antistante la sala in cui mi attendeva la duchessa ed intrufolai un occhio indiscretamente. Quello che vidi demolì anche l'ultimo spiraglio di luce che m'aveva illuminato. Il capitano della guardia, disteso su un tavolo era intento a leccare tra le cose una delle serve della Duchessa, mentre altre due si litigavano la sua verga per restituire all'uomo quanto egli stava dando alla loro collega.
Richiusi la porta invocando la mano divina su queste terre come era già accaduto su Sodomia e Gomorra.
Bussai alla porta e attesi l'autorizzazione della duchessa ad entrare.
Sinceramente non avrei retto ad ulteriori scene di questo tipo.
Quando entrai fui sorpreso dal vedere la duchessa in compagnia.
Vicino a lei, per la prima volta davanti ai miei occhi in carne ed ossa, l'inquisitore d'Aragona.
Costui stava asserendo alla duchessa che padre Franco da Pigna era uno dei sopravissuti della battaglia di monte Rebello e che, dopo varie vicissitudini fosse giunto in queste terre trovandovi rifugio.
Esibiva una lista di nomi indicando un certo fra Remigio che si stava dirigendo a catturare e sotto il nome di questi quello di padre Franco da Pigna.
La loro discussione proseguiva come nulla fosse, nonostante io fossi entrato nella sala e, imbarazzato, attendessi che qualcuno ci presentasse.
Oltre alle guardie del castello, altri armigeri presenziavano a questa arringa (altre parole per definirla non riuscirei a trovare).
Dall'aspetto non sembravano né di Francia né d'Ispania. Essi erano agghindati alla maniera alemanna, ma ben sarebbero potuto essere degli elvezi.
L'inquisitore interruppe quel dies irae, fissandomi con occhi che parevano di bragia.
"Chi è costui?" Chiese con un tono di voce arrogante, come lo può essere quello di chi voglia fare il padrone a casa altrui.
"Fra Olmés ho il piacere di presentarle Bernardo Gui sommo inquisitore, anch'egli ispanico come voi" disse la duchessa con fare compito.
"Duchessa le mie più sentite condoglianze per la tragica dipartita--" Una dolce espressione del volto mi trasmise il gradimento delle mie parole e il dolore che la donna ben celava dentro di sé.
"Un fraticello" fu il commento sprezzante dell'inquisitore nei confronti del mio ordine e della mia persona "un discepolo di quell'altro fanatico di Guglielmo da Baskerville, suppongo." "Mi onoro di essere un umile allievo di tale esimio maestro" risposi semplicemente io.
"Ancora per poco, se riesco a dar corpo ai miei sospetti, questa volta non mi limiterò a sbatterlo semplicemente in qualche segreta da cui, grazie alle amicizie con i potenti, possa uscire-- i miei armigeri ad ogni sosta raccolgono buona legna secca e sterpaglie, tutto il necessario per far ardere tutti gli oppositori della Chiesa." "Allora il consiglio che le posso dare, se questa è la sua opinione, è di raccoglierne un po' di più, così da averne una fascina anche per me--" "Non dubiti che lo farò con immenso piacere" fu la sua risposta.
La duchessa era in evidente imbarazzo, mentre io mi chiedevo come potesse una tale persona parlare solamente di Chiesa.
Se la mano vendicativa di Dio era su quelle terre, perché non ne approfittava anche per colpire Bernardo Gui? "Avri avuto piacere di consolare la duchessa," proseguii "ma vedo che è in altre faccende affaccendata e ubi major minor cessat--" Me ne uscii e mi diressi alla cavalcatura, incontrando, prima d'uscire, il comandante della guardia che mi fece fermare un attimo supplicandomi: "Mi benedica fra Olmés" "In nome pater--" "Un'altra benedizione, perché la mia anima sia forte ed io sappia resistere alle tentazioni, ho molto peccato e strane cose stanno accadendo." "Più che una benedizione, figliolo, una raccomandazione-- va bene che nostro Signore è uno e trino, ma tu preferisci come numero sempre l'uno rispetto al tre, anche se dicono che sia perfetto--" Al galoppo, il cavallo sembrava aver recuperato energie, mi diressi verso Isolabona e quindi Pigna, da qui, mediante il solito sentiero m'inerpicai sullo sperone di roccia del giorno precedente. Alla fine dell'erta non trovai il galletto nero e la cosa mi fece provocò uno speciale presagio di sventura.
Bussai alla porta della presunta fattucchiera, che mi apri senza tanti indugi.
"Chi siete messere, voi non siete di questi luoghi, non vi ho mai visto e io conosco tutti gli uomini di queste valli, tutti senza alcuna esclusione, siano essi umili o principi." In un certo senso avevo avuto la riprova di quale attività la ragazza svolgesse per campare e lessi un biblicamente sul tipo di conoscenza che ella aveva con tutti gli uomini di quelle vallate.
All'interno della catapecchia, costruita con pietre sovrapposte a secco, cercai la presenza del gatto, ma non la vidi.
"Le ho portato qualcosa in dono, in cambio le chiedo solo delle informazioni." Estrassi dalla mia sacca della farina, alcune uova, della melassa, della frutta e un cosciotto d'agnello, tutta roba che avevo chiesto e ricevuto presso il Maniero dei Doria.
La donna sorrise e notai che i suoi denti non erano regolari, ma aguzzi con in canini in evidenza come quelli di un felino.
Le testimonianze su quella megera avevano parlato di un bambino, ma non sembrava essercene traccia.
"Oh, la ringrazio vostra signoria. Un attimo, le preparo qualcosa da mangiare--" S'allontanò con i miei doni, mentre io cercavo un posto dove accomodarmi, non trovandolo mi gettai sopra un pagliericcio.
Nel disordine più completo notai strumenti dall'aspetto strano e iscrizioni misteriose, stelle a cinque punte e altri strani simboli da negromante. Magia bianca? Magia nera? Una gatta nera con in bocca un gattino attraversò la stanza. Il suo pelo era arruffato e in disordine.
La gatta saltò sopra una catasta di legna e da lì ad una finestrella, quindi verso l'esterno. Tornò dopo poco, ma senza il gattino.
Attraversò la stanza, fissandomi in modo inquietante e sparì dietro l'angolo.
Un invitante profumo di cibo nel frattempo cominciò a levarsi nell'aria. Dopo molti minuti la megera ricomparve e, insieme a lei un paio di tegami ed una pentola posti sopra un piccolo carretto.
"Mangiate messere, ma prima datemi una mano." "Non credo nella lettura della mano né in altri giochi da fattucchiera" le dissi.
Lei mi fisso negli occhi e disse: "Non ti voglio leggere la mano, voglio solo toccarti-- capirai." Quando mi afferrò la mano una strana energia mi pervase e visioni in rapida successione attraversarono i miei occhi o, forse, la mia mente.
Credo si trattasse della vita della ragazza, ma era difficile dirlo, perché anni e anni di cita, giorni, minuti e singoli secondi, scorsero davanti a me in meno di un minuto.
Il suo tocco aveva un qualcosa di miracoloso, perché ogni dolore dovuto ai pessimi giacigli e ai vari viaggi era scomparso.
"Voi vorreste sapere se sono io che ammazzo tutti i giovani di queste lande--" Annuii, sconcertato dalla sua affermazione.
"Voi sapete come viene preparato il pesto da queste parti e lo sapete come si prepara il pane alle erbe selvatiche?" Scossi la testa in senso di diniego.
Voi nemmeno sapete che cosa può fare il basilico e certe erbe selvatiche nel sangue in certe condizioni--" Scossi ancora la testa, attendendo la risposta, ma la ragazza sorrise senza parlare ancora.
Mangiammo, poi la ragazza mi chiese di alzarmi in piedi. Io ubbidii.
Mi si avvicino annusandomi.
"Hai un buon odore--" La fissai senza capire.
Lei sciolse i cordone che mi cingeva il saio, quindi me lo tolse. Non ne comprendo ancora oggi i motivi, ma non feci nulla per impedirglielo.
"Che bel fisico!" Esclamò, quindi si spoglio a sua volta.
Avrei potuto invocare la santa a cui ero devoto, ma non lo feci, qualcosa, forse nel cibo che avevo mangiato, m'induceva al languore.
Le sue mani sfiorarono il mio corpo. La cosa era gradevole ed eccitante al tempo stesso.
"Mi hai visto col prete?" Annuii, qualcosa m'impediva di parlare.
"E ti è piaciuto guardarmi." Assentii nuovamente.
"E ti sarebbe piaciuto essere al posto del prete?" Dissi alla mia testa di girare destra sinistra, ma lei invece si mosse dall'alto verso il basso.
Le sue mani massaggiavano il mio ventre, l'interno della mia coscia senza però mai sfiorare il mio sesso.
Questo suo prodigarsi e la visione delle sue forme nude, tuttavia, bastavano da soli ad eccitarmi.
Le sue mano andarono ad accarezzare i miei glutei, mente le dita s'intrufolarono nel solco in cerca del mio orificio anale.
Imponendomi il ritmo accolse così il mio sesso in bocca. Avrei potuto fermarla, avrei potuto andarmene ma non feci nulla di questo. Se la mia carne era debole, il mio spirito non era certamente molto più forte.
Il tepore e la delicatezza del suo palato risvegliarono in me sensazioni che credevo fossero ormai sopite.
Lei si scostò da me, sdraiandosi sul pagliericcio e dicendomi: "Vieni in me, possiedimi." Come ipnotizzato, mi diressi verso di lei e lasciai che il suo caldo ventre mi accogliesse. Nuovamente le sue mani scivolarono sui miei glutei per dettarmi il ritmo, mente lei allargava le cosce per permettermi di affondare maggiormente.
Davanti ai miei occhi il suo seno richiamava e reclamava le mie attenzioni, come fossero le sirene al passaggio del prode Ulisse.
Più mi avvicinavo al mio piacere e più strane visioni affollavano la mia mente.
Protagonista di queste visioni era la moglie del podestà. La sua immagine era confusa come se in rapida successione davanti ai miei occhi comparissero sfuocati episodi di dissolutezza con lei protagonista.
Non so dire se ebbi un orgasmo, so sole che ad un certo punto svenni e che quando recuperai i miei sensi ero rinchiuso in una cela con a guardia gli armigeri dell'inquisitore d'Aragona.
Vinto da quella strana spossatezza che infonde al corpo la lussuria, sprofondai in un sonno agitato, un torpore che non infonde riposo, ma inquietudine dell'animo, risvegliando i sensi di colpa e le angosce.
Così, ben presto, agli occhi della mia mente si materializzò una cattedrale, al cui interno uno stormo di pipistrelli volava. Difficile dire se al di fuori fosse buio o, più semplicemente, infuriasse una tempesta e le nubi avevano ottenebrato la luce del sole. Era evidente, anche senza conoscere l'interpretazione dei sogni, che il peccato che avevo commesso m'aveva allontanato dal chiarore della luce divina nonostante fossi un uomo di chiesa. Tuttavia la presenza dei pipistrelli non trovava alcuna spiegazione. Essi turbinavano davanti a me, con i loro occhi rossi ed il loro aspetto orrendo. Ogni tanto qualcuno di questi rimaneva quasi sospeso davanti alla mia faccia e stridendo mi esibiva i suoi denti aguzzi, imbrattati di verde. Il turbinio diventava poi sempre più intenso o ed infine quello stormo mi rivelava la sua vera essenza, addensandosi dapprima in un'ombra e poi nella figura umana di una persona: fra Franco da Pigna! A quel punto qualcosa accadeva all'esterno della cattedrale, perché un raggio di luce fendeva le tenebre, dal rosone centrale, quasi fosse una lama di spada, colpiva, inferendo un colpo mortale, l'ecclesiastico.
Il sogno successivo era altrettanto inquietante ed in questo io ero come "assente", incorporeo spettatore. Una donna, nella sua nudità, s'aggirava correndo nella foresta. Ancora una volta l'assenza di una luce forte e limpida mi rivelava l'angoscia dovuta al peccato presente nel mio animo. Un nebbia densa m'impediva di avere una visione profonda di ciò che accadeva. Io ero come attaccato alla donna, quasi la inseguissi a soli tre metri, mentre intorno a noi le ombre degli alberi sembravano a volte farsi sinistre e vive, agitandosi quasi ci volessero minacciare o ghermire. Il silenzio venne prima rotto dalle risa della donna, poi da uno strano scalpiccio che dopo un po' mi si chiarì come un rumore di zoccoli al trotto. Delle risata maschili cominciarono a farsi sempre più numerosi, mentre la donna cominciava a strusciarsi sul letto di foglie morte in maniera oscena. Adesso, che le ero più vicino, potevo riconoscerla. Ella era la dissoluta moglie del podestà e, intorno a lei, presero corpo e forma le ombre. Si trattava di centauri, metà uomini e metà destrieri o meglio per metà composti dal tronco dello stalliere e per l'altra metà del corpo dello stallone. Ben presto quella mandria ingoiata divenne la preda della depravazione della donna che vide d'appagarsi contro natura in tutti i modi licenziosi conosciuti alzano le grida del proprio piacere fino al cielo. A tali grida ben presto ne risposero delle altre, disumane e,levando gli occhi al celo, osservai un'immensa ombra volare sopra di noi in tondo formando cerchi sempre più stretti proiettando al contempo un'ombra sempre più mostruosamente enorme. Come un lampo comparve ai miei occhi un'aquila gigante, le cui ali superavano di gran lunga i cinque metri. I suoi artigli squartarono i centauri ed infine afferrarono la donna, sollevandola da terra e lasciandole grondare il seme del peccato che le riempiva il ventre. La donna emise un alto grido, ma questo venne ben presto oscurato da uno, ben più possente, della fiera creatura. Quell'uccello aveva qualcosa della giustizia divina che traspariva dagli occhi e dallo sguardo, mentre una strana luce si diffondeva dalle sue piume. Nel volgere di un istante, con un rapido gesto, l'aquila abbassò il suo becco verso il petto della donna, squarciandolo e aprendolo ed estraendone il cuore dal corpo ora esanime.
Sempre incorporeo io fuggivo nel bosco il più lontano dallo spirito corporeo della giustizia divina, che ovviamente ora temevo essendo il mio stato di peccatore e da quella strage di anime colpevoli e dissolute. Ritrovandomi così, all'improvviso, nel bel mezzo di un cimitero, circondato dal grido delle civette e dell'upupa.
Il cielo s'era tuttavia fatto terso e la volta celeste rischiarava con le sue stelle e una sottile fetta di luna l'oscurità, che intuii essere per il mio stato di peccato la notte dell'anima. Un rumore attirò la mia attenzione, uno strano scricchiolio. Proveniva da una tomba, provai ad osservare la lapide, ma come mi accadeva sempre nei sogni nonostante i miei sforzi non riuscivo a leggere. Mi si focalizzava solo una lettera alla volta una G, una U, forse di nuovo una G, ma non riuscii ad andare oltre, perché lo scricchiolio si fece più forte, uno schiocco di legno che si spezza e si rompe e un raspare d'unghie. La terra davanti alla lapide adesso appariva smossa e viva, quasi fremente. Mi concentrai su questo strano evento, di lì a poco la vidi ribollire fino a rivelare una miriade di vermi. Istintivamente arretrai, ma poi la mia curiosità indagatrice mi portò ad avvicinare il mio sguardo per meglio comprender il fenomeno. Fu a questo punto che cacciai un sordo urlo, che rimase prigioniero nella mia gola, perché una mano ossuta, ricoperta da brandelli di pelle e muscoli in decomposizione emerse, facendo ribollire l'intero terreno di sepoltura di quella lapide. Nel contempo, dopo essere stato per diverso tempo solo un incorporeo spettatore, nel sogno apparivano le mie mani e, guardando verso il basso i miei piedi, le mie gambe e la parte bassa del ventre e il bacino. Temendo per me arretrai, ma rimasi immobile, quasi pietrificato, quando vidi emergere dal terreno nel suo stato putrefacente un copro che aveva al tempo stesso qualcosa d'inquietante e di familiare. L'indumento lacero che il cadavere in disfacimento indossava mi era noto, era quello che, ad esempio, indossava Bernardo Gui. Il materializzarsi di questo concetto ridiede carne e volto a quell'anima dannata, che così si rivelò per quel che era: l'inquisitore d'Aragona. Egli avanzava verso di me con fare minaccioso, rappresentando ai miei occhi, con molta probabilità, il braccio temporale della giustizia divina. Così cominciai a correre all'impazzata, senza una vera direzione scopo che non fossero quelli di allontanarmi da quella minaccia.
Preso dalla folle corsa venivo percosso e schiaffeggiato dai rami e sentivo il dolore degli squarci che essi riuscivano a praticarmi nella carne. Corsi come un folle, corsi come uno stolto, corsi come mai le mie gambe avevano fatto in vita mia, finendo prima per incespicare, infine per inciampare nelle radici che emergevano dal terreno seminascoste dal tappeto di foglie morte e dal sottobosco vegetale.
Cadendo urtai una pietra o comunque qualcosa di duro che mi stordì, facendomi perdere per un attimo i sensi e consentendo al mio inseguitore di raggiungermi.
"Santa Annalisa del Baganza, proteggi l'anima mia!" Esclamai, vedendomi perduto.
Fu così che la terra sotto i piedi dell'inquisitore d'Aragona cominciò a ribollire e centinaia, forse migliaia d'insetti, tra scarafaggi, vermi, ragni ed altre reiette creature emersero dal terreno divorando dapprima le vesti di Bernardo Gui e poi il medesimo. Dapprima a possedermi fu la sorpresa, perché spogliato dalle proprie vesti l'inquisitore aveva rivelato la presenza di zoccoli e di due gambe caprine e poi l'orrore perché gli insetti la divorarono consumano i suoi tessuti mano a mano da quelli più esterni a quelli più interni, lasciano, alla fine del loro pasto, un mucchio di ossa scomposte un una posizione di estremo dolore.
No

 

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