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Il supplente di matematica

Parte 01 - sabato pian piano se ne va Era un sabato, uno di quei sabati che non vedi l'ora che suoni la campa-nella per scappare fuori da scuola.
All'esterno di quelle quattro squallide pareti, il sole primaverile riscalda-va l'aria, per cui la finestra, lì al mio fianco, sembrava una cornice attor-no ad una tela dipinta d'azzurro che mi parlava di sole, di caldo, di ma-re-- un sogno reso irreale dalla prigionia che dovevo ancora scontare all'interno di quell'aula.
Tema: descrivi un'ossessione. Svolgimento: la spiaggia, ecco qual era, in quel momento, il mio pensiero ossessivo. Le onde del mare e tanti, bellissimi, ragazzi con i quali lucidarmi gli occhi e non solo-- "De Rossi stai seguendo la lezione o cos'altro!" Era la voce irritante del-la prof d'italiano, quella spaccaballe-- "No, professoressa," risposi mielosa "riflettevo solamente su quello che lei stava spiegando." "Bene, De Rossi" pronunciò il mio nome con un tono accusatorio "allo-ra prova a ripetere come i concetti alla base dei futuristi--" Ed ecco un suono improvviso, inaspettato, ma lungamente atteso.
Fortu-natamente era giunta in mio aiuto la campanella, Dio tenga in sempiter-na grazia i bidelli! "De Rossi-- la tua solita fortuna!" Notai una punta d'acido da parte della prof, per cui non esitai a fare la linguaccia a quella vecchia zitella andata a male. Cosa ne poteva sapere lei della vita all'aria aperta. Di divertirsi, dei ragazzi! Quella prugna rinsecchita, da giovane, i ragazzi neanche in foto li avrà visti.
Altro che il preservativo, un uomo che avesse voluto andare con lei si sarebbe dovuto procurare un aspirapolvere e farsi l'antitetanica! Un'altra ora, un'altra maledettissima ora di lezione, matematica con la professoressa Danielutti e poi, finalmente, la libertà! La porta si spalancò e, al posto di quell'altra zitella inasprita della Da-nielutti, entrò un ragazzo, gradevole d'aspetto, anche se un po' impaccia-to.
"Buongiorno ragazze, è la IV C questa?" Uno stuolo di voci femminili intonarono un corale sì.
Era più che passabile, probabilmente venticinque anni, un bel fisico.
Li-neamenti forti leggermente irregolari che conferivano al volto un non so ché di deciso e virile, anche se dietro le lenti degli occhiali si celavano due occhioni da cerbiatto un po' smarriti.
Probabilmente era la prima volta che si trovava a dover insegnare ad una classe e non riusciva a trattenere l'emozione, anche perché, dall'aria, sembrava già per sua natura un tipo timido e riservato.
Bastava far caso alla piega dei pantaloni e ai capelli spartiti non solo con la riga, ma an-che con la squadra e il compasso.
"Sono il supplente di matematica. Sostituirò la vostra professoressa per i prossimi due mesi." A volte essere nell'ultimo banco era un vantaggio. Lì, in quella zona di nessuno, avevi la possibilità di distrarti, leggerti qualche rivista, chiac-chierare. Tutto questo senza che i professori se n'accorgessero più di tan-to; tuttavia, in questo caso, pareva essere un bel svantaggio.
Quel professorino, tolti gli occhiali e vestito in maniera meno seria, non doveva essere malaccio, anzi, tutt'altro.
Di sicuro faceva palestra, aveva due spalle! Se il sotto corrispondeva al sopra-- santi numi che bocconcino! "Arianna," chiesi alla mia compagna di banco "che ne pensi del sup-plente? Non è carino?" "Sì, io me lo farei!" Mi rispose in preda all'euforia.
"Capirai-- tu, troia come sei, ti faresti tutti i maschi che ci sono sulla terra, da quelli quattordici anni in su! Basta che gli si rizzi." "Stronza!" "Ti sei offesa? Dicevo per scherzo. Come mai sei permalosa, devi avere le tue cose?" "No, è che tu, con quell'aria da santarellina--" "Cosa vorresti dire?" "Niente, non sono mica io che vado in giro a mostrare le mie mutande-- indossando minigonne da panico!" "Almeno io le mutande le indosso-- sei una serpe!" "Se per questo anche tu!" Arianna era proprio un'amica, mi divertivo un sacco a scherzare con lei. Per noi stuzzicarci era un gioco. Il più bel complimento che ci potevamo fare era, appunto, troia e, forse, un po' lo eravamo; per lo meno a en-trambe piacevano molto i ragazzi, ma non solo guardarli, forse, a diffe-renza delle altre, noi ammettevamo di fare anche i fatti, mentre le altre sotto, sotto facevano pure di peggio! "Allora, mi presento, sono il professor Alessandro Bramardi, spero d'imparare presto i vostri nomi e di guadagnarmi la vostra fiducia.
Vedo che siete quasi tutte oltre la sufficienza-- tutte salvo la signorina-- A-rianna." Lui alzò lo sguardo in cerca di chi fosse la proprietaria di un così bel nome e di un tale corpus studiorum.
Lei alzò la manina scuotendola come fosse il suo sedere e sorridendo maliziosa.
"Anche se mi è stato detto che la vicinanza con la signorina--" "Stefania, si chiama Stefania De Rossi, signor professore." Tu guarda che amica, lì a fare subito la troietta con il supplente, pur di rubarmi la scena! Ed io che avevo intenzione d'alzarmi per farmi vedere meglio dal professorino.
"Appunto, mi si dice che la sua vicinanza costituisce una turbativa, per questo, se nessuna di voi ha qualcosa in contrario, vi sposterei di banco. Lei signorina-- Roberta vada al posto della signorina Stefania... e lei venga qui, in prima fila, vicino alla cattedra.
Vedremo se in sua assenza i voti della signorina Arianna miglioreranno-- inoltre qui, vicino a me, potrò tenerla meglio sott'occhio, visto che mi dicono che lei sia piuttosto irrequieta." "Ciao Arianna, vado in prima linea, la patria mi chiama. Tu, mi racco-mando, fai come dice il professore, prendi i voti-- e fatti suora!" "Serpe!" "Puttana!" "Che fortuna, in prima fila, così me lo posso mangiare con gli occhi!" "Stefania?" "Sì--" "Vedi di rifarti il culo, che te lo rompo a calci, troia che non sei altro, tutte a te le fortune!" Lasciai Arianna, sbattendole in faccia il mio migliore sorriso, tanto sa-pevo che stava solo morendo d'invidia.
Il professore cominciò a spiegarci qualcosa che ben non ricordo, la mia fantasia ben presto era partita per altri lidi.
Che bel sederino sodo ed alto, chissà-- forse va a correre oppure va in bici. In costume non deve essere male-- poi, in costume, avrei potuto vedere se aveva anche altri doti "nascoste", si fa per dire.
La campanella suonò nuovamente, l'ora di matematica era volata via e anche quella settimana di supplizio era finita! Però che peccato, era finita proprio sul più bello-- Parte 02 - il sabato sera ti porto a ballare Il pomeriggio l'avrei dovuto passare sui libri a studiare, ma il sole che brillava fuori e la telefonata di Arianna subito dopo mangiato, con la proposta di andare insieme a fare un giro, cambiarono ben presto i miei programmi.
Ci sarebbe stata anche domenica mattina per studiare oppure avrei potu-to fare a meno di studiare, dopotutto a cosa serviva studiare? Chiusi zaino e libri nell'armadio e andai in bagno a truccarmi. Ci fosse stato trucco invece che matematica o italiano a scuola, sarei stata la pri-ma della classe.
Il corso, come era ovvio, era pieno di bei ragazzi, c'era da lustrarsi gli occhi e non solo. Anche i negozi del centro non erano male.
Abbiglia-mento, cosmetici, gioielli. Insomma tutto il meglio una ragazza possa desiderare.
Mentre m'ero distratta, osservando attentamente un coordinato della Naj-Oleari esposto nella vetrina di un negozio, Arianna fu fermata da uno del liceo. Quando mi voltai per discutere il prezzo di quel coordina-to, lei non c'era più. Dovetti starmene lì ad aspettarla per alcuni minuti, nel frattempo lei faceva la scema con un tizio che non riuscivo, data la distanza e la mia miopia a riconoscere. Certo avrei potuto mettermi gli occhiali, ma con un pio di lenti sopra il naso ero decisamente orrenda e poi mi avrebbero dato l'aria da secchiona e questo: sia mai! Dopo un po' la pecorella tornò all'ovile.
"Stefania, mi ha chiesto se questa sera andiamo in discoteca, così ci po-tremmo vedere lì. Non ti preoccupare, porta anche un amico!" "Sì, se lo dici così e con quel tono, sembra quasi che se non ci fossi tu a venire in mio soccorso, io di ragazzi non ne vedrei neanche l'ombra, bel-l'amica che sei! Cosa credi che se stasera vengo in discoteca mi tocca fa-re da tappezzeria?" "Scusa non ti volevo offendere e che--" "--ma questo almeno è carino? Non è che mi tocca stare con un spaven-tapasseri orrendo e pieno di brufoli?" "Sì, intendo che è carino. È Alberto, sai quello biondo, fico, che studia all'università, quello col Mercedes cabrio!" "Aaaaaaaaahhhh! Dimmi che è vero--" "Sì, è proprio lui." "Cielo, ci muoio dietro da quando andavo all'asilo!" Caspita che colpo di culo, uno dei ragazzi più ambiti della città, bello da far morire e ricco da far spavento.
Decidemmo di comune accordo che passeggiare ulteriormente per il cor-so sarebbe stato solo tempo sprecato, urgeva andare a casa e prepararsi per l'imminente impegno della sera. Cinque ore sarebbero bastate appe-na per prepararsi a dovere per quell'evento.
Una volta a casa, aprii cassetti e armadio. Tirai fuori tutto quello che di estivo avevo all'interno.
Dopo parecchi minuti trascorsi in preda ai più atroci dubbi esistenziali, optai per una maglietta aderente blu notte e una mini in jeans, calze au-toreggenti e scarpe basse in vernice. Lui era "corto" di statura e preferi-vo non risultare troppo più alta, se mi avesse baciato, il che mi sembrava il minimo per un primo appuntamento, sarebbe potuta essere una cosa un po' imbarazzante per lui.
Probabilmente ad Alberto sarebbe stato neces-sario l'utilizzo di un marciapiede o, addirittura, di un gradino. Bèh c'era-no sempre i divanetti, poi se la serata fosse proseguita nel verso giusto, come si dice: uomo basso-- Mi rimirai allo specchio. Con tutto quello che avevo in bella mostra a-vrei corrotto anche un santo! Sì, ero veramente orgogliosa di me stessa. La maglietta metteva in bell'evidenza il seno e la mini faceva intravede-re a sufficienza. Inoltre, se la serata fosse andata nella direzione da me preferita ero in confezione "apri e gusta".
Il suono del campanello di casa mi richiamò all'ordine, Arianna era pas-sata a prelevarmi per dare il via alla missione: "strafighi".
Come ogni cosa nella vita, esistono le incognite e già dai primi istanti, Alberto si rivelò una mezza delusione. Quella mano, piazzata subito sul mio sedere, era stato come darmi della troia bella e buona.
Nonostante la nomea che mi accompagnava, in realtà non m'ero mai concessa "facil-mente". Certo non è che fossi una santarellina, ma prima di mollarla vo-levo che un po' se la sudassero (se mia madre mi avesse sentito dire que-ste cose! lei mi credeva ancora vergine--), insomma un po' di corteg-giamento lo avevo sempre preteso anch'io. La riflessione conseguente fu un po' amara, ormai, dovevo avere veramente una pessima fama, pure peggiore di quella d'Arianna, comunemente chiamata dai ragazzi: "den-tro in dieci secondi".
Potevo ammettere che si fosse sparsa la voce delle cose che facevo e con quanti le avessi fatte (insomma non erano poi così tanti, avevo da poco superato quota cento!), ma quel modo strafottente e il fatto che lui aves-se la certezza che sarei stata totalmente ed inevitabilmente sua, mi dava proprio fastidio.
Appena seduti sul divano aveva già cominciato a provarci. Mano su per la coscia a tastare la consistenza e la resistenza alle sue dita del tessuto delle mie mutandine. Che classe! Pensai.
Peggio delle mani era la bocca! Per quanto cominciasse a farmi letteral-mente schifo, avrei preferito che mi baciasse piuttosto che dover subire le stronzate che diceva. I discorsi erano di quelli che fanno cadere le braccia: la macchina del papy, la villa del papy, la barca del papy. Ecco, magari facevi venire il papy al posto tuo, che era meglio! "Hei, guarda lì che tronco di fica che passa! Quella sì che me la scoperei subito!" Sì, tu ti tromberesti anche tua madre, anzi la moglie del tuo papy, pur di scopare, pensai; ma voltandomi dovetti rimangiarmi quanto avevo sup-posto. Una ragazza veramente bella, di quelle che di solito si vedono so-lo sulle riviste patinate: una top-model.
Dio, avrei dato dieci anni della mia vita solo per avvicinarmi ad essere come quella.
Cazzo, il prof di matematica! Il professore era insieme a quella stupenda ragazza. Certo che anche lui con il gel sui capelli, le lenti a contatto e vestito in modo molto giovani-le, non le era da meno. A stento avrei pensato potesse avere vent'anni, altro che il professorino timido e balbuziente che era entrato in classe quella mattina.
"Stefania, hai visto che fico il prof?" Furono le parole piuttosto scontate d'Arianna.
La camicia, sbottonata per il caldo della sala, rivelava due pettorali sodi e muscolosi. Non potei concentrarmi troppo su quella visione, Alberto m'aveva preso la mano e se la stava strofinando, come il Galateo pre-scrive, sulla patta dei pantaloni.
"Ti piace? Adesso usciamo un attimo, prendiamo il Mercedes e ti libero la belva." "Senti, bel pirla, chi credi d'essere, ma va col tuo Mercedes a pagarti una puttana! Insomma, per chi o cosa mi hai preso? Non sono mica il tipo di ragazza che credi!" "Senti, ma chi vuoi prendere in giro con la storia della santarellina.
Guarda che a te ti conosco, anzi ti conosce tutta la città. Cos'è la novità adesso? Bisogna pagare? Dai, andiamo, che poi ti piace!" "E come mi conoscerebbe tutta la città?" "Dai che lo sai che in città ti chiamano, Stefania: uno in fica, uno in cu-lo, uno in bocca, ma le tette chi gliele tocca?" Me l'aveva detto la mamma che, a sembrare leggera, dopo ti prendono per una ragazza facile e nessuno ti porta più un po' di rispetto. Come ci esci una sera, pensano subito che gliela dai, ma qui era peggio, m'aveva dato della puttana impunemente a voce alta e questo non lo potevo tolle-rare.
Indispettita da tanta arroganza, tentai di alzarmi e andarmene, ma Ales-sandro mi bloccò, afferrandomi forte il polso.
Lo guardai molto irritata da quel gesto.
"Mi stai facendo male." "Dai che ti faccio sentire com'è eccitata la bestia!" A quel punto m'infilò la mano dentro i suoi pantaloni. La sensazione di appiccicaticcio che ebbi, al contatto con la sua carne calda, mi provocò un senso di disgusto. Non perché fosse la prima volta. Di cazzi n'avevo già presi, in fica, in culo e in bocca-- figuriamoci cosa volesse dire per me prenderne uno in mano; tuttavia era stato quel modo così rozzo ed ar-rogante a rendermi detestabile il contatto.
Non ero mai stata trattata così in precedenza.
Nel senso che m'avevano chiamato troia mentre mi scopavano, ma nes-suno non m'aveva corteggiato e vezzeggiato prima che io decidessi se volevo mollargliela o meno.
Questo, invece, mi vedeva semplicemente come un insieme di buchi da chiavare a proprio piacimento e, anche per una ragazza di buon cuore come me, la cosa non era accettabile.
Parte 03 - un vero cavaliere d'altri tempi Ero imbarazzata, offesa e arrabbiata, tuttavia non sapevo cosa fare.
For-tunatamente, Arianna venne in mia difesa.
"Apri bene le orecchie tu, è meglio che vai fuori a prendere un po' d'a-ria-- così ti schiarisci un po' le idee. Intanto vedi di lasciare la mano della mia amica!" Devo dire che Arianna sembrava proprio su tutte le furie e, nonostante la struttura molto esile, incuteva una certa paura.
"Senti, la tua amica," dice Alberto rivolto a me "mi sa che siete anche un po' lesbichette-- sì, siete due lesbiche! Adesso capisco-- a te non ti piacciono solo gli uomini, a te piacciono anche le donne vero?" Quindi rivolto ad Arianna "Ma guarda che al troione della tua amica, prendere il cazzo le piace più molto di più che farsi leccare la fica, questo me lo hanno assicurato in molti!" Infine di nuovo rivolto a me.
"Non è vero forse quello che dico? Stefania: uno in fica, uno in culo, uno in bocca, ma le tette chi gliele tocca?" Oltre a parlare a voce molto alta, rideva sguaiatamente, al punto che non capivo più se fosse in preda all'alcool o fosse scemo di suo. La scena stava attirando l'attenzione di un sacco di gente, quasi tutti avevano or-mai abbandonato la pista da ballo per radunarsi formando un capannello intorno a noi, fra tanti volti anonimi riconobbi quello del supplente.
In faccia dovevo essere rossa come un peperone. Tutta quella folla a fis-sarmi e io con la mia mano ancora in parte incastrata e in parte trattenuta da Alberto dentro i suoi pantaloni, immobile, completamente passiva, mentre lui subissava di tutte quelle frasi oscene, vere e proprie cattiverie su di me e sul mio conto.
Quando vidi farsi avanti il professore, alla sola idea di doverlo poi rive-dere tutti i giorni a scuola, avrei desiderato di poter sprofondare, sparire dalla faccia della terra, anzi di più: morire.
Lui freddo, deciso e risoluto intervenne.
"Senti giovanotto, che ne diresti di mollare la mano della signorina e farci una bella chiacchierata tu ed io da veri ometti per bene?" "Altrimenti che fai-- il bel pirlone azzurro? Mi sfidi a duello?" Alberto si pavoneggiava come un galletto, quasi quel tavolino fosse un palco e la gente intorno a noi il suo pubblico, ma per intimorire il profes-sore ci voleva ben altro che un ragazzino arrogante e strafottente.
Mi ricordo ancora alla perfezione quel sorriso ebete stampato sul suo volto, perché fu l'ultima espressione che gli vidi. Un deciso pugno, sfer-rato dal professore, lo aveva raggiunto sul mento e steso esanime a terra, con ancora impressa sul volto l'espressione da rimbambito che aveva si-no ad un attimo prima.
"Stefania-- oddio, guarda, la tua maglietta!" Era la voce d'Arianna che mi riportava alla realtà.
Alberto, afferrato alla mia maglietta, me l'aveva strappata, cadendo a ter-ra, ed adesso ero lì, in mezzo alla sala, con il seno scoperto e gli sguardi da imbecille dei ragazzi che s'erano radunati tutt'intorno. Mi colpì però l'unica espressione imbarazzata, quella del professore.
"Tenga signorina, si copra!" Fu un attimo quello che impiegò a togliersi la camicia per ricoprire le mie nudità, provocando un gemito di delusione tra il branco di allupati che mi circondava.
Oltre a ciò che dire. Qualcosa c'era da aggiungere e che cosa! Devo ammettere che per quanto la mattina avessi sognato ed immaginato, la realtà che mi si parava ora di fronte era ben superiore alle aspettative. Il torace del professore sembrava quello di un atleta, il torso villoso era ac-curatamente rasato ed evidenziava tutti i muscoli, il plesso solare sem-brava una griglia su cui giocare a tria e le braccia erano un fasciame di muscoli e nervi.
Il professore si voltò verso quella che, presumibilmente, doveva essere la sua ragazza, esibendo una schiena stupenda, le spalle larghe erano ben tornite e il punto vita stretto esaltava l'apertura del torace e il fasciame dei muscoli dorsali. Ogni suo gesto gonfiava e rilassava gli ammassi muscolari dorsali. Difficile credere al testo di biologia che diceva che tutti gli esseri umani hanno un pari numero di muscoli. Rispetto agli altri ragazzi che avevo visti a torso nudo, il professore sembrava averne al-meno il doppio! Era ovvio che, con un fisico come quello, avesse steso al primo pugno Alberto, che adesso, buttato sul pavimento come un rifiuto umano, mi faceva un po' di pena, ma limitatamente all'idea del treno che doveva aver ricevuto in faccia. Una compassione che durò appena qualche se-condo, perché subito pensai che, in fin dei conti, gli stava bene a quel presuntuoso, arrogante e stronzo (questo sì e soprattutto) figlio di papà e di quella gran puttana della madre che l'aveva partorito, anzi forse era più probabile che l'avesse cagato! Solo adesso, a bocce ferme, riuscivo a reagire a tutto quello che avevo dovuto subire in quei pochi, ma per me tragici, minuti e, dentro la testa, cantato come un ritornello da un coro di voci infantili, mi risuonava il tormentone che Alberto aveva detto essere di tutti i maschi della città: "Stefania: uno in fica, uno in culo, uno in bocca, ma le tette chi gliele tocca?" "Signorina De Rossi," era la voce del professore "se vuole, l'accompagno a casa." "No, non vorrei le fosse troppo disturbo." Gli risposi distrattamente.
Probabilmente ero ancora fuori di me, altrimenti non avrei tentato di get-tare via un'occasione del genere.
"Si figuri, per una mia allieva, poi--" Con addosso la sua camicia di seta, uscimmo dalla discoteca. Lo vidi da-re un bacio alla sua ragazza e mostrare l'orologio, quasi a significare: "ci metto un attimo, vado e torno, aspettami qui". Poi tornò da me e mi ac-compagnò fuori, fino alla sua macchina, una modestissima utilitaria.
La sua camicia emanava un buon odore e non so se fosse il profumo che lui adoperava o il suo odore corporale.
Tornai alla dura realtà e pensai un attimo a come mi avrebbe accolta la mia morigerata mammina, al ché gli dissi: "Non posso tornare a casa co-sì, mia madre mi ammazza!" "Ha ragione, passiamo prima per casa mia, le do una maglietta della mia ragazza. Su per giù avete la stessa taglia e le stesse misure." Ah, bene-- aveva anche i vestiti della ragazza a casa. Convivevano? Questo non potevo saperlo, comunque erano molto sull'intimo, per così dire. Una inconscia ondata di gelosia s'impossessò di me, portandomi ad odiare senza una vera ragione quella ragazza.
Il viaggio fu breve, ma qualcosa di particolare accade lo stesso.
Senza volerlo, in macchina mi ero rilassata e la camicia, tenuta chiusa solamente con un nodo in vita, lasciava scoperto buona parte del mio se-no. Probabilmente dalla posizione di guida, il professore poteva vedere il mio seno destro nella sua completezza, capezzolo compreso (perché in fin dei conti è la visione di quello che eccita particolarmente i maschiet-ti). Infatti, quando si voltava a parlarmi, era in evidente imbarazzo, com-battuto tra il desiderio di sbirciare e quello di non far notare che ero con una tetta in bella vista.
La cosa, a dire il vero, m'eccitava e m'infondeva un senso di rivincita nei confronti di quell'insieme di perfezione della ragazza del prof.
Dopo poco fummo sotto casa sua. Dovevo memorizzare il posto, quello sarebbe dovuto divenire per me un punto di passaggio, diciamo, casua-le-- un santuario verso cui indirizzare i miei pellegrinaggi quotidiani.
"Mi aspetti in macchina, le vado a prendere la maglietta e torno-- ma lei ha la mano piena di lividi! Sa cosa le dico? A questo punto è meglio che salga anche lei, così le metto un po' di crema." Chissà cosa avrebbe detto mia madre se avesse potuto leggere i miei considerazioni su quale tipo di "crema" avrei voluto avere dal prof.
Scesi dalla macchina e, seguendolo, attraversai un cancello, un portone fino a risalire un paio di rampe di scale. Infine oltrepassai la porta dell'appartamento colta da una serie infinita di brividi d'eccitazione lun-go la schiena.
Era una bella casa, arredata con gusto, ma la cosa che balzava subito agli occhi era la presenza d'ordine e pulizia, quasi in quelle stanze aleggiasse la presenza (o la minaccia) di un tocco femminile. Non sembrava l'am-biente trascurato e caotico tipico di un giovane studente single. Mi sorse spontaneo un dubbio ricolmo di speranza: che vivesse ancora insieme al-la madre? Appese alle pareti c'erano parecchie foto di Alessandro ragazzino. In particolare mi colpì una sua immagine in cui era ancora bambino: bion-do, indifeso e con la manina che faceva ciao al fotografo. Una foto in bianco e nero carica di semplice ingenuità. Quella assenza dei colori conferiva all'immagine quell'alone di bei tempi andati. Questo particola-re mi fece percepire all'improvviso il peso della differenza d'età che c'era tra noi. Anche se gli edifici e i negozi erano cambiati, riconobbi il viale in cui era stata scattata quella foto ed era della mia città.
Così pensai ad Arianna e alla frase che alle elementari aveva detto al maestro: "Quando io crescerò, se lei mi aspetterà, io la vorrei sposare." Ecco, mi sentivo un po' come Arianna quella volta, una piccola ingenua sognatrice. A dire il vero io non avevo alcuna intenzione di sposare il mio prof. Io avevo solo il desiderio di-- lasciamo perdere e mi limito a dire che potevo esser definita piccola e sognatrice, ma non ingenua.
Se quel viale era della mia città anche lui era nato e cresciuto qui! Dal modo di parlare io avevo ritenuto fosse da fuori, ma forse l'aver studiato via gli aveva fatto sparire l'accento tipico delle nostre parti. Inoltre, do-vevo rifarmi completamente dell'idea che avevo dei professori. In effetti, fino a poco prima, lui doveva essere uno studente universitario e non credo che l'insegnamento fosse quello a cui professionalmente ambisse.
A dire il vero poteva ancora essere uno studente universitario, perché non avevo la benché minima idea sulla usa età.
Di sicuro più di venti, ma quanti in più era un mistero difficilmente ri-solvibile.
Feci quattro conti rapidi e, tutto sommato, anche nella peggiore delle i-potesi non riuscivo ad ottenere dieci anni di differenza, insomma non era poi così più vecchio di me, almeno se pensavo alla differenza d'età che c'era tra i miei genitori.
Parte 04 - in azione a casa del prof Era bello viaggiare indietro nel tempo cercando d'intuire l'infanzia e l'adolescenza di quell'uomo ed immaginarsi come potesse essere stati la sua pubertà, i suoi primi amori, le sue prime esperienze.
Mentre io, come Flaubert (o era Baudelaire?), ero intenta a in questo iti-nerario a ritroso alla ricerca del tempo perduto, lui tornò con una ma-glietta su un braccio ed un tubetto di crema in mano.
Mi accomodai sul divano e lui si sedette di fronte a me e, mentre era in-tento ad aprire il tubetto, io gli presi di mano la maglietta.
"Ecco, l'ho aper-- o pardon, non m'ero accorto che lei si stesse cam-biando." Ovviamente m'ero tolta la sua camicia e ciò che rimaneva del mio sfor-tunato top. Lo avevo fatto apposta, certa che quando il prof avrebbe rial-zato la testa, i miei seni sarebbero stati puntati proprio contro la sua fac-cia come i cannoni di Napoleone durante la vittoriosa battaglia campale di Trafalgar.
"Guardi, mi volto, lei si rivesta pure con calma." La situazione era ridicola, quell'uomo muscoloso, che chissà quante vol-te aveva scopato in quella stanza con la sua ragazza, era ora notevolmen-te imbarazzato dalla vista del mio seno nudo. La mia fantasia, peraltro, sempre molto fervida, s'era liberata in un susseguirsi d'immagini da far invidia ad un film a luci rosse.
Mi fantasticavo il professore in erezione, mentre inseguiva la sua ragaz-za, la raggiungeva e, quindi, le succhiava il seno. Adesso lo immaginavo mentre se lo faceva prendere in bocca, oppure la scopava sul tavolo, chissà se anche a lui piaceva metterlo nel sedere? A me tanti ragazzi l'a-vevano chiesto e io, ebbene sì, avevo più di qualche volta accettato, do-potutto la cosa piaceva anche a me.
Tutto ad un tratto nella mia mente un coro di bambini intonò un'offensiva cantilena: "Stefania: uno in fica, uno in culo, uno in bocca, ma le tette chi gliele tocca?" Vidi di zittirli immediatamente! Nel frattempo, non nella mia fervida immaginazione, ma nella realtà, il prof mi stava spalmando la crema sulla mano. Era molto delicato ed a-morevole nei suoi gesti, al punto che me lo sarei mangiato di baci.
"Lei, signorina, ha proprio delle belle mani." Mi disse.
"Grazie," risposi con fare ingenuo io "lei invece, professore, ha proprio un bel fisico, deve fare molto sport." Dicendo questo buttai nella spazzatura l'ingenuità e gli carezzai malizio-samente il torace, aumentando così il suo imbarazzo.
"In effetti faccio molta attività fisica-- come si dice: mens sana in cor-pore sano! Dopotutto non è mica un obbligo che, chi studia o insegna, non faccia anche della sana attività fisica." Chissà perché al termine "attività fisica" non mi veniva in mente nessun sport, ma ben altro-- così gli dissi: "Anche a me piace molto l'attività fisica." "L'immagino! Ma lei doveva vedermi alla sua età--" Bene o male, anche se in foto, com'era alla mia età lo avevo visto, ma (poco ma sicuro) era molto meglio vederlo adesso in carne ed ossa. Ne approfittai per squadrarmelo un'altra volta da capo a piedi.
Così, distrattamente, colsi che era in erezione. I pantaloni estivi che in-dossava, con il loro tessuto leggero, stavano manifestando in maniera i-nequivocabile quanto lui alla mia vista fosse eccitato.
Questo attestato di stima mi rendeva orgogliosa, sia perché mi dimostrava che riuscivo ad attrarre un uomo molto più grande di me, sia perché quest'uomo era abi-tuato a quel gran pezzo di figliola della sua ragazza.
A questo punto azzardai: "--ma professore, non mi dia del lei, mi chia-mi pure Stefania!" "Guardi, signorina De Rossi, sarò magari all'antica, ma preferisco man-tenere le distanze con le mie allieve. Poi il preside s'è tanto raccomanda-to: "sa alle magistrali, tutte ragazze o quasi, giovani e facili ad innamo-rarsi, poi un professore giovane, meglio non dar filo o destare illusio-ni"." Pensai a quel porco del preside, sempre a toccare il sedere delle allieve con qualsiasi pretesto. Da che pulpito arrivavano certe prediche! "Vede," proseguì lui "se mi sentissero chiamare una ragazza per nome o darle del tu, lei s'immagina che scandalo!" Mentre lui diceva questo s'era piegato in ginocchio davanti a me e, nel frattempo, io m'ero avvicinata a lui.
"Professore," lo interruppi io "mi siedo sulle sue ginocchia, così lei può mettermi la crema meglio." Il mio seno sinistro premeva ormai contro il suo torace e la mia coscia era ormai a contatto con il suo sesso. Mi dondolavo leggermente, come fanno i bambini, facendogli così percepire il mio capezzolo, irrigidito dall'eccitazione.
Vedevo il suo torace pulsare, tanto forte gli batteva il cuore.
Dai, datti una mossa! Pensai, dentro di me, ma lui niente. Un vero genti-luomo. Che serata! Uno che ci aveva provato con me come fossi una troia e questo che avrei desiderato ci provasse e invece-- niente! La crema nel tubetto era finita e la mia pazienza pure.
Il professore si rimise la camicia, quindi scendemmo. Mi riaccompagnò a casa e, durante il tragitto, la voce di Pavarotti ci accompagnò con un brano che credo sia della Tosca, ma che sicuramente mi canzonava iro-nicamente con il suo "Nessun dorma".
"Ecco siamo arrivati." Disse la sua voce, con un tono freddo e distaccato da bollettino di guerra. "Buonanotte! Ci vediamo lunedì mattina a scuola e, per stasera, dorma bene signorina De Rossi-- le auguro sogni d'oro..." In effetti feci dei bei sogni, diciamo che con la fantasia mi rifeci con gli interessi: eravamo io e lui a casa sua, lui alzava gli occhi e vedeva il mio seno nudo, quindi, invece di spalmare la crema sulla mano, me la spal-mava sul seno e poi su tutto il resto del corpo. Dio come spalmava bene! Poi, dopo aver detto che era pazzo di me, afferrava con la bocca un ca-pezzolo, cominciava a mordicchiarlo, leccarlo, succhiarlo. Le sue mani intanto scendevano lungo i miei fianchi, scostavano la gonna, quindi s'intrufolavano sotto. Sentivo le mutande scivolare verso il basso e fer-marsi alle ginocchia, dopodiché avvertivo la sua mano salire-- mentre l'altra mano,quella libera, raggiungeva la lampo dei suoi pantaloni e fi-nalmente chiaro ed inequivocabile alle mie orecchie l'inconfondibile ru-more-- della sveglia! "Porca miseria, ma chi ha scordato la sveglia puntata alle sette!" "Tu, tesoro di mamma." Disse mie madre dall'altra stanza. "Ecco cosa succede a rincasare tardi--" "Sì, è vero, scusa mamma, ma stavo facendo un così bel sogno--" "Vorrei sapere che tipo di sogni fai tu-- visto che parli nel sonno e quel che dici mentre dormi non mi piace, signorina." "--ma mamma-- almeno in sogno!" "Lo sai cosa dice la canzone: i sogni son desideri." "Mamma, tu non mi dici sempre che un bacio non ha mai ucciso nessu-no?" "Sì, ma da quel che intuisco, nei tuoi sogni, si va ben più in là.
Ricorda-ti, hai solo 17 anni e ti ho spiegato come rischi d'essere giudicata e trat-tata, se non ti comporti da ragazzina seria!" "Uffa che barba! Guarda, piuttosto che sentire questi discorsi, faccio co-lazione e vado a farmi un giro in bici! Poi ho quasi 18 anni, io!" Sempre la solita solfa! Capirai, mia madre era arrivata vergine al matri-monio e non aveva avuto altri uomini nella sua vita, tranne papà.
La cosa assurda,poi, è che ne andava fiera! Il vestito bianco all'altare. La prima notte. A volte mi chiedevo se avesse idea di cos'era un orgasmo multiplo o una penetrazione doppia.
Meglio non pensare a queste cose o mi sarei dovuta impegnare a fare una lezione di sessuologia a mia madre, per la quale il sesso orale era so-lo un'interrogazione in educazione sessuale.
Parte 05 - domenica è sempre domenica Ero nervosa ed irritabile, ebbene sì, in un solo termine: isterica.
Come esclamò mia madre "benedetta adolescenza, finirà!", come invece a-vrebbe meglio espresso la mia amica del cuore: "Hai solo una tremenda voglia di piselli e, benedetti ormoni, toglitela!".
Dopotutto Arianna soleva definirsi una ragazza priva di voglie, visto che era per antonomasia la principessa sul "pisello". Per lei che il proprieta-rio del pisello fosse, di volta in volta, sempre diverso era un particolare secondario e irrilevante, visto che lei, soddisfacendo sempre quanto gli ormoni le chiedevano, aveva raggiunto la sua particolare "pace dei sen-si". Solo chi è sazio non sente lo stimolo della fame.
Io, quella pace, non l'avevo e il mio appagamento era un po' troppo spe-cifico per accontentarmi di un pisello generico. Possedevo una rubrica piena di nomi, appunti, asterischi relativi alle loro prestazioni e numeri telefonici, ma tutto quell'insieme d'informazioni era assolutamente in-servibile in quel momento.
Avevo voglia di parlare e di sfogarmi, non avendo il pisello specifico a disposizione, mi serviva l'amica del cuore. Presi il telefono e composi il numero, uno squillo, due squilli, tre-- dieci. Dove cavolo poteva essere! Di domenica era sempre a casa, ad approfittare che i suoi se n'andavano in campagna e le lasciavano campo libero per compiere i suoi misfatti o per dedicarsi alle sue scorribande. Di certo quella domenica non poteva non essere "santificata" da Arianna con l'aggiunta di una tacca al suo cinturone. Era probabile fosse troppo "impegnata" nell'aggiungere quel-la tacca, per potersi preoccupare di rispondere al telefono.
Ero troppo nervosa per starmene reclusa tra quattro pareti.
Masturbarmi avrebbe solo accentuato il mio appetito. Inoltre, in quello stato, mi sarei sicuramente scontrata con mia madre ed avremmo finito per litigare. L'i-dea di star doppiamente male anche per uno screzio con mia madre, che, per quanto rompi, era sempre la mia dolce mammina, m'impose di usci-re.
Una boccata d'aria m'avrebbe fatto bene, anche se era ben altro che la mia bocca desiderava ricevere quel giorno e, sicuramente, ben più consi-stente di un po' d'aria.
Presi la bici e andai di corsa nel viale dove abitava il professore, forse la sola visione della pietanza avrebbe un po' placato i morsi che sentivo al-lo stomaco. Non ricordo quante volte percorsi quella strada avanti ed in-dietro, ma alla fine accadde quel che desideravo succedesse.
Lui uscì. Caspita era a torace nudo! Che bello! Stava seduto sul corrima-no del terrazzo, con la schiena poggiata al muro, intento a leggere un li-bro. Bello e intelligente, merce rara! Se solo avesse guardato verso il basso, m'avrebbe vista, io gli avrei sor-riso, lui mi avrebbe salutata e, certamente, invitata lì da lui e, una volta di sopra, io avrei pensato al resto-- Sogni, soltanto sogni, nella realtà, invece, uscì nel davanzale la ragazza della sera prima, una vestaglia corta molto trasparente, secondo me pure troppo trasparente. Gli si avvicinò, i due si baciarono in pubblico e senza alcuna decenza, almeno nei miei confronti che sono piccolina! Mentre io restavo sbigottita ed attonita ad assistere, impotente, alla sce-na, lui stava carezzandole il seno con una mano. Questo era decisamente troppo, ma tutta l'ingenuità della sera prima, dov'era andata a finire? "Stupida che sono!" Mi dissi con rabbia.
Altro che professorino ingenuo ed educato, era un mandrillo come tutti gli altri. Uno di quelli che palpano una donna da tutte le parti, già una donna ed io? Io non ero una donna? Io ero solo una stupida ragazzina? Presi la bici e corsi a casa. Ero furiosa e gelosa. Furiosa con me stessa e le illusioni che m'ero fatta , ma anche gelosa di quella donna. Certo che lui non doveva essere poi quel santarellino della sera prima da come smanettava su quella-- su quella-- troia! Sì, mi andava di dirlo e così sfogare la rabbia che avevo dentro.
Mentre snocciolavo nella mia mente una serie d'epiteti poco gradevoli nei confronti di quella donna, mi sorse spontanea una domanda banale, quanto scontata: "Cosa aveva quella più di me?".
Soppesai due pensieri obiettivi, realizzati a mente più tiepida che fredda, Accidenti! Forse era meglio evitare la risposta coincisa eppure chiara: tutto! Lei era una donna ed io una ragazzina, poi era bella da morire, magari era pure intelligente e simpatica, certamente lei lo capiva, poi di sicuro sapeva cucinare come nessun'altra e, probabilmente, a letto dove-va essere fantastica. Infine sapeva stirare, rammendare, cucire, dipingere e perfino scolpire! Béh adesso stavo esagerando dal lato opposto, qualche difetto l'avrà avu-to pure lei! Dopotutto i ragazzi avevano sempre detto che io avevo un certo talento ad utilizzare la bocca e che mettersi a parlare con me era solo uno spreco di questa mia notevole risorsa naturale, quindi non credo che in quello potesse essere meglio di me.
Passai la domenica a casa, neanche la telefonata di Arianna mi convinse ad uscire. In compenso scoprii perché non mi aveva risposto.
Gentilmen-te mi fece sapere che lei era una ragazza a modo e ben educata e, poiché non si parla a "bocca piena", aveva deciso di proseguire in quello che stava facendo, piuttosto che correre al telefono in soccorso di una cara amica. Il nome del fortunato? A parte che anche, se me l'avesse detto, l'avrei scordato da lì a dieci minuti, tanti e differenti erano i nomi che lei mi diceva ogni volta, ma lei era sempre una signorina per bene e si dice il peccato, ma non il peccatore. Una vera educanda! L'unico evento scontato, eppure inaspettato, un rumore familiare: drinn! Accidenti la sveglia! Distesa sul letto m'ero addormentata e adesso era già lunedì, ci sarebbe voluta un'altra intera, lunghissima, settimana per arrivare di nuovo a sa-bato.
In piedi, collazione, lavarsi, vestirsi, zainetto e fuori! Nell'autobus i soliti brutti musi, il consueto deficiente dei primi anni del-le superiori che approfittava della calca per segnalarti quanto era già virile, piazzandoti il suo bell'attrezzo duro contro il sedere ed un intermi-nabile viaggio tra strusciatine e mani morte.
Arianna lo definiva l'elogio all'ormone libero, ma lei non aveva le mie difficoltà a carburare la mat-tine, quindi riusciva ad apprezzare meglio tutto questo rituale e, in parti-colare, dedicarsi anima e corpo ai ragazzini delle classi inferiori, dopo-tutto s'accontentavano di così poco! Per me era diverso, era come fermarsi ogni giorno ad una stazione di servizio per fare il pieno ed invece trovare ogni volta un deficiente nuo-vo che ti deve controllare se tette, culo e patatina siano o no apposto! Poi, la massima goduria per questi ragazzini, consisteva nell'andare a raccontarlo agli amici: "mi sono ravanato una di quarta magistrale!". Che vita noiosa, non vedevo l'ora di finire l'adolescenza. Non ne potevo più di ragazzini combattuti tra il dilemma se era meglio dar bada agli ormoni o guardare i cartoni animati! Avevo un disperato bisogno di un uomo in grado di capirmi e soddi-sfarmi, ma quell'uomo non aveva che attenzioni per un'altra.
Parte 06 - un altro tragico lunedì mattina Oggi prime due ore-- matematica. A quel pensiero mi sentii il cuore battere forte in gola.
Calma e sangue freddo, in fin dei conti io ero Stefania De Rossi non po-tevo permettere a nessuno di rifiutare le mia avance.
Com'entrai in classe, mi misi bene in ordine, controllai il trucco, sollevai la gonna per scoprire il più possibile le cosce, sbottonai la camicetta a rivelare l'attaccatura del seno e tolsi il reggiseno in modo da evidenziare i due rialzi dei capezzoli che stimolai per renderli rigidi a puntino. Una rapida occhiata sul vetro di una finestra ad uso specchio e la soddisfa-zione di potermi definire: la perfetta reginetta del belletto! Stavo per dichiarare la mia personale guerra a suon di bombe anatomi-che.
Adesso a noi due, professore! "Buongiorno ragazze, allora qualcuna, per caso, ha dei dubbi sugli ar-gomenti esposti sabato scorso?" La mia mano si alzò per prima.
"Va bene signorina De Rossi, venga alla lavagna, faremo un esercizio insieme, così anche il resto della classe potrà capire." Arianna mi guardava con due occhi sgranati, scandendomi con la bocca le parole: "ma come ti sei conciata, sei pazza!" In effetti ero oscena, mezzo sedere fuori della minigonna, le tette che mi ballavano e sembravano poter scappare fuori ad ogni movimento.
Ero un po' sull'eccessivo, ma come si dice: in guerra ed in amore tutto è conces-so.
Caro il mio Alessandro, in guardia! Il professore non sembrava insensibile alla "esposizione" dei miei "ar-gomenti", s'era incespicato su una parentesi tette-- tonda ed un elevato al cul-- bo. La parlantina sciolta dell'inizio era diventata stentata e bal-buziente, mentre la fronte era decorata da una fine trama di perline di sudore.
Mi sembrava di essere come Cleopatra con Cesare-- o era Marco Anto-nio-- o tutti e due insieme? Adesso avevo altro a cui pensare, dopotutto era l'ora di matematica, mica di storia o latino.
Nel frattempo, in classe s'erano sentiti chiari i risolini delle mie compa-gne e il professore mi s'era avvicinato con una scusa per sussurrarmi al-l'orecchio: "Signorina De Rossi, si ricomponga, non potrebbe coprirsi un po' di più? Insomma-- anch'io sono fatto di carne-- mica di legno!" A dire il vero, una parte del suo corpo sembrava essere diventata proprio di legno. Doveva non indossare gli intimi oppure utilizzare i boxer, per-ché lo stato d'erezione era molto evidente. Per fortuna sua solo io vede-vo cosa stava accadendo sotto la cattedra a quel "naso" di Pinocchio.
Tornata al mio banco, trovai un biglietto, la calligrafia era di Arianna: "Che gran troia che sei, mettere tutto in mostra così! Però lui come ha reagito? Tu che hai visto, ce l'aveva duro?" Aveva usato un arguto giro di parole. Sempre fine la mia amica. Una ri-sposta a tutte quelle domande la meritava, mi voltai e sorrisi maliziosa, facendo di sì con la testa, mentre con la bocca le feci: "Avessi potuto ve-dere com'era lungo e grosso!" Lessi sulle sue labbra un complimento: "Che invidia! Puttana che non sei altro." Le risposi: "Mai quanto te, so-lo che tu lo fai gratis e, quindi, sei troia".
Alessandro, anzi Ale, sì, adesso nei miei pensieri lo avrei chiamato così, per quanto tentasse di mantenere il controllo sul suo istinto, ormai non faceva altro che passare lo sguardo dal mio interno coscia alla mia scol-latura. Questo per tutto il tempo che ancora rimaneva di quella lezione di matematica.
Per lui furono quasi due ore di tormento ed estasi, in particolare quando, senza alcuna malizia, mi grattai il pube e, inavvedutamente spalancai le gambe, con il risultato, sempre chiaramente involontario, di spostare le mutande, facendo fuoriuscire metà del mio sesso all'esterno dell'indu-mento.
Era facile come applicare il teorema di Pitagora: cateto per cateto per tre e quattordici! Forse ero pazza, forse innamorata, la risposta non la so, l'unica cosa cer-ta era che mai nella mia vita m'ero sentita così eccitata, così pronta a giocare con il mio corpo.
Al suono dell'intervallo lui fuggì dalla classe, quasi fosse scoppiato un incendio, ma forse Ale un incendio ce l'aveva sul serio! Arianna mi si avvicinò.
"Sei proprio una figura porca, ma cosa stavi facendo lì davanti al prof, grondava sudore dalla fronte peggio di una fontana!" "Niente, gli ho mostrato semplicemente la mia cosina più bella, quindi assolutamente nulla di particolare--" "Che gran troia, mi stai prendendo in giro, non dirai mica sul serio?" "Certo che dico e faccio sul serio!" Andai in corridoio per braccare la mia preda ormai colpita dalle mie ar-mi anatomiche nei punti "vitali". Dove s'era cacciato? Eccolo! Lo vidi fuoriuscire dal bagno dei professori, volto e capelli ancora umidi. S'era rinfrescato e non s'era asciugato! Girò l'angolo, lasciando delle inequivocabili tracce sul pavimento: le gocce d'acqua che grondavano dal suo volto. Era come se fossero le macchie di sangue della mia preda ferita a morte. Le seguii e lo braccai. Stava per salire sull'ascensore, confidando che le porte si sarebbero chiuse in tempo, ma io m'infilai all'interno all'ultimo momento.
Come mi vide entrare, si sistemò il colletto, quasi avesse avuto un'invi-sibile cravatta. Era evidentissimo l'imbarazzo.
Mi guardò e rimproverandomi sottolineò: "Signorina lo sa che l'ascenso-re è riservato solo al personale docente." "Professor Bramardi, non sia così drastico!" Qualcuno era giunto in mio soccorso. Mi voltai, era la prof d'italiano, una volta tanto non era una spaccaballe.
"Grazie professoressa." Le dissi sorridendole come mai era accaduto in quattro anni di superiori.
Non c'era molta calca, ma comunque mi spalmai addosso al mio Ale, co-sì da fargli sentire il mio corpo.
Doveva soffrire, come io avevo sofferto il giorno prima per lui.
Guarda chi si rivede, il "naso" di Pinocchio! Era ancora eccitato. Ne ap-profittati per strusciarmi contro.
Questo fu il colpo di grazia, sordo ed inudibile percepii l'urlo della morte prima dell'ultimo rantolo. La preda raggiunta, colpita, straziata esalava il suo ultimo respiro, ogni possibile resistenza era ormai un lontano ricordo legato al passato.
Cannonate alla mia destra, cannonate alla mia sinistra ed ovunque grida di tripudio. Vittoria, vittoria, vittoria! A quel punto l'ideale sarebbe stato mettermi in posa con il piede sopra la carcassa della belva sconfitta e domata, per una bella foto ricordo da in-corniciare ed appendere sopra il caminetto a casa, con la pelle del pro-fessore proprio di fronte al medesimo caminetto.
Parte 07 - la dea della caccia è femmina Approfittando della confusione, ora lui mi stava palpando, ma non era una sensazione sgradevole come poche ore prima in autobus.
Era il segno della mia vittoria. Nella mia testa un solo pensiero: "Sì, pal-pami! Oh Ale, Ale-- Aleeee ooooh ooh!", ma stavo cantando vittoria troppo presto.
Lui aveva ripreso i sensi ed il controllo di se stesso, bastardo! A mia insaputa era sgusciato fuori dell'ascensore e chi mi stava palpan-do era il professore d'italiano della III C!", dopotutto era su di lui che m'ero erroneamente strusciata.
Cos' optai per un sonoro calcio negli stinchi, tanto per insegnargli a te-nere apposto le mani, poi scappai via all'inseguimento.
Dove poteva essere scappato quel codardo? Puntai decisa verso la palestra, pensando che, comunque, se aveva un minimo di sale in zucca era lì che m'avrebbe atteso per concretizzare i miei sogni e le mie aspettative. Mi diressi decisa in quella direzione, ma con la coda dell'occhio colsi che lui, invece, stava andando nella sala in-segnanti. Prima di svoltare l'angolo mi girai e lo fissai con occhi langui-di, ma lui evitò di incrociare il mio sguardo-- ma che cavolo andava a fare in aula insegnanti, quando c'ero io lì su un vassoio d'argento! Proseguii verso la palestra, attendendo i possibili sviluppi di quel mio gesto.
Aspettai lì, pazientemente, venti minuti, preparandomi ad attimi d'inaudita passione e di sesso sfrenato, ma lui non venne.
Mi sentivo incredibilmente frustrata e pensai: "Come, t'eri eccitato all'inverosimile, mi hai desiderato e adesso non mi segui in palestra!".
Sconfitta, irrimediabilmente annientata nel mio orgoglio, stavo per usci-re. Potevo comprendere come si fosse sentito Napoleone ad Austerliz. Sguardo basso verso il pavimento e piedi strascicati in un lemme cam-minare, quando tump! Un torace, su chi ero sbattuta? Che fosse lui? Come un lampo, un'ondata d'eccitazione percorse rapidamente le mie vene.
Alzai lo sguardo. Non era il prof! Era quel porco del preside. Quello s' che era un vero depravato che ci provava con tutte noi. Non come il sup-plente che resisteva alle tentazioni o quello della III C che tentato, reagi-va come ogni altro uomo avrebbe fatto, ma un vero e proprio porco con tanto di marchio di garanzia.
Arianna m'aveva raccontato che, quando la Danielutti l'aveva mandata da lui con un nota d'espulsione, quale tra le tante non rammento, lui le aveva proposto: "Signorina-- andiamo male-- se continua così si troverà un brutto voto in condotta e lei ben sa che per la condotta si rimane bocciati! Inoltre anche gli altri suoi voti non sono eccezionali. Lei avrebbe bisogno di qualco che metta una buona parola per lei--" Sapevo bene quello che lei ed io avevamo dovuto concede sotto forma di "lustratine di occhi" per aggrapparci ogni anno a quattro materie a set-tembre. Ci chiamavano le rimandate croniche! "La prego signor preside," aveva supplicato Arianna "sia buono--" "Sarò buono con te se tu sarai buona con me. Senti bella, che ne diresti se, in cambio di questi tre giorni di sospensione, tu--" "Io?" La mia cara amica aveva descritto l'espressione del preside in maniera ineccepibile: occhio libidinoso, bavetta sull'angolo della bocca e dita delle mani che s'intrecciavano nervosamente. Insomma mancava Alvaro Vitali come bidello e sarebbe stata una delle tipiche scenette da film ero-tico italiano di serie B.
"Mi facessi un piccolo piacere-- del tipo io do una cosa a te e tu dai una cosa a me." "Che tipo di piacere signor preside?" Lui s'era alzato dalla poltrona, aveva chiuso la porta a chiave ed aveva estratto il suo gioiello di famiglia dai pantaloni.
Tutto questo senza proferir parola, anche se Arianna mentalmente aveva completato la frase con un: "Tipo succhiarmelo ben benino!".
Lei aveva giocato la carta dell'ingenuità.
"--ma io-- io non l'ho mai fatto!" Che bugiarda! Lui aveva leggermente scrollato la testa, quasi a voler dire che conosce-va bene la "reputazione" di chi aveva di fronte e che, anzi, viste le tante buone referenze, s'aspettava proprio un bel servizio, almeno un qualcosa che onorasse "tanta fama"! Mi ricordo che quella volta le chiesi, sospettando già la risposta: "Che porco e tu cosa gli hai fatto?" "Gli ho detto di sì, a casa mia, se porto un'altra espulsione, m'ammazza-no! Poi sono messa troppo male, questa volta mi boccerebbero e, in fin dei conti tutti i ragazzi mi chiamano Madamme Pompa-dur, come la fa-vorita di Napoleone" Quell'episodio fu per Arianna un bel colpo di fortuna, perché poté sem-pre rimediare ai suoi guai andando a "parlare" con il preside.
Com'è il proverbio, ne "ferisce" più la bocca, che la spada.
Ma questa era storia passata, come Napoleone, appunto.
Io, ero differente. Non migliore, solo diversa per indole rispetto alla mia amica. Abbassai lo sguardo, per non incrociare quello del preside.
"Signorina cosa fa qui? La ricreazione è finita! Lo sa che potrei metterle una nota, a meno che--" "A meno che tu non mi metta qualcos'altro in qualche parte del mio cor-po, vecchio porco?" pensai, ma dissi: "C'erano tutti i bagni occupati e sono scesa per utilizzare questi, me la stavo facendo addosso, ho il per-messo della professoressa." In fantasia avrei di sicuro avuto dieci e lode! Peccato che non esistesse come materia scolastica.
"Bene, brava, vada pure allora--" Con passo svelto mi diressi nuovamente verso l'ascensore, tentando di aggirare il preside, che non poté esimersi dal palparmi il sedere. Non un tocco leggero o una carezza impalpabile, ma una bella smallopata del ti-po: "la forza di dieci braccia: Pastamatic"! Vecchio, disgustoso e lurido porco, ma come riusciva Arianna a pren-dertelo in bocca, bleah! Sarà un cazzo sporco, puzzolente, vecchio e ru-goso.
A dire il vero, la mia amica era di "bocca buona" oltre a essere di "buo-na bocca", succhiare era una sua vera e propria "aspirazione", anzi lei era un vero e proprio aspirapolvere, solo che con il preside ci voleva an-che l'antiruggine! Chissà come avvenivano quelle quattro chiacchiere che ogni tanto anda-va a fare con il preside? La immaginavo vestita da ninfa e il preside, un vecchio e bavoso fauno, che la inseguiva. No, piuttosto un vecchio e ru-goso cazzo... ecco! Una nerchia enorme, disumana e nera.
Ricoperta di peli e sporca di sperma che, famelica, inseguiva la sua preda e, invece che essere lui a divorarla, ne veniva inghiottito. Che fantasia! Altro che Eschilo, Sofocle, Plauto e tutti gli altri autori greci.
Ecco, nel mondo della mia immaginazione, Arianna seduta in mezzo ad un prato, una ghirlanda di fiori a cingerle la testa, l'aria candida ed ange-lica e la pancia piena. Una leccatina al labbro per eliminare le piccole sbavature ed il sorriso beota di chi ha soddisfatto la propria fame insie-me ano dei suoi tanti "amici di amore". Di nuovo le mie fantasie stavano portandomi altrove.
Dovevo tornare rapidamente alla realtà e riprendere la mia caccia ad Alessandro.
Dove poteva essersi cacciato quel coniglio privo dell'anagramma di quel termine! Ormai l'intervallo era quasi terminato, potevo solo tornare me-stamente verso la mia classe e, si sa, ogni lasciata è persa.
Parte 08 - colpito e affondato Per evitare una nota negativa a seguito del ritardo in classe e, quindi, rinnovare l'incontro con il preside, era meglio prendere l'ascensore ed abbandonare la caccia.
Cosa avrebbe pensato di me Minerva, la dea della caccia! Ormai, delusa, stavo oltrepassando le porte spalancate, quando sentii giungere alle mie orecchie la voce di Alessandro.
"Signorina De Rossi, può venire un attimo qui in aula insegnanti? Vorrei parlarle. Non si preoccupi per la lezione successiva, le faccio io una giu-stificazione." Forse stavo sognando. Mi diedi un pizzicotto. Accidenti che dolore! No, non era fantasia, era realtà, stava accadendo! La stanza era vuota, solo io e lui.
"Signorina, io-- ecco, mi è un po' difficile trovare le parole, ma lei--" Ti dai una mossa si o no! Uffa, mi sono proprio stufata di tutto questo tentennare, ma chi sei: Scipione il tentennatore? Basta, prendo io l'inizia-tiva! Gli afferrai il volto e posai delicatamente le mie labbra sulle sue, zitten-dolo.
"Ecco signorina," disse imbarazzato lui "è proprio questo che non va, lei non si rende conto che--" Già non m'ero reso conto che era stato un approccio troppo morbido! Adesso ti faccio un po' vedere io-- muoia san Sone e tutti i figli suoi! Posai nuovamente le mie labbra sulle sue e feci uscire la lingua. Trovai un'altra lingua ad aspettarmi, prima titubante e passiva e poi (finalmen-te!) complice.
"Aspetti un attimo, signorina De Rossi!" Che palle con questa signorina De Rossi, ma che, mi chiami così anche adesso! Poi aspettare? Aspettare cosa? Lo vidi dirigersi verso la porta, controllare fuori, quindi chiuderla a chiave. Giusto, poteva entrare qualcuno a disturbarci. Le cose stavano finalmente volgendo al meglio.
Un attimo dopo io gli ero già alle spalle e, come si voltò, mi ero spiacci-cata addosso al suo corpo per fargli percepire il mio...
caspita! Gli era diventato duro peggio d'un trave, altro che il naso di Pinocchio. Mi sentii sollevare di peso, quindi posare delicatamente sul tavolo.
Smise di baciarmi in bocca, per passare sul collo, poi scendere verso l'at-taccatura del seno.
"O Cristo, sì, continua a scendere!" pensai, senza avere però l'ardire di dirglielo esplicitamente.
Non c'era corteggiamento e romanticismo, solo grande passione, ma non potevo pretendere di meglio, visto come avevo voluto condurre il gioco. C'è il tempo per pensare, quello per parlare, ma adesso era tempo di fa-re.
Il fine giustifica i mezzi ed il resto e vanità, come avrebbe detto quel tale scozzese: Mac Kiavelli.
Sentii la pressione dei denti attraverso il tessuto della camicetta sul mio seno, le sue mani esplorare nervosamente il mio corpo, quindi, finalmen-te, la sua bocca in mezzo alle mie gambe. Con naturalezza allargai le co-sce, permettendogli di affondare meglio.
Sentivo attraverso il tessuto delle mutandine la sua bocca e la sua lingua.
"Sposta l'orlo, ti prego, sposta l'orlo-- ecco da bravo, così, lo vedi che quando ti applichi ottieni dei buoni risultati", il tutto sempre senza profe-rire una sola parola.
Le dita risalirono il mio ventre, alla ricerca di quei tre soli bottoni che mantenevano chiusa la camicetta. Bastò sbottonarne solo due, il terzo saltò via da solo, facendo fuoriuscire le due sfere contenute a stento all'interno. Le mani a questo punto s'avventarono sulle mie tette, quasi non ne avesse mai afferrate e strette altre prima.
Improvvisa ed inattesa una domanda, un barlume di lucidità di Alessan-dro in quell'aggrovigliarsi tentacolare dei sensi che l'aveva avvolto e ra-pito.
"Sei vergine?" Ma figuriamoci! In realtà risposi più semplicemente: "No." Lo vidi aprirsi la patta dei pantaloni, mettersi precipitosamente un pre-servativo e rialzare lo sguardo verso di me.
"Stefania abbiamo solo venti minuti." M'aveva chiamato Stefania! Finalmente m'aveva chiamato Stefania. Non ero più una qualunque signorina De Rossi.
Potevano essere delle parole, così fredde e sbrigative, dei versi poetici estremamente romantici? Per le mie orecchie sì, quel Stefania detto dalle labbra di Ale era la più bella poesia m'avessero mai recitato da parecchio tempo! poi, maliziosamente, pensai: solo venti minuti-- è quando mai era durato così tanto tempo con i miei coetanei, al massimo cinque mi-nuti, non uno di più! Rispetto a quanto visto due giorni prima, il ventre piatto e muscoloso, dal pelo rasato, proseguiva ora verso il pube e lì cominciava ad inerpi-carsi un sesso dalle dimensioni notevoli, non tanto per lunghezza, quanto per larghezza.
Vedi Pierino, tanto lo hai chiamato lungo e grosso che poi è venuto, mi dissi, anche se quel tipo di "lupo" non mi faceva per nulla paura.
Che pene lungo che hai-- glande grosso che hai-- che palle sode che hai-- io sono Cappuccetto Rosso-- mangiami! Lo percepii sulle mie pareti esterne ed ebbi un attimo di paura al pensie-ro che tutto questo fosse solo la mia ennesima fantasia. Forse stavo sem-plicemente dormendo in aula.
No era tutto reale, finalmente! Cosa stavano facendo le mie compagne in classe? Filosofia-- Fichte, il concetto di sublime. Anch'io stavo facendo Fichte e il concetto del su-blime! Più che Fichte-- Fochte-- ma Ale era professore di matematica, non di filosofia.
Pensai ad Arianna, se lo sapesse come lo stavo prendendo con filosofia.
Ale era un amante eccezionale, forse per una sua innata abilità o forse perché era il primo "uomo" nella mia vita, dopo tanti ragazzini, inesperti e bramosi di arrivare al dunque, senza avere mai tutte quelle premure e attenzioni verso ciò che avrei potuto e dovuto provare anch'io, lui no, era un uomo maturo ed esperto.
Quel giorno scoprii per la prima volta cosa fosse un vero orgasmo. In realtà, fino a prima, era sempre stata solo un grande stato di eccitazione, un forte stato d'ansia, un insieme di sensazioni dettate più dagli ormoni che dai sensi, insomma mai l'orgasmo vero e proprio.
La cosa non si esaurì lì. Da quel giorno, lui e io, diventammo amanti.
Durò parecchi mesi, in cui dovetti accettare la comunanza con la sua ra-gazza.
Quell'anno all'esame di maturità non conseguii il diploma magistrale con un sessanta, ma con un striminzito trentasei, tuttavia con Ale ci ritro-vammo spesso a fare dei "sessantanove"-- L'inverno successivo lui trovò un buon impiego altrove e così i casi della vita ci portarono lontani, non solo geograficamente, ma anche sentimen-talmente. Cosicché tempo e distanza spensero le fiamme della nostra passione.
Anche Arianna ed io ci trasferimmo entrambe per motivi di studio, i no-stri contatti si fecero sempre più sporadici e, infine, episodici e casuali, cosicché finimmo per perderci di vista.
Gli ormoni con il tempo mi si quietarono e l'ambiente universitario, il lavoro e un matrimonio borghese cancellarono le diverse macchie che insudiciavano la mia "fedina morale". Il tempo è un'ottima lavatrice e cambiare città un buon detersivo.
All'università avevo incontrato un ragazzo stupendo, di buona famiglia, a cui feci sudare le leggendarie sette camicie per ottenere le mie grazie, ma io ero cambiata, avevo ventitre anni e non più diciassette. Il sesso non era più una gioiosa scoperta, ma una scelta, un parte importante del-l'affettività di un rapporto d'amore, tuttavia è sempre bello perdersi in certi ricordi: nella spensieratezza fatta delle ansie banali di ogni adole-scente che, con il tempo, appaiono sciocche, ma che vissute al presente sembrano enormi ed irrisolvibili.
Ancora oggi, che sono felicemente sposata, che ho la mia famiglia e che litigo con la maggiore delle mie figlie, anch'essa adolescente; nel mio cuore conservo una dolce nostalgia di quei spensierati tempi passati e di quel "timido" professorino.
Come solo il tempo e l'esperienza diedero la conferma ad una mia sup-posizione, non è di tutti gli uomini saper far godere pienamente una donna e, come sospettavo, per Alessandro, uomo sensibile e profonda-mente romantico, era una dote innata.
Chissà dov'era, chissà se s'era sposato con quella ragazza tanto attraente, chissà, se ogni tanto, anche lui pensa a me e qui strani giorni.
Richiudo un libro, è "alla ricerca del tempo perduto" di Guy De Mau-passant. Forse quella lettura ha stimolato i miei ricordi. Che strano, cre-scendo ho anche scoperto la gioia insita nel leggere e nel studiare.

 

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