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La decisione di Isabella

Io sono un perdente. Almeno, questo è quello che gli altri dicono di me. Lo sono sotto tutti i profili, nella vita privata e sul lavoro.
Soprattutto sul lavoro, però. Anche adesso che Isabella ha deciso di andarsene e io posso stare un po' più tranquillo, sono un perdente, continuo ad esserlo. E' stata lei a farmelo capire e ormai ne sono convinto.
Certo sono quasi sereno adesso, ma non posso fare a meno di pensare a lei. Ogni giorno che passo qua dentro mi sento meglio, confesso, ma c'è sempre qualcosa che mi urta terribilmente.
Il fatto di non condividere più la mia stanza con Isabella. Era lei all'inizio che mi trascinava, sul lavoro, che mi indirizzava verso quei pochi risultati che riuscivo ad ottenere. Accanto a lei avevo quasi capito che lavorare significa sacrificarsi, almeno un po'.
Isabella mi manca. Me la ricordo la mattina, con il suo sguardo di disapprovazione, i suoi occhioni severi puntati su di me. Era fantastica. Guardava l'orologio, scuoteva la testa e poi mi ricopriva di parolacce, tanto per gradire. Era una dura, Isabella, mica una da ridere.
Mi chiamava "testa di cazzo" in continuazione. Muoviti, testa di cazzo, lavora, testa di cazzo, rispondi al telefono, testa di cazzo, hai chiuso quella pratica?, testa di cazzo.
Favolosa. Percepivo il suo fastidio, quando doveva spiegarmi le cose e io continuavo a non capire, quando scopriva che non avevo fatto quello che mi aveva chiesto di fare. Beh... chiesto è una parola grossa. Lei ordinava, fai questo, fai quello, chiama questo, chiama quell'altro, vai a prendermi un caffè, fammi la spesa.
Mi trattava di merda, veramente di merda, molto peggio del mio capo vero, e solo perché lei lavorava in quell'ufficio dall'anno prima.
Non perdeva occasione di sputtanarmi davanti al capo e ai colleghi, un giorno arrivò persino a darmi del coglione davanti a tutti. Era vero, aveva ragione, il mio era stato un errore da imbecille.
Quel giorno capii tutto, però, fu tutto più chiaro.
Quel giorno mi venne un cazzo duro come la pietra, come mai lo avevo avuto forse. Istintivamente mi rimisi a sedere dietro la scrivania, per nascondermi. Mentre Isabella continuava a ridere con gli altri delle mie stronzate, io tenevo lo sguardo basso e, furtivamente, mi toccavo. Ce l'avevo durissimo, davvero, durissimo.
Quel mio guardare in basso fu interpretato da tutti come la manifestazione degli effetti che quell'umiliazione pubblica stava avendo sulla mia persona. Nessuno pensò di mollare la presa, anzi, qualcuno rincarò la dose.
"Ma perché non te ne vai? Non sei in grado, Sergio, non sei in grado", diceva Paola.
"A Se'... ritirate... stavolta hai fatto 'na figura de merda...", diceva Giorgio, il caro Giorgio, quello che mi aveva raccomandato per ottenere quel posto.
Mi alzai di scatto, ad un certo punto, e mi fiondai verso il bagno.
"Sta a vedere che mo' si mette a piangere", diceva Isabella.
"Beh... magari siamo stati un po' pesanti...", faceva Giada, la più mite di tutti, la meno cattiva.
Chiusi la porta del cesso a chiave e respirai profondamente. Quasi al rallentatore, come se avessi paura di farmi male, slacciai la cinta e tirai giù la cerniera dei pantaloni. Tremando infilai una mano sotto gli slip e liberai finalmente il cazzo. Mi sembrava di non averlo mai visto così grosso e così teso. E tirava come un dannato.
Lo accarezzai per tutta la sua lunghezza e mi vennero i brividi.
Aspettai qualche secondo, prima di stringerlo, lo osservavo incantato, come se non fosse il mio.
Poi lo circondai con le dita, in una presa molle, all'inizio, poi sempre più forte. Era straordinariamente duro, fantastico da sentire sotto la pelle.
Cominciai a muovere la mano come al solito, su e giù, su e giù. Era così bello guardarlo, vedere la cappella rossa e gonfia che ondeggiava al ritmo dei movimenti della mia mano, che mi venne una voglia incontenibile di prenderlo in bocca. Avrei davvero voluto succhiarmelo, quel giorno, era una cosa che non mi era mai passata per la mente, ma quel giorno, Dio, avrei fatto qualsiasi cosa pur di riuscire ad abbassarmi almeno fino a sfiorarlo con la lingua. Ci provai pure, ma naturalmente non ci riuscii.
Così mi dovetti limitare a masturbarmi selvaggiamente fino ad imbrattare di sperma il muro di quel gabinetto, il gabinetto del posto in cui tutti mi consideravano un coglione.
La convivenza con Isabella diventò sempre più pesante e, per me, imbarazzante. Non so dire se da quel momento avevo cominciato a condizionarmi da solo oppure se avevo semplicemente scoperto in me una perversione sessuale. Fatto sta che ogni volta che mi insultava e mi trattava male, io mi eccitavo. E non mi capitava solo con lei. Anche con gli altri, ogni volta che mi mettevano sotto in qualche modo.
Eppure, Isabella era di un'altra categoria.
La sega nel cesso dell'ufficio diventò ben presto un'abitudine.
I miei errori si moltiplicavano, sembrava davvero che non ne azzeccassi una. Non ero tagliato per il lavoro di contabile e in fin dei conti non mi interessava nemmeno. Certo, portavo a casa un po' di soldi, ma alzarmi la mattina con il pensiero di dover andare in quel posto mi sconvolgeva. E' una cosa strana, mi rendo conto, soprattutto considerando quanto ho appena detto circa le mie visite al cesso.
Eppure era così. La mia eccitazione si manifestava all'improvviso e solo in alcuni momenti topici, soltanto quando l'insulto e il sopruso diventavano davvero pesanti. Per il resto era solo un ambiente di merda in cui era difficile lavorare. Non chiedetemi il perché di tutto ciò, non lo so.
Il capo cominciò a togliermi i compiti più difficili. Isabella iniziò a delegarmi le mansioni più umili e indecorose per un laureato. Fare le fotocopie per lei era bellissimo, però. Ad un certo punto cominciai a pensare di amarla e forse l'amavo davvero.
L'amai persino il giorno in cui mi chiamò e mi chiese, davanti ad un cliente, di scendere al bar e prendere due caffè.
"Il ragazzo ci porta due caffè, vero?" disse, gelida.
Restai imbambolato a guardarla. Io, il ragazzo in giacca e cravatta, laureato in economia e commercio con centodieci e lode, degradato al ruolo di cameriere.
"Forse non mi sono spiegata...", sghignazzò ironica, rivolgendosi all'uomo distinto seduto davanti a lei. "Sa, a volte ho l'impressione di parlare una lingua incomprensibile..." Scattai sull'attenti, inebetito, presi le ordinazioni. Un caffè macchiato e uno decaffeinato. In cinque minuti ero di ritorno con i due caffè, diligentemente posizionati su uno di quei vassoietti da bar, quelli colorati con le scritte pubblicitarie, Segafredo, Illy, Lavazza e via dicendo.
"Allora, il decaffeinato per l'ingegnere..." Isabella mi fece un cenno e io posai la tazzina del decaffeinato sul tavolo, di fronte all'uomo.
"E questo cos'è?" fece subito dopo, indicando l'altra tazzina.
"Un caffè ma-macchiato..." balbettai.
"E chi te l'ha chiesto?" "Ma veramente..." "Ti avevo chiesto un caffè normale... va bene... lascia stare... vai pure..." Una volta uscito dalla stanza, avvampai. Avvampai all'improvviso, di rabbia e di eccitazione allo stesso tempo. Il mio cazzo tornò a farsi durissimo, come ormai mi accadeva con una frequenza impressionante.
Meccanicamente mi diressi verso il bagno, avanzando come un automa, smanioso di chiudermi dentro e sfogarmi come al solito contro la parete.
Ma quella volta accadde qualcosa, qualcosa che cambiò le mie abitudini dal giorno che avevo cominciato a farmi le seghe nel bagno. Io credo veramente che la vita sia fatta di eventi e di situazioni che ti condizionano a lungo, almeno finché non succede qualcosa di nuovo che ti fa cambiare direzione. Come quella volta che mi ero fatto la prima sega nel bagno. Una sorta di folgorazione alla quale non avevo saputo resistere e che sarebbe andata di certo avanti se quel giorno non avessi incontrato Giada nel corridoio.
"Che hai?", esclamò lei, "sei sconvolto..." Giada era l'unica che si preoccupava un po' per me. Non sempre, non davanti agli altri, ma potevo percepirlo. Si preoccupava per me, la mia situazione le dispiaceva.
"Niente, niente..." farfugliai. Mi stava proprio davanti e mi ostruiva la strada verso il bagno. Cercai di dribblarla per raggiungere la mia meta, mi sembrava di impazzire con quel cazzo che per l'ennesima volta era diventato di pietra e tirava in maniera folle.
Giada non voleva spostarsi, continuava a chiedermi cosa avevo, cosa era successo. Sicuramente doveva aver sgamato la scena dei caffè, doveva avermi visto risalire con il vassoio in mano.
"Giada, per cortesia..." le dissi, supplichevole, cercando di nuovo di passare. Lei non voleva saperne, non si muoveva.
Dopo qualche minuto di scaramucce, mi scattò qualcosa in testa. Ero esasperato, eccitato ed esasperato, e lei era lì, disponibile e preoccupata. Mi convinsi che avrebbe fatto qualsiasi cosa per me, in quel momento ne ero assolutamente certo.
La afferrai per un braccio e la trascinai verso l'agognato gabinetto.
Lei non fiatò, solo un "ma..." impercettibile, non fece nemmeno troppa resistenza.
Richiusi la porta del bagno a chiave, ansimando ormai come un animale.
Giada mi guardava inebetita, chissà cosa stava pensando.
Cominciai a massaggiarmi il cazzo sopra i pantaloni, lo facevo sotto il suo sguardo esterrefatto, come se fossi in un film, come se non fossi io, in preda ad una sorta di delirio.
"Sergio, che fai..." sussurrò ad un certo punto.
Mi slacciai i pantaloni e lo tirai fuori. Anche questa volta mi sembrò enorme, bellissimo, meraviglioso, ne fui orgoglioso. Lo afferrai subito per saggiarne la consistenza, era di una durezza stupefacente.
Forse perché stavo lì, con l'affare in mano, puntandolo verso di lei, dopo essere stato maltrattato così duramente. Quel cazzo enorme era una piccola rivincita, forse, almeno credo.
Le poggiai le mani sulle spalle ed esercitai ...

 

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