Porno
Hentai Orge Guardoni Gay Trans Lesbiche Mamme Mature Pompini Sadomaso Amatoriali  
Racconti porno
La signora Lucia
Insonnia
Sesso sul lago
Mia moglie
L'ultima volta
Notte di sesso
Il risveglio
Radura erotica
Della rosa il gambo
Nel pianerottolo
L'appuntamento
Il sussurro
Il tormento
La scelta di Anna
Il suonatore Jones
Allo specchio
I petali dell'orchidea
Seduzione erotica
Le reazioni di Anna
Voglia di porno
Sborrata dentro
Sesso in bicicletta
Le due amiche vogliose
Conosciuta in chat
Giulia
Desiderio di sesso
La padrona
La prostituta
Flax
Il pasto della fiera
La decisione di Isabella
Srrisi all'obiettivo
Strascico da un compleanno sexy
Il nodo
La segretaria
Dormi bene
Appuntamento in chat
L'orso
La mia prima volta
La pioggia
Follia erotica
Affare fatto
Rapporto sessuale multiplo
La porno pittrice
Per un'ora d'amore
Lunga è la notte
Ilaria la vogliosa
Marta e l'amore
Dai fallo
Sono uno schiavo
Storia gay
La riunione
Sverginata
L'accidia
Sesso tropicale
Perversa
Aspettativa sessuale
La migliore amica della mia ragazza
Chi non scopa a Capodanno...
Notte a sorpresa...
Scanner
Profumo di sesso
La rosa di Creta
Odori sessuali
Sesso in Hotel
Il muro
Fellatio
Inno al pompino
Porno cena
La collezione
Erotica
Sesso al mare
Il supplente di matematica
Porno inquilini
Storia porno
Sesso incestuoso
Sesso e amore
Il clistere
Giancarlo
Doppio ruolo
Porno erotismo
Desiderio sessuale
L'amico di papà
Il piacere orgiastico
Emulazione sessuale
Vacanze e sesso
Deflorazione
Racconto sadomaso
La rivista porno
Poesia erotica
Una serata di sesso hard
Piccola follia

Giancarlo

Franco faceva il ricercatore universitario e, siccome in Italia la ricerca è male sovvenzionata, aveva molto tempo libero. Viveva in una grande casa piena di libri impolverati, ma né antichi, né preziosi. Il fatto era che né lui, né la moglie amavano spolverare libri, come d'altronde, altri oggetti.
A Franco piaceva molto non fare niente e scopare la moglie. Si trattava di scopate lunghe e snervanti che duravano pomeriggi interi, con movenze lente e flessuose, senza fretta, né ansia, né approssimazione. Spesso si alzavano dal letto all'ora di cena. A volta non si alzavano affatto.
Franco aveva anche un'amante alla quale teneva più della sua stessa vita.
Certe volte dopo lotte frenetiche e perverse, nell'appagamento breve e totale dei sensi, aveva desiderato di morire.
L'amante bella, giovane e disponibile per i giochi più ignobili (amava farsi pisciare addosso o prendere una mano intera nel sedere o farsi fare lunghi e estenuanti clisteri), lo avrebbe voluto più tempo per sé e per quanto lui riuscisse a fermarsi sempre più a lungo, quando stava per andarsene lei si rattristava e non riusciva trattenere le lacrime. Franco si infastidiva molto per il pianto femminile, ma poi, quando era lontano, si tranquillizzava perché scopava seraficamente sua moglie e quando era vicino vezzeggiava l'amante e la trastullava in tutti i modi possibili, pensando sempre, altruisticamente, al piacere di lei.
Una volta l'amante ebbe a dirgli che lui era molto migliore quando c'era che quando non c'era. Cosa rara, a cominciare dalle mogli e dai mariti: lontano mi manchi, vicino mi stanchi. Franco aveva mostrato di prendere la sentenza come un complimento, ma sentiva confusamente che poteva anche non esserlo.
L'amante era una donna compita e compassionevole; quindi, per indole, disposta a consolare gli altri umani che si trovavano in difficoltà sentimentali. La sua inclinazione l'aveva portata, già in tenera età, ad avere rapporti multipli e promiscui . A lei piaceva soprattutto essere inculata mentre leccava un cazzo o una fica, o anche un culo, maschile o femminile. Aveva a lungo considerato i rapporti di coppia, specialmente quelli eterosessuali, noiosi e prevedibili e aveva selezionato un certo numero di coppie eterogenee pronte ad accontentarla che, dopo i primi incontri, le se erano affezionate sinceramente per la sua disponibilità e per la sua spensieratezza. Ma, da quando aveva conosciuto Franco la situazione era cambiata. Non che avesse smesso di frequentare i suoi amici, solo che si sentiva più indipendente e, talvolta, riuscì perfino a dire di no. Una volta riuscì a dire a una coppia di transessuali che volevano legarla e fustigarla perché odiava le donne, che lei era una donna sposata e che era fedele a suo marito. Questa risposta la rese fiera di sé per più di una settimana. Ma la stessa idea di avere un marito portava con sé quella di poterlo tradire. E ciò che può succedere, prima o poi, succede.
Per tutti gli anni precedenti non aveva certo potuto tradire le coppie o i gruppi che aveva conosciuto tramite inserzioni sulle riviste specializzate, né il gruppo di atleti nerboruti che se la erano lanciata, ed altro, nuda, come una bambola di pezza, dalle tre di mattina all'alba, all'antemurale, a piazza grande, sotto le stelle scintillanti che pian piano si andavano affievolendo e davanti alla distesa silenziosa del mare. Non poteva tradire le lesbiche assatanate che la avevano clisterizzata, fino a che non era più riuscita a trattenere i liquidi che le avevano inoculato, e quindi l'avevano lasciata legata per ore sommersa nei suoi rifiuti e nel liquido purgativo.
Ma un marito si. Un marito aveva il tradimento nel sema. Quindi bisognava necessariamente avere un marito.
L'amante si era dunque ingegnata ad essere una moglie. Quando Franco andava a trovarla preparava manicaretti raffinatissimi che avevano in sé sempre un errore fondamentale: una volta la pastasfoglia era bruciata, un'altra c'era caduto il sale, un'altra era impazzita la maionese-- però quando con indosso una veste che le copriva appena le natiche si era inchinata davanti al forno per controllare la cottura delle orate e aveva messo in mostra il buco del sedere vermiglio per il rossetto e pulsante per l'emozione, aveva fatto, "ipso facto" dimenticare la sua mal destrezza culinaria.
Nel sesso invece aveva cominciato ad inventare una routine, come immaginava facessero le coppie sposate: quando Franco arrivava, lo faceva sedere comodo in poltrona, gli toglieva i calzoni e le mutande e, in maniche di camicia, gli imboccava l'uccello. In genere gli lasciava le scarpe e i calzini. Lui cercava di toccarle il petto, la vagina, il culo, ma lei si sottraeva da quelle attenzioni sorridendo. "Dopo" farfugliava, col cazzo in bocca. Lui cercava di girarla per leccarle il culo e la fica. Lei si alzava dicendo: "Devo andare in bagno--" e lasciava aperta la porta per far udire a Franco lo scroscio del piscio nella tazza. A volte le sfuggiva un peto, ma dopo il senso di vergogna della prima, pensò che quell'evento rafforzava l'intimità solidale di un marito e una moglie.
Poi un giorno Franco telefonò all'amante. Non rispondeva nessuno. Telefonò di nuovo. Franco sentì alzare il telefono e poi il segnale di occupato.
Quando provò per la terza volta non sentì più neanche il segnale. Dentro di sé provò un gran gelo mentre rivedeva l'amante, da lui inculata a sangue, che, squillando il telefono, aveva sollevato la cornetta e poi l'aveva riabbassata dicendogli stravolta: "Non ti fermare". Era quella volta che, tornata dal bagno gli aveva detto infervorata: "Ho guardato nella tazza e ho visto il bianco dello sperma mescolato al rosso del sangue, sono rimasta incantata, come Perceval. Franco, per nascondere la propria emozione le aveva risposto: "E il bruno della merda, no?". L'amante ci era restata male e aveva mantenuto il broncio per un po', ma poi aveva ripreso a sorridere e a giocare: era così solare! Franco quindi si era rabbuiato. Non perché avesse immaginato l'amante a pecorina, o con il sedere disposto su due cuscini e il buco del culo ferocemente infilzato da un cazzo madornale, mentre distrattamente armeggiava con il telefono. No, lei poteva farsi impalare da chi voleva.
Erano quelle le regole del giuoco. Era una questione di lealtà. L'amante lo sapeva che lui era sposato e che scopava con la moglie con molta soddisfazione. Perché quella manovra col telefono? Avrebbe potuto rispondergli e dirgli: "Si, ooh, adesso mi è entrato tutto in culo. No, bastardo! Non uscire fuori, mi fai soffrire", oppure: "Ho tre cazzi, uno in fica, uno in bocca, uno in culo; se tu fossi qui con me potrei farti solo una sega, ma a due mani!". Pensando a questo Franco sorrideva, congratulandosi con se stesso per il suo savoir faire e la sua capacità di sorridere su tutto; ma intanto una parte remota del suo cervello stava cercando una spiegazione alternativa dell'accaduto.
Poi l'amante cominciò a negarsi: una volta doveva andare in palestra, un' altra doveva partecipare a un corso d'aggiornamento, una terza aveva una riunione di condominio--Infine lo pregò di telefonarle qualche giorno prima se voleva fissare un appuntamento a casa sua.
Una volta, mentre si stava impalando sul suo cazzo, scendendo dall'alto, gli sussurrò: "Piero, sono tua, sfondami tutta!" e, casomai a Franco fosse sfuggito il nome non suo, aggiunse: "Oh, scusa Franco, un lapsus".
Le cose peggiorarono ancora quando lei cominciò ad arrivare tardi agli appuntamenti e, perfino, a saltarne alcuni. Franco si lamentava, ma quando arrivò a proporre una separazione, l'amante scoppiò a piangere e, durante la consolazione seguente, si scatenò nelle acrobazie sessuali dei giorni migliori, mostrando una dedizione ed un affetto degni di ammirazione.
Franco si sentiva come si può sentire un persona chiusa in una gabbia della quale è stata buttata a mare la chiave. Nelle sue sedute erotiche con la moglie la sua svenevolezza sibaritica cedeva troppe volte il posto alla distrazione e, perfino, alla noia. A volte successe che gli si ammosciasse il cazzo.
La moglie preferì attribuire all'età che avanzava e al rilasciamento morale i fallimenti e le distrazioni di lui (la madre glielo aveva detto: "Gli uomini sono tutti aggressivi e cazzoni, ma con gli anni si ammosciano, e allora viene il bello!"), ma cominciò a preoccuparsi quando, a pranzo, invece di essere attento al telegiornale sembrava assorto in qualche sua profondissima elecubrazione: la cosa che la preoccupava di più era che Franco, che era un bambino, a suo giudizio, non avrebbe dovuto avere pensieri profondi.
L'amante lo incalzava; una volta Franco trovò nel letto un paio di mutande maschili, anche leggermente sporche di merda, con la sigla OC, un'altra volta una canottiera, poi calzini, una cravatta, una camicia, una cinghia dei pantaloni macchiata di sangue, una maglia di lana, tutti siglati OC. Un giorno, mentre stava lubrificandole l'ano per poi infilarci la mano e stringerla a pugno, si accorse che anche sul vasetto della vaselina c'erano le iniziali OC; e un altro giorno, mentre la stava disponendo a pecorina vide che aveva OC tatuate, su una natica, anche se il tatuaggio era temporaneo. In quel momento avrebbe voluto marchiarle a fuoco sull'altra natica FG e cancellarle il tatuaggio OC con la carta vetrata.
Franco, anche se inconsciamente, tendeva a passare sempre più tempo in casa dell'amante, perché non voleva darle occasioni per incontrarsi con OC. Con la moglie, non avendo più il tempo di accudirla per tutto il pomeriggio, le scopate si fecero più intense e veloci: "Mettiti a pecora- le diceva-, alza quelle gambe da troia, fammi un pompino." E lei obbediva fingendo disappunto, ma in realtà contenta per quel cambiamento di approccio. "Vieni qui sulle ginocchia, che ti sculaccio". E lei si avvicinava con gli occhi bassi e il viso imporporato dalla vergogna. Ella che, cominciando ad intuire qualcosa, era eccitata e contenta di sentirsi corrotta e bestiale, lo lasciava fare e si lasciava manomettere in tutti i modi. Franco cominciò, sempre più spesso, a passare i pomeriggi con l'amante e, a volte, a non alzarsi per la cena. Spesso non ritornava neanche a dormire. La moglie che lo desiderava di più e che aveva cominciato a frequentare, tramite inserzioni, i peggiori coatti della zona e anche di fuorivia, per farsi rompere letteralmente tutti i buchi e per farsi sottoporre alle pratiche più ignobili, a volte, quando Franco la lasciava dopo irruenti scopate, cercava di trattenersi, ma finiva per scoppiare a piangere.

 

Accesso download