Parte 01 - sabato pian piano se ne va
Era un sabato, uno di quei sabati che non vedi l'ora che suoni la
campa-nella per scappare fuori da scuola.
All'esterno di quelle quattro squallide pareti, il sole primaverile
riscalda-va l'aria, per cui la finestra, lì al mio fianco, sembrava
una cornice attor-no ad una tela dipinta d'azzurro che mi parlava di
sole, di caldo, di ma-re-- un sogno reso irreale dalla prigionia che
dovevo ancora scontare all'interno di quell'aula.
Tema: descrivi un'ossessione. Svolgimento: la spiaggia, ecco qual era,
in quel momento, il mio pensiero ossessivo. Le onde del mare e tanti,
bellissimi, ragazzi con i quali lucidarmi gli occhi e non solo--
"De Rossi stai seguendo la lezione o cos'altro!" Era la voce irritante
del-la prof d'italiano, quella spaccaballe--
"No, professoressa," risposi mielosa "riflettevo solamente su quello
che lei stava spiegando."
"Bene, De Rossi" pronunciò il mio nome con un tono accusatorio
"allo-ra prova a ripetere come i concetti alla base dei futuristi--"
Ed ecco un suono improvviso, inaspettato, ma lungamente atteso.
Fortu-natamente era giunta in mio aiuto la campanella, Dio tenga in
sempiter-na grazia i bidelli!
"De Rossi-- la tua solita fortuna!"
Notai una punta d'acido da parte della prof, per cui non esitai a fare
la linguaccia a quella vecchia zitella andata a male. Cosa ne poteva
sapere lei della vita all'aria aperta. Di divertirsi, dei ragazzi!
Quella prugna rinsecchita, da giovane, i ragazzi neanche in foto li
avrà visti.
Altro che il preservativo, un uomo che avesse voluto andare con lei si
sarebbe dovuto procurare un aspirapolvere e farsi l'antitetanica!
Un'altra ora, un'altra maledettissima ora di lezione, matematica con
la professoressa Danielutti e poi, finalmente, la libertà!
La porta si spalancò e, al posto di quell'altra zitella inasprita
della Da-nielutti, entrò un ragazzo, gradevole d'aspetto, anche se un
po' impaccia-to.
"Buongiorno ragazze, è la IV C questa?"
Uno stuolo di voci femminili intonarono un corale sì.
Era più che passabile, probabilmente venticinque anni, un bel fisico.
Li-neamenti forti leggermente irregolari che conferivano al volto un
non so ché di deciso e virile, anche se dietro le lenti degli occhiali
si celavano due occhioni da cerbiatto un po' smarriti.
Probabilmente era la prima volta che si trovava a dover insegnare ad
una classe e non riusciva a trattenere l'emozione, anche perché,
dall'aria, sembrava già per sua natura un tipo timido e riservato.
Bastava far caso alla piega dei pantaloni e ai capelli spartiti non
solo con la riga, ma an-che con la squadra e il compasso.
"Sono il supplente di matematica. Sostituirò la vostra professoressa
per i prossimi due mesi."
A volte essere nell'ultimo banco era un vantaggio. Lì, in quella zona
di nessuno, avevi la possibilità di distrarti, leggerti qualche
rivista, chiac-chierare. Tutto questo senza che i professori se
n'accorgessero più di tan-to; tuttavia, in questo caso, pareva essere
un bel svantaggio.
Quel professorino, tolti gli occhiali e vestito in maniera meno seria,
non doveva essere malaccio, anzi, tutt'altro.
Di sicuro faceva palestra, aveva due spalle! Se il sotto corrispondeva
al sopra-- santi numi che bocconcino!
"Arianna," chiesi alla mia compagna di banco "che ne pensi del
sup-plente? Non è carino?"
"Sì, io me lo farei!" Mi rispose in preda all'euforia.
"Capirai-- tu, troia come sei, ti faresti tutti i maschi che ci sono
sulla terra, da quelli quattordici anni in su! Basta che gli si
rizzi."
"Stronza!"
"Ti sei offesa? Dicevo per scherzo. Come mai sei permalosa, devi avere
le tue cose?"
"No, è che tu, con quell'aria da santarellina--"
"Cosa vorresti dire?"
"Niente, non sono mica io che vado in giro a mostrare le mie mutande--
indossando minigonne da panico!"
"Almeno io le mutande le indosso-- sei una serpe!"
"Se per questo anche tu!"
Arianna era proprio un'amica, mi divertivo un sacco a scherzare con
lei. Per noi stuzzicarci era un gioco. Il più bel complimento che ci
potevamo fare era, appunto, troia e, forse, un po' lo eravamo; per lo
meno a en-trambe piacevano molto i ragazzi, ma non solo guardarli,
forse, a diffe-renza delle altre, noi ammettevamo di fare anche i
fatti, mentre le altre sotto, sotto facevano pure di peggio!
"Allora, mi presento, sono il professor Alessandro Bramardi, spero
d'imparare presto i vostri nomi e di guadagnarmi la vostra fiducia.
Vedo che siete quasi tutte oltre la sufficienza-- tutte salvo la
signorina-- A-rianna."
Lui alzò lo sguardo in cerca di chi fosse la proprietaria di un così
bel nome e di un tale corpus studiorum.
Lei alzò la manina scuotendola come fosse il suo sedere e sorridendo
maliziosa.
"Anche se mi è stato detto che la vicinanza con la signorina--"
"Stefania, si chiama Stefania De Rossi, signor professore."
Tu guarda che amica, lì a fare subito la troietta con il supplente,
pur di rubarmi la scena! Ed io che avevo intenzione d'alzarmi per
farmi vedere meglio dal professorino.
"Appunto, mi si dice che la sua vicinanza costituisce una turbativa,
per questo, se nessuna di voi ha qualcosa in contrario, vi sposterei
di banco. Lei signorina-- Roberta vada al posto della signorina
Stefania... e lei venga qui, in prima fila, vicino alla cattedra.
Vedremo se in sua assenza i voti della signorina Arianna
miglioreranno-- inoltre qui, vicino a me, potrò tenerla meglio
sott'occhio, visto che mi dicono che lei sia piuttosto irrequieta."
"Ciao Arianna, vado in prima linea, la patria mi chiama. Tu, mi
racco-mando, fai come dice il professore, prendi i voti-- e fatti
suora!"
"Serpe!"
"Puttana!"
"Che fortuna, in prima fila, così me lo posso mangiare con gli occhi!"
"Stefania?"
"Sì--"
"Vedi di rifarti il culo, che te lo rompo a calci, troia che non sei
altro, tutte a te le fortune!"
Lasciai Arianna, sbattendole in faccia il mio migliore sorriso, tanto
sa-pevo che stava solo morendo d'invidia.
Il professore cominciò a spiegarci qualcosa che ben non ricordo, la
mia fantasia ben presto era partita per altri lidi.
Che bel sederino sodo ed alto, chissà-- forse va a correre oppure va in
bici. In costume non deve essere male-- poi, in costume, avrei potuto
vedere se aveva anche altri doti "nascoste", si fa per dire.
La campanella suonò nuovamente, l'ora di matematica era volata via e
anche quella settimana di supplizio era finita!
Però che peccato, era finita proprio sul più bello--
Parte 02 - il sabato sera ti porto a ballare
Il pomeriggio l'avrei dovuto passare sui libri a studiare, ma il sole
che brillava fuori e la telefonata di Arianna subito dopo mangiato,
con la proposta di andare insieme a fare un giro, cambiarono ben
presto i miei programmi.
Ci sarebbe stata anche domenica mattina per studiare oppure avrei
potu-to fare a meno di studiare, dopotutto a cosa serviva studiare?
Chiusi zaino e libri nell'armadio e andai in bagno a truccarmi. Ci
fosse stato trucco invece che matematica o italiano a scuola, sarei
stata la pri-ma della classe.
Il corso, come era ovvio, era pieno di bei ragazzi, c'era da lustrarsi
gli occhi e non solo. Anche i negozi del centro non erano male.
Abbiglia-mento, cosmetici, gioielli. Insomma tutto il meglio una
ragazza possa desiderare.
Mentre m'ero distratta, osservando attentamente un coordinato della
Naj-Oleari esposto nella vetrina di un negozio, Arianna fu fermata da
uno del liceo. Quando mi voltai per discutere il prezzo di quel
coordina-to, lei non c'era più. Dovetti starmene lì ad aspettarla per
alcuni minuti, nel frattempo lei faceva la scema con un tizio che non
riuscivo, data la distanza e la mia miopia a riconoscere. Certo avrei
potuto mettermi gli occhiali, ma con un pio di lenti sopra il naso ero
decisamente orrenda e poi mi avrebbero dato l'aria da secchiona e
questo: sia mai!
Dopo un po' la pecorella tornò all'ovile.
"Stefania, mi ha chiesto se questa sera andiamo in discoteca, così ci
po-tremmo vedere lì. Non ti preoccupare, porta anche un amico!"
"Sì, se lo dici così e con quel tono, sembra quasi che se non ci fossi
tu a venire in mio soccorso, io di ragazzi non ne vedrei neanche
l'ombra, bel-l'amica che sei! Cosa credi che se stasera vengo in
discoteca mi tocca fa-re da tappezzeria?"
"Scusa non ti volevo offendere e che--"
"--ma questo almeno è carino? Non è che mi tocca stare con un
spaven-tapasseri orrendo e pieno di brufoli?"
"Sì, intendo che è carino. È Alberto, sai quello biondo, fico, che
studia all'università, quello col Mercedes cabrio!"
"Aaaaaaaaahhhh! Dimmi che è vero--"
"Sì, è proprio lui."
"Cielo, ci muoio dietro da quando andavo all'asilo!"
Caspita che colpo di culo, uno dei ragazzi più ambiti della città,
bello da far morire e ricco da far spavento.
Decidemmo di comune accordo che passeggiare ulteriormente per il
cor-so sarebbe stato solo tempo sprecato, urgeva andare a casa e
prepararsi per l'imminente impegno della sera. Cinque ore sarebbero
bastate appe-na per prepararsi a dovere per quell'evento.
Una volta a casa, aprii cassetti e armadio. Tirai fuori tutto quello
che di estivo avevo all'interno.
Dopo parecchi minuti trascorsi in preda ai più atroci dubbi
esistenziali, optai per una maglietta aderente blu notte e una mini in
jeans, calze au-toreggenti e scarpe basse in vernice. Lui era "corto"
di statura e preferi-vo non risultare troppo più alta, se mi avesse
baciato, il che mi sembrava il minimo per un primo appuntamento,
sarebbe potuta essere una cosa un po' imbarazzante per lui.
Probabilmente ad Alberto sarebbe stato neces-sario l'utilizzo di un
marciapiede o, addirittura, di un gradino. Bèh c'era-no sempre i
divanetti, poi se la serata fosse proseguita nel verso giusto, come si
dice: uomo basso--
Mi rimirai allo specchio. Con tutto quello che avevo in bella mostra
a-vrei corrotto anche un santo! Sì, ero veramente orgogliosa di me
stessa. La maglietta metteva in bell'evidenza il seno e la mini faceva
intravede-re a sufficienza. Inoltre, se la serata fosse andata nella
direzione da me preferita ero in confezione "apri e gusta".
Il suono del campanello di casa mi richiamò all'ordine, Arianna era
pas-sata a prelevarmi per dare il via alla missione: "strafighi".
Come ogni cosa nella vita, esistono le incognite e già dai primi
istanti, Alberto si rivelò una mezza delusione. Quella mano, piazzata
subito sul mio sedere, era stato come darmi della troia bella e buona.
Nonostante la nomea che mi accompagnava, in realtà non m'ero mai
concessa "facil-mente". Certo non è che fossi una santarellina, ma
prima di mollarla vo-levo che un po' se la sudassero (se mia madre mi
avesse sentito dire que-ste cose! lei mi credeva ancora vergine--),
insomma un po' di corteg-giamento lo avevo sempre preteso anch'io. La
riflessione conseguente fu un po' amara, ormai, dovevo avere veramente
una pessima fama, pure peggiore di quella d'Arianna, comunemente
chiamata dai ragazzi: "den-tro in dieci secondi".
Potevo ammettere che si fosse sparsa la voce delle cose che facevo e
con quanti le avessi fatte (insomma non erano poi così tanti, avevo da
poco superato quota cento!), ma quel modo strafottente e il fatto che
lui aves-se la certezza che sarei stata totalmente ed inevitabilmente
sua, mi dava proprio fastidio.
Appena seduti sul divano aveva già cominciato a provarci. Mano su per
la coscia a tastare la consistenza e la resistenza alle sue dita del
tessuto delle mie mutandine. Che classe! Pensai.
Peggio delle mani era la bocca! Per quanto cominciasse a farmi
letteral-mente schifo, avrei preferito che mi baciasse piuttosto che
dover subire le stronzate che diceva. I discorsi erano di quelli che
fanno cadere le braccia: la macchina del papy, la villa del papy, la
barca del papy. Ecco, magari facevi venire il papy al posto tuo, che
era meglio!
"Hei, guarda lì che tronco di fica che passa! Quella sì che me la
scoperei subito!"
Sì, tu ti tromberesti anche tua madre, anzi la moglie del tuo papy,
pur di scopare, pensai; ma voltandomi dovetti rimangiarmi quanto avevo
sup-posto. Una ragazza veramente bella, di quelle che di solito si
vedono so-lo sulle riviste patinate: una top-model.
Dio, avrei dato dieci anni della mia vita solo per avvicinarmi ad
essere come quella.
Cazzo, il prof di matematica!
Il professore era insieme a quella stupenda ragazza. Certo che anche
lui con il gel sui capelli, le lenti a contatto e vestito in modo
molto giovani-le, non le era da meno. A stento avrei pensato potesse
avere vent'anni, altro che il professorino timido e balbuziente che
era entrato in classe quella mattina.
"Stefania, hai visto che fico il prof?"
Furono le parole piuttosto scontate d'Arianna.
La camicia, sbottonata per il caldo della sala, rivelava due pettorali
sodi e muscolosi. Non potei concentrarmi troppo su quella visione,
Alberto m'aveva preso la mano e se la stava strofinando, come il
Galateo pre-scrive, sulla patta dei pantaloni.
"Ti piace? Adesso usciamo un attimo, prendiamo il Mercedes e ti libero
la belva."
"Senti, bel pirla, chi credi d'essere, ma va col tuo Mercedes a
pagarti una puttana! Insomma, per chi o cosa mi hai preso? Non sono
mica il tipo di ragazza che credi!"
"Senti, ma chi vuoi prendere in giro con la storia della santarellina.
Guarda che a te ti conosco, anzi ti conosce tutta la città. Cos'è la
novità adesso? Bisogna pagare? Dai, andiamo, che poi ti piace!"
"E come mi conoscerebbe tutta la città?"
"Dai che lo sai che in città ti chiamano, Stefania: uno in fica, uno
in cu-lo, uno in bocca, ma le tette chi gliele tocca?"
Me l'aveva detto la mamma che, a sembrare leggera, dopo ti prendono
per una ragazza facile e nessuno ti porta più un po' di rispetto. Come
ci esci una sera, pensano subito che gliela dai, ma qui era peggio,
m'aveva dato della puttana impunemente a voce alta e questo non lo
potevo tolle-rare.
Indispettita da tanta arroganza, tentai di alzarmi e andarmene, ma
Ales-sandro mi bloccò, afferrandomi forte il polso.
Lo guardai molto irritata da quel gesto.
"Mi stai facendo male."
"Dai che ti faccio sentire com'è eccitata la bestia!"
A quel punto m'infilò la mano dentro i suoi pantaloni. La sensazione
di appiccicaticcio che ebbi, al contatto con la sua carne calda, mi
provocò un senso di disgusto. Non perché fosse la prima volta. Di
cazzi n'avevo già presi, in fica, in culo e in bocca-- figuriamoci cosa
volesse dire per me prenderne uno in mano; tuttavia era stato quel
modo così rozzo ed ar-rogante a rendermi detestabile il contatto.
Non ero mai stata trattata così in precedenza.
Nel senso che m'avevano chiamato troia mentre mi scopavano, ma
nes-suno non m'aveva corteggiato e vezzeggiato prima che io decidessi
se volevo mollargliela o meno.
Questo, invece, mi vedeva semplicemente come un insieme di buchi da
chiavare a proprio piacimento e, anche per una ragazza di buon cuore
come me, la cosa non era accettabile.
Parte 03 - un vero cavaliere d'altri tempi
Ero imbarazzata, offesa e arrabbiata, tuttavia non sapevo cosa fare.
For-tunatamente, Arianna venne in mia difesa.
"Apri bene le orecchie tu, è meglio che vai fuori a prendere un po'
d'a-ria-- così ti schiarisci un po' le idee. Intanto vedi di lasciare
la mano della mia amica!"
Devo dire che Arianna sembrava proprio su tutte le furie e, nonostante
la struttura molto esile, incuteva una certa paura.
"Senti, la tua amica," dice Alberto rivolto a me "mi sa che siete
anche un po' lesbichette-- sì, siete due lesbiche! Adesso capisco-- a te
non ti piacciono solo gli uomini, a te piacciono anche le donne vero?"
Quindi rivolto ad Arianna "Ma guarda che al troione della tua amica,
prendere il cazzo le piace più molto di più che farsi leccare la fica,
questo me lo hanno assicurato in molti!" Infine di nuovo rivolto a me.
"Non è vero forse quello che dico? Stefania: uno in fica, uno in culo,
uno in bocca, ma le tette chi gliele tocca?"
Oltre a parlare a voce molto alta, rideva sguaiatamente, al punto che
non capivo più se fosse in preda all'alcool o fosse scemo di suo. La
scena stava attirando l'attenzione di un sacco di gente, quasi tutti
avevano or-mai abbandonato la pista da ballo per radunarsi formando un
capannello intorno a noi, fra tanti volti anonimi riconobbi quello del
supplente.
In faccia dovevo essere rossa come un peperone. Tutta quella folla a
fis-sarmi e io con la mia mano ancora in parte incastrata e in parte
trattenuta da Alberto dentro i suoi pantaloni, immobile, completamente
passiva, mentre lui subissava di tutte quelle frasi oscene, vere e
proprie cattiverie su di me e sul mio conto.
Quando vidi farsi avanti il professore, alla sola idea di doverlo poi
rive-dere tutti i giorni a scuola, avrei desiderato di poter
sprofondare, sparire dalla faccia della terra, anzi di più: morire.
Lui freddo, deciso e risoluto intervenne.
"Senti giovanotto, che ne diresti di mollare la mano della signorina e
farci una bella chiacchierata tu ed io da veri ometti per bene?"
"Altrimenti che fai-- il bel pirlone azzurro? Mi sfidi a duello?"
Alberto si pavoneggiava come un galletto, quasi quel tavolino fosse un
palco e la gente intorno a noi il suo pubblico, ma per intimorire il
profes-sore ci voleva ben altro che un ragazzino arrogante e
strafottente.
Mi ricordo ancora alla perfezione quel sorriso ebete stampato sul suo
volto, perché fu l'ultima espressione che gli vidi. Un deciso pugno,
sfer-rato dal professore, lo aveva raggiunto sul mento e steso esanime
a terra, con ancora impressa sul volto l'espressione da rimbambito che
aveva si-no ad un attimo prima.
"Stefania-- oddio, guarda, la tua maglietta!"
Era la voce d'Arianna che mi riportava alla realtà.
Alberto, afferrato alla mia maglietta, me l'aveva strappata, cadendo a
ter-ra, ed adesso ero lì, in mezzo alla sala, con il seno scoperto e
gli sguardi da imbecille dei ragazzi che s'erano radunati
tutt'intorno. Mi colpì però l'unica espressione imbarazzata, quella
del professore.
"Tenga signorina, si copra!"
Fu un attimo quello che impiegò a togliersi la camicia per ricoprire
le mie nudità, provocando un gemito di delusione tra il branco di
allupati che mi circondava.
Oltre a ciò che dire. Qualcosa c'era da aggiungere e che cosa! Devo
ammettere che per quanto la mattina avessi sognato ed immaginato, la
realtà che mi si parava ora di fronte era ben superiore alle
aspettative. Il torace del professore sembrava quello di un atleta, il
torso villoso era ac-curatamente rasato ed evidenziava tutti i
muscoli, il plesso solare sem-brava una griglia su cui giocare a tria
e le braccia erano un fasciame di muscoli e nervi.
Il professore si voltò verso quella che, presumibilmente, doveva
essere la sua ragazza, esibendo una schiena stupenda, le spalle larghe
erano ben tornite e il punto vita stretto esaltava l'apertura del
torace e il fasciame dei muscoli dorsali. Ogni suo gesto gonfiava e
rilassava gli ammassi muscolari dorsali. Difficile credere al testo di
biologia che diceva che tutti gli esseri umani hanno un pari numero di
muscoli. Rispetto agli altri ragazzi che avevo visti a torso nudo, il
professore sembrava averne al-meno il doppio!
Era ovvio che, con un fisico come quello, avesse steso al primo pugno
Alberto, che adesso, buttato sul pavimento come un rifiuto umano, mi
faceva un po' di pena, ma limitatamente all'idea del treno che doveva
aver ricevuto in faccia. Una compassione che durò appena qualche
se-condo, perché subito pensai che, in fin dei conti, gli stava bene a
quel presuntuoso, arrogante e stronzo (questo sì e soprattutto) figlio
di papà e di quella gran puttana della madre che l'aveva partorito,
anzi forse era più probabile che l'avesse cagato!
Solo adesso, a bocce ferme, riuscivo a reagire a tutto quello che
avevo dovuto subire in quei pochi, ma per me tragici, minuti e, dentro
la testa, cantato come un ritornello da un coro di voci infantili, mi
risuonava il tormentone che Alberto aveva detto essere di tutti i
maschi della città: "Stefania: uno in fica, uno in culo, uno in bocca,
ma le tette chi gliele tocca?"
"Signorina De Rossi," era la voce del professore "se vuole,
l'accompagno a casa."
"No, non vorrei le fosse troppo disturbo." Gli risposi distrattamente.
Probabilmente ero ancora fuori di me, altrimenti non avrei tentato di
get-tare via un'occasione del genere.
"Si figuri, per una mia allieva, poi--"
Con addosso la sua camicia di seta, uscimmo dalla discoteca. Lo vidi
da-re un bacio alla sua ragazza e mostrare l'orologio, quasi a
significare: "ci metto un attimo, vado e torno, aspettami qui". Poi
tornò da me e mi ac-compagnò fuori, fino alla sua macchina, una
modestissima utilitaria.
La sua camicia emanava un buon odore e non so se fosse il profumo che
lui adoperava o il suo odore corporale.
Tornai alla dura realtà e pensai un attimo a come mi avrebbe accolta
la mia morigerata mammina, al ché gli dissi: "Non posso tornare a casa
co-sì, mia madre mi ammazza!"
"Ha ragione, passiamo prima per casa mia, le do una maglietta della
mia ragazza. Su per giù avete la stessa taglia e le stesse misure."
Ah, bene-- aveva anche i vestiti della ragazza a casa. Convivevano?
Questo non potevo saperlo, comunque erano molto sull'intimo, per così
dire. Una inconscia ondata di gelosia s'impossessò di me, portandomi
ad odiare senza una vera ragione quella ragazza.
Il viaggio fu breve, ma qualcosa di particolare accade lo stesso.
Senza volerlo, in macchina mi ero rilassata e la camicia, tenuta
chiusa solamente con un nodo in vita, lasciava scoperto buona parte
del mio se-no. Probabilmente dalla posizione di guida, il professore
poteva vedere il mio seno destro nella sua completezza, capezzolo
compreso (perché in fin dei conti è la visione di quello che eccita
particolarmente i maschiet-ti). Infatti, quando si voltava a parlarmi,
era in evidente imbarazzo, com-battuto tra il desiderio di sbirciare e
quello di non far notare che ero con una tetta in bella vista.
La cosa, a dire il vero, m'eccitava e m'infondeva un senso di
rivincita nei confronti di quell'insieme di perfezione della ragazza
del prof.
Dopo poco fummo sotto casa sua. Dovevo memorizzare il posto, quello
sarebbe dovuto divenire per me un punto di passaggio, diciamo,
casua-le-- un santuario verso cui indirizzare i miei pellegrinaggi
quotidiani.
"Mi aspetti in macchina, le vado a prendere la maglietta e torno-- ma
lei ha la mano piena di lividi! Sa cosa le dico? A questo punto è
meglio che salga anche lei, così le metto un po' di crema."
Chissà cosa avrebbe detto mia madre se avesse potuto leggere i miei
considerazioni su quale tipo di "crema" avrei voluto avere dal prof.
Scesi dalla macchina e, seguendolo, attraversai un cancello, un
portone fino a risalire un paio di rampe di scale. Infine oltrepassai
la porta dell'appartamento colta da una serie infinita di brividi
d'eccitazione lun-go la schiena.
Era una bella casa, arredata con gusto, ma la cosa che balzava subito
agli occhi era la presenza d'ordine e pulizia, quasi in quelle stanze
aleggiasse la presenza (o la minaccia) di un tocco femminile. Non
sembrava l'am-biente trascurato e caotico tipico di un giovane
studente single. Mi sorse spontaneo un dubbio ricolmo di speranza: che
vivesse ancora insieme al-la madre?
Appese alle pareti c'erano parecchie foto di Alessandro ragazzino. In
particolare mi colpì una sua immagine in cui era ancora bambino:
bion-do, indifeso e con la manina che faceva ciao al fotografo. Una
foto in bianco e nero carica di semplice ingenuità. Quella assenza dei
colori conferiva all'immagine quell'alone di bei tempi andati. Questo
particola-re mi fece percepire all'improvviso il peso della differenza
d'età che c'era tra noi. Anche se gli edifici e i negozi erano
cambiati, riconobbi il viale in cui era stata scattata quella foto ed
era della mia città.
Così pensai ad Arianna e alla frase che alle elementari aveva detto al
maestro: "Quando io crescerò, se lei mi aspetterà, io la vorrei
sposare."
Ecco, mi sentivo un po' come Arianna quella volta, una piccola ingenua
sognatrice. A dire il vero io non avevo alcuna intenzione di sposare
il mio prof. Io avevo solo il desiderio di-- lasciamo perdere e mi
limito a dire che potevo esser definita piccola e sognatrice, ma non
ingenua.
Se quel viale era della mia città anche lui era nato e cresciuto qui!
Dal modo di parlare io avevo ritenuto fosse da fuori, ma forse l'aver
studiato via gli aveva fatto sparire l'accento tipico delle nostre
parti. Inoltre, do-vevo rifarmi completamente dell'idea che avevo dei
professori. In effetti, fino a poco prima, lui doveva essere uno
studente universitario e non credo che l'insegnamento fosse quello a
cui professionalmente ambisse.
A dire il vero poteva ancora essere uno studente universitario, perché
non avevo la benché minima idea sulla usa età.
Di sicuro più di venti, ma quanti in più era un mistero difficilmente
ri-solvibile.
Feci quattro conti rapidi e, tutto sommato, anche nella peggiore delle
i-potesi non riuscivo ad ottenere dieci anni di differenza, insomma
non era poi così più vecchio di me, almeno se pensavo alla differenza
d'età che c'era tra i miei genitori.
Parte 04 - in azione a casa del prof
Era bello viaggiare indietro nel tempo cercando d'intuire l'infanzia e
l'adolescenza di quell'uomo ed immaginarsi come potesse essere stati
la sua pubertà, i suoi primi amori, le sue prime esperienze.
Mentre io, come Flaubert (o era Baudelaire?), ero intenta a in questo
iti-nerario a ritroso alla ricerca del tempo perduto, lui tornò con
una ma-glietta su un braccio ed un tubetto di crema in mano.
Mi accomodai sul divano e lui si sedette di fronte a me e, mentre era
in-tento ad aprire il tubetto, io gli presi di mano la maglietta.
"Ecco, l'ho aper-- o pardon, non m'ero accorto che lei si stesse
cam-biando."
Ovviamente m'ero tolta la sua camicia e ciò che rimaneva del mio
sfor-tunato top. Lo avevo fatto apposta, certa che quando il prof
avrebbe rial-zato la testa, i miei seni sarebbero stati puntati
proprio contro la sua fac-cia come i cannoni di Napoleone durante la
vittoriosa battaglia campale di Trafalgar.
"Guardi, mi volto, lei si rivesta pure con calma."
La situazione era ridicola, quell'uomo muscoloso, che chissà quante
vol-te aveva scopato in quella stanza con la sua ragazza, era ora
notevolmen-te imbarazzato dalla vista del mio seno nudo. La mia
fantasia, peraltro, sempre molto fervida, s'era liberata in un
susseguirsi d'immagini da far invidia ad un film a luci rosse.
Mi fantasticavo il professore in erezione, mentre inseguiva la sua
ragaz-za, la raggiungeva e, quindi, le succhiava il seno. Adesso lo
immaginavo mentre se lo faceva prendere in bocca, oppure la scopava
sul tavolo, chissà se anche a lui piaceva metterlo nel sedere? A me
tanti ragazzi l'a-vevano chiesto e io, ebbene sì, avevo più di qualche
volta accettato, do-potutto la cosa piaceva anche a me.
Tutto ad un tratto nella mia mente un coro di bambini intonò
un'offensiva cantilena: "Stefania: uno in fica, uno in culo, uno in
bocca, ma le tette chi gliele tocca?" Vidi di zittirli immediatamente!
Nel frattempo, non nella mia fervida immaginazione, ma nella realtà,
il prof mi stava spalmando la crema sulla mano. Era molto delicato ed
a-morevole nei suoi gesti, al punto che me lo sarei mangiato di baci.
"Lei, signorina, ha proprio delle belle mani." Mi disse.
"Grazie," risposi con fare ingenuo io "lei invece, professore, ha
proprio un bel fisico, deve fare molto sport."
Dicendo questo buttai nella spazzatura l'ingenuità e gli carezzai
malizio-samente il torace, aumentando così il suo imbarazzo.
"In effetti faccio molta attività fisica-- come si dice: mens sana in
cor-pore sano! Dopotutto non è mica un obbligo che, chi studia o
insegna, non faccia anche della sana attività fisica."
Chissà perché al termine "attività fisica" non mi veniva in mente
nessun sport, ma ben altro-- così gli dissi: "Anche a me piace molto
l'attività fisica."
"L'immagino! Ma lei doveva vedermi alla sua età--"
Bene o male, anche se in foto, com'era alla mia età lo avevo visto, ma
(poco ma sicuro) era molto meglio vederlo adesso in carne ed ossa. Ne
approfittai per squadrarmelo un'altra volta da capo a piedi.
Così, distrattamente, colsi che era in erezione. I pantaloni estivi
che in-dossava, con il loro tessuto leggero, stavano manifestando in
maniera i-nequivocabile quanto lui alla mia vista fosse eccitato.
Questo attestato di stima mi rendeva orgogliosa, sia perché mi
dimostrava che riuscivo ad attrarre un uomo molto più grande di me,
sia perché quest'uomo era abi-tuato a quel gran pezzo di figliola
della sua ragazza.
A questo punto azzardai: "--ma professore, non mi dia del lei, mi
chia-mi pure Stefania!"
"Guardi, signorina De Rossi, sarò magari all'antica, ma preferisco
man-tenere le distanze con le mie allieve. Poi il preside s'è tanto
raccomanda-to: "sa alle magistrali, tutte ragazze o quasi, giovani e
facili ad innamo-rarsi, poi un professore giovane, meglio non dar filo
o destare illusio-ni"."
Pensai a quel porco del preside, sempre a toccare il sedere delle
allieve con qualsiasi pretesto. Da che pulpito arrivavano certe
prediche!
"Vede," proseguì lui "se mi sentissero chiamare una ragazza per nome o
darle del tu, lei s'immagina che scandalo!"
Mentre lui diceva questo s'era piegato in ginocchio davanti a me e,
nel frattempo, io m'ero avvicinata a lui.
"Professore," lo interruppi io "mi siedo sulle sue ginocchia, così lei
può mettermi la crema meglio."
Il mio seno sinistro premeva ormai contro il suo torace e la mia
coscia era ormai a contatto con il suo sesso. Mi dondolavo
leggermente, come fanno i bambini, facendogli così percepire il mio
capezzolo, irrigidito dall'eccitazione.
Vedevo il suo torace pulsare, tanto forte gli batteva il cuore.
Dai, datti una mossa! Pensai, dentro di me, ma lui niente. Un vero
genti-luomo. Che serata! Uno che ci aveva provato con me come fossi
una troia e questo che avrei desiderato ci provasse e invece-- niente!
La crema nel tubetto era finita e la mia pazienza pure.
Il professore si rimise la camicia, quindi scendemmo. Mi riaccompagnò
a casa e, durante il tragitto, la voce di Pavarotti ci accompagnò con
un brano che credo sia della Tosca, ma che sicuramente mi canzonava
iro-nicamente con il suo "Nessun dorma".
"Ecco siamo arrivati." Disse la sua voce, con un tono freddo e
distaccato da bollettino di guerra. "Buonanotte! Ci vediamo lunedì
mattina a scuola e, per stasera, dorma bene signorina De Rossi-- le
auguro sogni d'oro..."
In effetti feci dei bei sogni, diciamo che con la fantasia mi rifeci
con gli interessi: eravamo io e lui a casa sua, lui alzava gli occhi e
vedeva il mio seno nudo, quindi, invece di spalmare la crema sulla
mano, me la spal-mava sul seno e poi su tutto il resto del corpo. Dio
come spalmava bene! Poi, dopo aver detto che era pazzo di me,
afferrava con la bocca un ca-pezzolo, cominciava a mordicchiarlo,
leccarlo, succhiarlo. Le sue mani intanto scendevano lungo i miei
fianchi, scostavano la gonna, quindi s'intrufolavano sotto. Sentivo le
mutande scivolare verso il basso e fer-marsi alle ginocchia, dopodiché
avvertivo la sua mano salire-- mentre l'altra mano,quella libera,
raggiungeva la lampo dei suoi pantaloni e fi-nalmente chiaro ed
inequivocabile alle mie orecchie l'inconfondibile ru-more-- della
sveglia!
"Porca miseria, ma chi ha scordato la sveglia puntata alle sette!"
"Tu, tesoro di mamma." Disse mie madre dall'altra stanza. "Ecco cosa
succede a rincasare tardi--"
"Sì, è vero, scusa mamma, ma stavo facendo un così bel sogno--"
"Vorrei sapere che tipo di sogni fai tu-- visto che parli nel sonno e
quel che dici mentre dormi non mi piace, signorina."
"--ma mamma-- almeno in sogno!"
"Lo sai cosa dice la canzone: i sogni son desideri."
"Mamma, tu non mi dici sempre che un bacio non ha mai ucciso
nessu-no?"
"Sì, ma da quel che intuisco, nei tuoi sogni, si va ben più in là.
Ricorda-ti, hai solo 17 anni e ti ho spiegato come rischi d'essere
giudicata e trat-tata, se non ti comporti da ragazzina seria!"
"Uffa che barba! Guarda, piuttosto che sentire questi discorsi, faccio
co-lazione e vado a farmi un giro in bici! Poi ho quasi 18 anni, io!"
Sempre la solita solfa! Capirai, mia madre era arrivata vergine al
matri-monio e non aveva avuto altri uomini nella sua vita, tranne
papà.
La cosa assurda,poi, è che ne andava fiera! Il vestito bianco
all'altare. La prima notte. A volte mi chiedevo se avesse idea di
cos'era un orgasmo multiplo o una penetrazione doppia.
Meglio non pensare a queste cose o mi sarei dovuta impegnare a fare
una lezione di sessuologia a mia madre, per la quale il sesso orale
era so-lo un'interrogazione in educazione sessuale.
Parte 05 - domenica è sempre domenica
Ero nervosa ed irritabile, ebbene sì, in un solo termine: isterica.
Come esclamò mia madre "benedetta adolescenza, finirà!", come invece
a-vrebbe meglio espresso la mia amica del cuore: "Hai solo una
tremenda voglia di piselli e, benedetti ormoni, toglitela!".
Dopotutto Arianna soleva definirsi una ragazza priva di voglie, visto
che era per antonomasia la principessa sul "pisello". Per lei che il
proprieta-rio del pisello fosse, di volta in volta, sempre diverso era
un particolare secondario e irrilevante, visto che lei, soddisfacendo
sempre quanto gli ormoni le chiedevano, aveva raggiunto la sua
particolare "pace dei sen-si". Solo chi è sazio non sente lo stimolo
della fame.
Io, quella pace, non l'avevo e il mio appagamento era un po' troppo
spe-cifico per accontentarmi di un pisello generico. Possedevo una
rubrica piena di nomi, appunti, asterischi relativi alle loro
prestazioni e numeri telefonici, ma tutto quell'insieme d'informazioni
era assolutamente in-servibile in quel momento.
Avevo voglia di parlare e di sfogarmi, non avendo il pisello specifico
a disposizione, mi serviva l'amica del cuore. Presi il telefono e
composi il numero, uno squillo, due squilli, tre-- dieci. Dove cavolo
poteva essere! Di domenica era sempre a casa, ad approfittare che i
suoi se n'andavano in campagna e le lasciavano campo libero per
compiere i suoi misfatti o per dedicarsi alle sue scorribande. Di
certo quella domenica non poteva non essere "santificata" da Arianna
con l'aggiunta di una tacca al suo cinturone. Era probabile fosse
troppo "impegnata" nell'aggiungere quel-la tacca, per potersi
preoccupare di rispondere al telefono.
Ero troppo nervosa per starmene reclusa tra quattro pareti.
Masturbarmi avrebbe solo accentuato il mio appetito. Inoltre, in
quello stato, mi sarei sicuramente scontrata con mia madre ed avremmo
finito per litigare. L'i-dea di star doppiamente male anche per uno
screzio con mia madre, che, per quanto rompi, era sempre la mia dolce
mammina, m'impose di usci-re.
Una boccata d'aria m'avrebbe fatto bene, anche se era ben altro che la
mia bocca desiderava ricevere quel giorno e, sicuramente, ben più
consi-stente di un po' d'aria.
Presi la bici e andai di corsa nel viale dove abitava il professore,
forse la sola visione della pietanza avrebbe un po' placato i morsi
che sentivo al-lo stomaco. Non ricordo quante volte percorsi quella
strada avanti ed in-dietro, ma alla fine accadde quel che desideravo
succedesse.
Lui uscì. Caspita era a torace nudo! Che bello! Stava seduto sul
corrima-no del terrazzo, con la schiena poggiata al muro, intento a
leggere un li-bro. Bello e intelligente, merce rara!
Se solo avesse guardato verso il basso, m'avrebbe vista, io gli avrei
sor-riso, lui mi avrebbe salutata e, certamente, invitata lì da lui e,
una volta di sopra, io avrei pensato al resto--
Sogni, soltanto sogni, nella realtà, invece, uscì nel davanzale la
ragazza della sera prima, una vestaglia corta molto trasparente,
secondo me pure troppo trasparente. Gli si avvicinò, i due si
baciarono in pubblico e senza alcuna decenza, almeno nei miei
confronti che sono piccolina!
Mentre io restavo sbigottita ed attonita ad assistere, impotente, alla
sce-na, lui stava carezzandole il seno con una mano. Questo era
decisamente troppo, ma tutta l'ingenuità della sera prima, dov'era
andata a finire?
"Stupida che sono!" Mi dissi con rabbia.
Altro che professorino ingenuo ed educato, era un mandrillo come tutti
gli altri. Uno di quelli che palpano una donna da tutte le parti, già
una donna ed io? Io non ero una donna? Io ero solo una stupida
ragazzina?
Presi la bici e corsi a casa. Ero furiosa e gelosa. Furiosa con me
stessa e le illusioni che m'ero fatta , ma anche gelosa di quella
donna. Certo che lui non doveva essere poi quel santarellino della
sera prima da come smanettava su quella-- su quella-- troia! Sì, mi
andava di dirlo e così sfogare la rabbia che avevo dentro.
Mentre snocciolavo nella mia mente una serie d'epiteti poco gradevoli
nei confronti di quella donna, mi sorse spontanea una domanda banale,
quanto scontata: "Cosa aveva quella più di me?".
Soppesai due pensieri obiettivi, realizzati a mente più tiepida che
fredda, Accidenti! Forse era meglio evitare la risposta coincisa
eppure chiara: tutto! Lei era una donna ed io una ragazzina, poi era
bella da morire, magari era pure intelligente e simpatica, certamente
lei lo capiva, poi di sicuro sapeva cucinare come nessun'altra e,
probabilmente, a letto dove-va essere fantastica. Infine sapeva
stirare, rammendare, cucire, dipingere e perfino scolpire!
Béh adesso stavo esagerando dal lato opposto, qualche difetto l'avrà
avu-to pure lei! Dopotutto i ragazzi avevano sempre detto che io avevo
un certo talento ad utilizzare la bocca e che mettersi a parlare con
me era solo uno spreco di questa mia notevole risorsa naturale, quindi
non credo che in quello potesse essere meglio di me.
Passai la domenica a casa, neanche la telefonata di Arianna mi
convinse ad uscire. In compenso scoprii perché non mi aveva risposto.
Gentilmen-te mi fece sapere che lei era una ragazza a modo e ben
educata e, poiché non si parla a "bocca piena", aveva deciso di
proseguire in quello che stava facendo, piuttosto che correre al
telefono in soccorso di una cara amica. Il nome del fortunato? A parte
che anche, se me l'avesse detto, l'avrei scordato da lì a dieci
minuti, tanti e differenti erano i nomi che lei mi diceva ogni volta,
ma lei era sempre una signorina per bene e si dice il peccato, ma non
il peccatore. Una vera educanda!
L'unico evento scontato, eppure inaspettato, un rumore familiare:
drinn! Accidenti la sveglia!
Distesa sul letto m'ero addormentata e adesso era già lunedì, ci
sarebbe voluta un'altra intera, lunghissima, settimana per arrivare di
nuovo a sa-bato.
In piedi, collazione, lavarsi, vestirsi, zainetto e fuori!
Nell'autobus i soliti brutti musi, il consueto deficiente dei primi
anni del-le superiori che approfittava della calca per segnalarti
quanto era già virile, piazzandoti il suo bell'attrezzo duro contro il
sedere ed un intermi-nabile viaggio tra strusciatine e mani morte.
Arianna lo definiva l'elogio all'ormone libero, ma lei non aveva le
mie difficoltà a carburare la mat-tine, quindi riusciva ad apprezzare
meglio tutto questo rituale e, in parti-colare, dedicarsi anima e
corpo ai ragazzini delle classi inferiori, dopo-tutto s'accontentavano
di così poco!
Per me era diverso, era come fermarsi ogni giorno ad una stazione di
servizio per fare il pieno ed invece trovare ogni volta un deficiente
nuo-vo che ti deve controllare se tette, culo e patatina siano o no
apposto! Poi, la massima goduria per questi ragazzini, consisteva
nell'andare a raccontarlo agli amici: "mi sono ravanato una di quarta
magistrale!". Che vita noiosa, non vedevo l'ora di finire
l'adolescenza. Non ne potevo più di ragazzini combattuti tra il
dilemma se era meglio dar bada agli ormoni o guardare i cartoni
animati!
Avevo un disperato bisogno di un uomo in grado di capirmi e
soddi-sfarmi, ma quell'uomo non aveva che attenzioni per un'altra.
Parte 06 - un altro tragico lunedì mattina
Oggi prime due ore-- matematica. A quel pensiero mi sentii il cuore
battere forte in gola.
Calma e sangue freddo, in fin dei conti io ero Stefania De Rossi non
po-tevo permettere a nessuno di rifiutare le mia avance.
Com'entrai in classe, mi misi bene in ordine, controllai il trucco,
sollevai la gonna per scoprire il più possibile le cosce, sbottonai la
camicetta a rivelare l'attaccatura del seno e tolsi il reggiseno in
modo da evidenziare i due rialzi dei capezzoli che stimolai per
renderli rigidi a puntino. Una rapida occhiata sul vetro di una
finestra ad uso specchio e la soddisfa-zione di potermi definire: la
perfetta reginetta del belletto!
Stavo per dichiarare la mia personale guerra a suon di bombe
anatomi-che.
Adesso a noi due, professore!
"Buongiorno ragazze, allora qualcuna, per caso, ha dei dubbi sugli
ar-gomenti esposti sabato scorso?"
La mia mano si alzò per prima.
"Va bene signorina De Rossi, venga alla lavagna, faremo un esercizio
insieme, così anche il resto della classe potrà capire."
Arianna mi guardava con due occhi sgranati, scandendomi con la bocca
le parole: "ma come ti sei conciata, sei pazza!"
In effetti ero oscena, mezzo sedere fuori della minigonna, le tette
che mi ballavano e sembravano poter scappare fuori ad ogni movimento.
Ero un po' sull'eccessivo, ma come si dice: in guerra ed in amore
tutto è conces-so.
Caro il mio Alessandro, in guardia!
Il professore non sembrava insensibile alla "esposizione" dei miei
"ar-gomenti", s'era incespicato su una parentesi tette-- tonda ed un
elevato al cul-- bo. La parlantina sciolta dell'inizio era diventata
stentata e bal-buziente, mentre la fronte era decorata da una fine
trama di perline di sudore.
Mi sembrava di essere come Cleopatra con Cesare-- o era Marco Anto-nio--
o tutti e due insieme? Adesso avevo altro a cui pensare, dopotutto era
l'ora di matematica, mica di storia o latino.
Nel frattempo, in classe s'erano sentiti chiari i risolini delle mie
compa-gne e il professore mi s'era avvicinato con una scusa per
sussurrarmi al-l'orecchio: "Signorina De Rossi, si ricomponga, non
potrebbe coprirsi un po' di più? Insomma-- anch'io sono fatto di carne--
mica di legno!"
A dire il vero, una parte del suo corpo sembrava essere diventata
proprio di legno. Doveva non indossare gli intimi oppure utilizzare i
boxer, per-ché lo stato d'erezione era molto evidente. Per fortuna sua
solo io vede-vo cosa stava accadendo sotto la cattedra a quel "naso"
di Pinocchio.
Tornata al mio banco, trovai un biglietto, la calligrafia era di
Arianna: "Che gran troia che sei, mettere tutto in mostra così! Però
lui come ha reagito? Tu che hai visto, ce l'aveva duro?"
Aveva usato un arguto giro di parole. Sempre fine la mia amica. Una
ri-sposta a tutte quelle domande la meritava, mi voltai e sorrisi
maliziosa, facendo di sì con la testa, mentre con la bocca le feci:
"Avessi potuto ve-dere com'era lungo e grosso!" Lessi sulle sue labbra
un complimento: "Che invidia! Puttana che non sei altro." Le risposi:
"Mai quanto te, so-lo che tu lo fai gratis e, quindi, sei troia".
Alessandro, anzi Ale, sì, adesso nei miei pensieri lo avrei chiamato
così, per quanto tentasse di mantenere il controllo sul suo istinto,
ormai non faceva altro che passare lo sguardo dal mio interno coscia
alla mia scol-latura. Questo per tutto il tempo che ancora rimaneva di
quella lezione di matematica.
Per lui furono quasi due ore di tormento ed estasi, in particolare
quando, senza alcuna malizia, mi grattai il pube e, inavvedutamente
spalancai le gambe, con il risultato, sempre chiaramente involontario,
di spostare le mutande, facendo fuoriuscire metà del mio sesso
all'esterno dell'indu-mento.
Era facile come applicare il teorema di Pitagora: cateto per cateto
per tre e quattordici!
Forse ero pazza, forse innamorata, la risposta non la so, l'unica cosa
cer-ta era che mai nella mia vita m'ero sentita così eccitata, così
pronta a giocare con il mio corpo.
Al suono dell'intervallo lui fuggì dalla classe, quasi fosse scoppiato
un incendio, ma forse Ale un incendio ce l'aveva sul serio!
Arianna mi si avvicinò.
"Sei proprio una figura porca, ma cosa stavi facendo lì davanti al
prof, grondava sudore dalla fronte peggio di una fontana!"
"Niente, gli ho mostrato semplicemente la mia cosina più bella, quindi
assolutamente nulla di particolare--"
"Che gran troia, mi stai prendendo in giro, non dirai mica sul serio?"
"Certo che dico e faccio sul serio!"
Andai in corridoio per braccare la mia preda ormai colpita dalle mie
ar-mi anatomiche nei punti "vitali". Dove s'era cacciato? Eccolo! Lo
vidi fuoriuscire dal bagno dei professori, volto e capelli ancora
umidi. S'era rinfrescato e non s'era asciugato!
Girò l'angolo, lasciando delle inequivocabili tracce sul pavimento: le
gocce d'acqua che grondavano dal suo volto. Era come se fossero le
macchie di sangue della mia preda ferita a morte. Le seguii e lo
braccai. Stava per salire sull'ascensore, confidando che le porte si
sarebbero chiuse in tempo, ma io m'infilai all'interno all'ultimo
momento.
Come mi vide entrare, si sistemò il colletto, quasi avesse avuto
un'invi-sibile cravatta. Era evidentissimo l'imbarazzo.
Mi guardò e rimproverandomi sottolineò: "Signorina lo sa che
l'ascenso-re è riservato solo al personale docente."
"Professor Bramardi, non sia così drastico!"
Qualcuno era giunto in mio soccorso. Mi voltai, era la prof
d'italiano, una volta tanto non era una spaccaballe.
"Grazie professoressa." Le dissi sorridendole come mai era accaduto in
quattro anni di superiori.
Non c'era molta calca, ma comunque mi spalmai addosso al mio Ale,
co-sì da fargli sentire il mio corpo.
Doveva soffrire, come io avevo sofferto il giorno prima per lui.
Guarda chi si rivede, il "naso" di Pinocchio! Era ancora eccitato. Ne
ap-profittati per strusciarmi contro.
Questo fu il colpo di grazia, sordo ed inudibile percepii l'urlo della
morte prima dell'ultimo rantolo. La preda raggiunta, colpita,
straziata esalava il suo ultimo respiro, ogni possibile resistenza era
ormai un lontano ricordo legato al passato.
Cannonate alla mia destra, cannonate alla mia sinistra ed ovunque
grida di tripudio. Vittoria, vittoria, vittoria!
A quel punto l'ideale sarebbe stato mettermi in posa con il piede
sopra la carcassa della belva sconfitta e domata, per una bella foto
ricordo da in-corniciare ed appendere sopra il caminetto a casa, con
la pelle del pro-fessore proprio di fronte al medesimo caminetto.
Parte 07 - la dea della caccia è femmina
Approfittando della confusione, ora lui mi stava palpando, ma non era
una sensazione sgradevole come poche ore prima in autobus.
Era il segno della mia vittoria. Nella mia testa un solo pensiero:
"Sì, pal-pami! Oh Ale, Ale-- Aleeee ooooh ooh!", ma stavo cantando
vittoria troppo presto.
Lui aveva ripreso i sensi ed il controllo di se stesso, bastardo!
A mia insaputa era sgusciato fuori dell'ascensore e chi mi stava
palpan-do era il professore d'italiano della III C!", dopotutto era su
di lui che m'ero erroneamente strusciata.
Cos' optai per un sonoro calcio negli stinchi, tanto per insegnargli a
te-nere apposto le mani, poi scappai via all'inseguimento.
Dove poteva essere scappato quel codardo?
Puntai decisa verso la palestra, pensando che, comunque, se aveva un
minimo di sale in zucca era lì che m'avrebbe atteso per concretizzare
i miei sogni e le mie aspettative. Mi diressi decisa in quella
direzione, ma con la coda dell'occhio colsi che lui, invece, stava
andando nella sala in-segnanti. Prima di svoltare l'angolo mi girai e
lo fissai con occhi langui-di, ma lui evitò di incrociare il mio
sguardo-- ma che cavolo andava a fare in aula insegnanti, quando c'ero
io lì su un vassoio d'argento!
Proseguii verso la palestra, attendendo i possibili sviluppi di quel
mio gesto.
Aspettai lì, pazientemente, venti minuti, preparandomi ad attimi
d'inaudita passione e di sesso sfrenato, ma lui non venne.
Mi sentivo incredibilmente frustrata e pensai: "Come, t'eri eccitato
all'inverosimile, mi hai desiderato e adesso non mi segui in
palestra!".
Sconfitta, irrimediabilmente annientata nel mio orgoglio, stavo per
usci-re. Potevo comprendere come si fosse sentito Napoleone ad
Austerliz. Sguardo basso verso il pavimento e piedi strascicati in un
lemme cam-minare, quando tump! Un torace, su chi ero sbattuta? Che
fosse lui?
Come un lampo, un'ondata d'eccitazione percorse rapidamente le mie
vene.
Alzai lo sguardo. Non era il prof! Era quel porco del preside. Quello
s' che era un vero depravato che ci provava con tutte noi. Non come il
sup-plente che resisteva alle tentazioni o quello della III C che
tentato, reagi-va come ogni altro uomo avrebbe fatto, ma un vero e
proprio porco con tanto di marchio di garanzia.
Arianna m'aveva raccontato che, quando la Danielutti l'aveva mandata
da lui con un nota d'espulsione, quale tra le tante non rammento, lui
le aveva proposto:
"Signorina-- andiamo male-- se continua così si troverà un brutto voto
in condotta e lei ben sa che per la condotta si rimane bocciati!
Inoltre anche gli altri suoi voti non sono eccezionali. Lei avrebbe
bisogno di qualco che metta una buona parola per lei--"
Sapevo bene quello che lei ed io avevamo dovuto concede sotto forma di
"lustratine di occhi" per aggrapparci ogni anno a quattro materie a
set-tembre. Ci chiamavano le rimandate croniche!
"La prego signor preside," aveva supplicato Arianna "sia buono--"
"Sarò buono con te se tu sarai buona con me. Senti bella, che ne
diresti se, in cambio di questi tre giorni di sospensione, tu--"
"Io?"
La mia cara amica aveva descritto l'espressione del preside in maniera
ineccepibile: occhio libidinoso, bavetta sull'angolo della bocca e
dita delle mani che s'intrecciavano nervosamente. Insomma mancava
Alvaro Vitali come bidello e sarebbe stata una delle tipiche scenette
da film ero-tico italiano di serie B.
"Mi facessi un piccolo piacere-- del tipo io do una cosa a te e tu dai
una cosa a me."
"Che tipo di piacere signor preside?"
Lui s'era alzato dalla poltrona, aveva chiuso la porta a chiave ed
aveva estratto il suo gioiello di famiglia dai pantaloni.
Tutto questo senza proferir parola, anche se Arianna mentalmente aveva
completato la frase con un: "Tipo succhiarmelo ben benino!".
Lei aveva giocato la carta dell'ingenuità.
"--ma io-- io non l'ho mai fatto!"
Che bugiarda!
Lui aveva leggermente scrollato la testa, quasi a voler dire che
conosce-va bene la "reputazione" di chi aveva di fronte e che, anzi,
viste le tante buone referenze, s'aspettava proprio un bel servizio,
almeno un qualcosa che onorasse "tanta fama"!
Mi ricordo che quella volta le chiesi, sospettando già la risposta:
"Che porco e tu cosa gli hai fatto?"
"Gli ho detto di sì, a casa mia, se porto un'altra espulsione,
m'ammazza-no! Poi sono messa troppo male, questa volta mi boccerebbero
e, in fin dei conti tutti i ragazzi mi chiamano Madamme Pompa-dur,
come la fa-vorita di Napoleone"
Quell'episodio fu per Arianna un bel colpo di fortuna, perché poté
sem-pre rimediare ai suoi guai andando a "parlare" con il preside.
Com'è il proverbio, ne "ferisce" più la bocca, che la spada.
Ma questa era storia passata, come Napoleone, appunto.
Io, ero differente. Non migliore, solo diversa per indole rispetto
alla mia amica. Abbassai lo sguardo, per non incrociare quello del
preside.
"Signorina cosa fa qui? La ricreazione è finita! Lo sa che potrei
metterle una nota, a meno che--"
"A meno che tu non mi metta qualcos'altro in qualche parte del mio
cor-po, vecchio porco?" pensai, ma dissi: "C'erano tutti i bagni
occupati e sono scesa per utilizzare questi, me la stavo facendo
addosso, ho il per-messo della professoressa."
In fantasia avrei di sicuro avuto dieci e lode! Peccato che non
esistesse come materia scolastica.
"Bene, brava, vada pure allora--"
Con passo svelto mi diressi nuovamente verso l'ascensore, tentando di
aggirare il preside, che non poté esimersi dal palparmi il sedere. Non
un tocco leggero o una carezza impalpabile, ma una bella smallopata
del ti-po: "la forza di dieci braccia: Pastamatic"!
Vecchio, disgustoso e lurido porco, ma come riusciva Arianna a
pren-dertelo in bocca, bleah! Sarà un cazzo sporco, puzzolente,
vecchio e ru-goso.
A dire il vero, la mia amica era di "bocca buona" oltre a essere di
"buo-na bocca", succhiare era una sua vera e propria "aspirazione",
anzi lei era un vero e proprio aspirapolvere, solo che con il preside
ci voleva an-che l'antiruggine!
Chissà come avvenivano quelle quattro chiacchiere che ogni tanto
anda-va a fare con il preside? La immaginavo vestita da ninfa e il
preside, un vecchio e bavoso fauno, che la inseguiva. No, piuttosto un
vecchio e ru-goso cazzo... ecco! Una nerchia enorme, disumana e nera.
Ricoperta di peli e sporca di sperma che, famelica, inseguiva la sua
preda e, invece che essere lui a divorarla, ne veniva inghiottito. Che
fantasia! Altro che Eschilo, Sofocle, Plauto e tutti gli altri autori
greci.
Ecco, nel mondo della mia immaginazione, Arianna seduta in mezzo ad un
prato, una ghirlanda di fiori a cingerle la testa, l'aria candida ed
ange-lica e la pancia piena. Una leccatina al labbro per eliminare le
piccole sbavature ed il sorriso beota di chi ha soddisfatto la propria
fame insie-me ano dei suoi tanti "amici di amore". Di nuovo le mie
fantasie stavano portandomi altrove.
Dovevo tornare rapidamente alla realtà e riprendere la mia caccia ad
Alessandro.
Dove poteva essersi cacciato quel coniglio privo dell'anagramma di
quel termine! Ormai l'intervallo era quasi terminato, potevo solo
tornare me-stamente verso la mia classe e, si sa, ogni lasciata è
persa.
Parte 08 - colpito e affondato
Per evitare una nota negativa a seguito del ritardo in classe e,
quindi, rinnovare l'incontro con il preside, era meglio prendere
l'ascensore ed abbandonare la caccia.
Cosa avrebbe pensato di me Minerva, la dea della caccia!
Ormai, delusa, stavo oltrepassando le porte spalancate, quando sentii
giungere alle mie orecchie la voce di Alessandro.
"Signorina De Rossi, può venire un attimo qui in aula insegnanti?
Vorrei parlarle. Non si preoccupi per la lezione successiva, le faccio
io una giu-stificazione."
Forse stavo sognando. Mi diedi un pizzicotto. Accidenti che dolore!
No, non era fantasia, era realtà, stava accadendo!
La stanza era vuota, solo io e lui.
"Signorina, io-- ecco, mi è un po' difficile trovare le parole, ma
lei--"
Ti dai una mossa si o no! Uffa, mi sono proprio stufata di tutto
questo tentennare, ma chi sei: Scipione il tentennatore? Basta, prendo
io l'inizia-tiva!
Gli afferrai il volto e posai delicatamente le mie labbra sulle sue,
zitten-dolo.
"Ecco signorina," disse imbarazzato lui "è proprio questo che non va,
lei non si rende conto che--"
Già non m'ero reso conto che era stato un approccio troppo morbido!
Adesso ti faccio un po' vedere io-- muoia san Sone e tutti i figli
suoi! Posai nuovamente le mie labbra sulle sue e feci uscire la
lingua. Trovai un'altra lingua ad aspettarmi, prima titubante e
passiva e poi (finalmen-te!) complice.
"Aspetti un attimo, signorina De Rossi!"
Che palle con questa signorina De Rossi, ma che, mi chiami così anche
adesso! Poi aspettare? Aspettare cosa?
Lo vidi dirigersi verso la porta, controllare fuori, quindi chiuderla
a chiave. Giusto, poteva entrare qualcuno a disturbarci. Le cose
stavano finalmente volgendo al meglio.
Un attimo dopo io gli ero già alle spalle e, come si voltò, mi ero
spiacci-cata addosso al suo corpo per fargli percepire il mio...
caspita! Gli era diventato duro peggio d'un trave, altro che il naso
di Pinocchio. Mi sentii sollevare di peso, quindi posare delicatamente
sul tavolo.
Smise di baciarmi in bocca, per passare sul collo, poi scendere verso
l'at-taccatura del seno.
"O Cristo, sì, continua a scendere!" pensai, senza avere però l'ardire
di dirglielo esplicitamente.
Non c'era corteggiamento e romanticismo, solo grande passione, ma non
potevo pretendere di meglio, visto come avevo voluto condurre il
gioco. C'è il tempo per pensare, quello per parlare, ma adesso era
tempo di fa-re.
Il fine giustifica i mezzi ed il resto e vanità, come avrebbe detto
quel tale scozzese: Mac Kiavelli.
Sentii la pressione dei denti attraverso il tessuto della camicetta
sul mio seno, le sue mani esplorare nervosamente il mio corpo, quindi,
finalmen-te, la sua bocca in mezzo alle mie gambe. Con naturalezza
allargai le co-sce, permettendogli di affondare meglio.
Sentivo attraverso il tessuto delle mutandine la sua bocca e la sua
lingua.
"Sposta l'orlo, ti prego, sposta l'orlo-- ecco da bravo, così, lo vedi
che quando ti applichi ottieni dei buoni risultati", il tutto sempre
senza profe-rire una sola parola.
Le dita risalirono il mio ventre, alla ricerca di quei tre soli
bottoni che mantenevano chiusa la camicetta. Bastò sbottonarne solo
due, il terzo saltò via da solo, facendo fuoriuscire le due sfere
contenute a stento all'interno. Le mani a questo punto s'avventarono
sulle mie tette, quasi non ne avesse mai afferrate e strette altre
prima.
Improvvisa ed inattesa una domanda, un barlume di lucidità di
Alessan-dro in quell'aggrovigliarsi tentacolare dei sensi che l'aveva
avvolto e ra-pito.
"Sei vergine?"
Ma figuriamoci! In realtà risposi più semplicemente: "No."
Lo vidi aprirsi la patta dei pantaloni, mettersi precipitosamente un
pre-servativo e rialzare lo sguardo verso di me.
"Stefania abbiamo solo venti minuti."
M'aveva chiamato Stefania! Finalmente m'aveva chiamato Stefania. Non
ero più una qualunque signorina De Rossi.
Potevano essere delle parole, così fredde e sbrigative, dei versi
poetici estremamente romantici? Per le mie orecchie sì, quel Stefania
detto dalle labbra di Ale era la più bella poesia m'avessero mai
recitato da parecchio tempo! poi, maliziosamente, pensai: solo venti
minuti-- è quando mai era durato così tanto tempo con i miei coetanei,
al massimo cinque mi-nuti, non uno di più!
Rispetto a quanto visto due giorni prima, il ventre piatto e
muscoloso, dal pelo rasato, proseguiva ora verso il pube e lì
cominciava ad inerpi-carsi un sesso dalle dimensioni notevoli, non
tanto per lunghezza, quanto per larghezza.
Vedi Pierino, tanto lo hai chiamato lungo e grosso che poi è venuto,
mi dissi, anche se quel tipo di "lupo" non mi faceva per nulla paura.
Che pene lungo che hai-- glande grosso che hai-- che palle sode che hai--
io sono Cappuccetto Rosso-- mangiami!
Lo percepii sulle mie pareti esterne ed ebbi un attimo di paura al
pensie-ro che tutto questo fosse solo la mia ennesima fantasia. Forse
stavo sem-plicemente dormendo in aula.
No era tutto reale, finalmente!
Cosa stavano facendo le mie compagne in classe? Filosofia-- Fichte, il
concetto di sublime. Anch'io stavo facendo Fichte e il concetto del
su-blime! Più che Fichte-- Fochte-- ma Ale era professore di matematica,
non di filosofia.
Pensai ad Arianna, se lo sapesse come lo stavo prendendo con
filosofia.
Ale era un amante eccezionale, forse per una sua innata abilità o
forse perché era il primo "uomo" nella mia vita, dopo tanti ragazzini,
inesperti e bramosi di arrivare al dunque, senza avere mai tutte
quelle premure e attenzioni verso ciò che avrei potuto e dovuto
provare anch'io, lui no, era un uomo maturo ed esperto.
Quel giorno scoprii per la prima volta cosa fosse un vero orgasmo. In
realtà, fino a prima, era sempre stata solo un grande stato di
eccitazione, un forte stato d'ansia, un insieme di sensazioni dettate
più dagli ormoni che dai sensi, insomma mai l'orgasmo vero e proprio.
La cosa non si esaurì lì. Da quel giorno, lui e io, diventammo amanti.
Durò parecchi mesi, in cui dovetti accettare la comunanza con la sua
ra-gazza.
Quell'anno all'esame di maturità non conseguii il diploma magistrale
con un sessanta, ma con un striminzito trentasei, tuttavia con Ale ci
ritro-vammo spesso a fare dei "sessantanove"--
L'inverno successivo lui trovò un buon impiego altrove e così i casi
della vita ci portarono lontani, non solo geograficamente, ma anche
sentimen-talmente. Cosicché tempo e distanza spensero le fiamme della
nostra passione.
Anche Arianna ed io ci trasferimmo entrambe per motivi di studio, i
no-stri contatti si fecero sempre più sporadici e, infine, episodici e
casuali, cosicché finimmo per perderci di vista.
Gli ormoni con il tempo mi si quietarono e l'ambiente universitario,
il lavoro e un matrimonio borghese cancellarono le diverse macchie che
insudiciavano la mia "fedina morale". Il tempo è un'ottima lavatrice e
cambiare città un buon detersivo.
All'università avevo incontrato un ragazzo stupendo, di buona
famiglia, a cui feci sudare le leggendarie sette camicie per ottenere
le mie grazie, ma io ero cambiata, avevo ventitre anni e non più
diciassette. Il sesso non era più una gioiosa scoperta, ma una scelta,
un parte importante del-l'affettività di un rapporto d'amore, tuttavia
è sempre bello perdersi in certi ricordi: nella spensieratezza fatta
delle ansie banali di ogni adole-scente che, con il tempo, appaiono
sciocche, ma che vissute al presente sembrano enormi ed irrisolvibili.
Ancora oggi, che sono felicemente sposata, che ho la mia famiglia e
che litigo con la maggiore delle mie figlie, anch'essa adolescente;
nel mio cuore conservo una dolce nostalgia di quei spensierati tempi
passati e di quel "timido" professorino.
Come solo il tempo e l'esperienza diedero la conferma ad una mia
sup-posizione, non è di tutti gli uomini saper far godere pienamente
una donna e, come sospettavo, per Alessandro, uomo sensibile e
profonda-mente romantico, era una dote innata.
Chissà dov'era, chissà se s'era sposato con quella ragazza tanto
attraente, chissà, se ogni tanto, anche lui pensa a me e qui strani
giorni.
Richiudo un libro, è "alla ricerca del tempo perduto" di Guy De
Mau-passant. Forse quella lettura ha stimolato i miei ricordi. Che
strano, cre-scendo ho anche scoperto la gioia insita nel leggere e nel
studiare. |