Sono nato e cresciuto in un paesino radicato sul pendio di una stretta valle
nel Trentino. E' un posto noto ai turisti come agli abitanti delle vicine
vallate per i boschi che lo circondano e per le alte montagne ricoperte dai
ghiacciai dove si scia tutto l'anno, o quasi.
Non è certo facile per un giovane frocio come me crescere in un posto del
genere con la mentalità chiusa dei miei compaesani che non mi consente di
vivere apertamente la mia sessualità. Certo che ho avuto anch'io dei momenti
di puro godimento.
Qualche tempo fa, ad esempio, a causa di un temporale molto forte e
prolungato, la principale strada asfaltata del luogo franò miseramente in più
punti creando non pochi disagi alla circolazione. L'incomodo era soprattutto
per i turisti che dovevano raggiungere le zone d'onde partono i sentieri
montani e le piste.
Mandarono quasi subito da Trento una squadra di rinforzo per riparare i
danni. Molti degli operai "aggiustastrade"si fermavano la sera fino a tardi
all'albergo-ristorante-bar che la mia famiglia gestisce: i miei genitori e
mia cognata Rosa si occupano dell'albergo e del ristorante, Giorgio, il mio
fratello maggiore sta dietro il bancone del bar e io sono il jolly che aiuta
dove può. Teniamo aperto fino a notte inoltrata, attardandoci comunque più
degli altri locali della zona. Io, dopo aver finito di aiutare in cucina,
sostituisco di solito Giorgio al banco del bar, mentre lui inizia a mettere a
posto i tavoli vuoti, a ripulire qua e là e a fare i conti. E' questo il
momento della giornata che mi piace di più, poco da lavorare e la possibilità
di ammirare, senza espormi troppo, tutta la fauna maschile che entra nel
locale. Per fauna io intendo soprattutto quella degli orsacchiotti. Un
tripudio di omoni pelosi, di tutti i colori: biondi, mori e rossi; ma anche
di tutte le forme, alti, bassi e soprattutto panciuti.
Così alla fine di quell'estate vidi Maurizio, uno dei membri della squadra
dell'A.N.A.S.. Era incredibilmente arrapante. Muscoloso, anzi massiccio,
alto, con gli occhi verdi maculati da pagliuzze gialle, i capelli rosso
scuro, e peli rossicci che gli uscivano da tutte le parti, dalla camicia
aperta, dai polsini; e poi sulle mani e in faccia: aveva due baffoni con
pizzetto, non di quelli curati in punta di rasoio ma arruffati e folti, che
nascondevano un sorriso da sciupafemmine incallito: solo che sorrideva a me.
Era l'incarnazione delle mie fantasie da segaiolo perché solo di seghe ero
vissuto, o meglio sopravvissuto fino a quel momento. In ogni caso quel bel
pezzo di manzo mi faceva sbavare dalla voglia e quando dico voglia non sto
parlando di nutella. Ero contento di stare a servire dietro il banco perché
altrimenti tutti avrebbero potuto vedere il perenne bozzo che mi cresceva nei
pantaloni ogni volta che quel gran cazzone "aggiustaponti" era nella saletta
del bar.
L'ultima sera in cui la squadra si trattenne in paese ero al mio solito posto
a servire spume e aperitivi, qualche quarto di vino scadente e pochi liquori.
Era quasi l'ora di chiusura, ormai tutti i vecchietti che vengono a giocare a
briscola se n'erano andati da un pezzo; erano rimasti solo alcuni uomini
della squadra dell'A.N.A.S ed anche il mio maschio "sogno o son desto".
Quando si avvicinò al banco per pagare la consumazione gettai alle ortiche
tutta la mia timidezza e cercai di attaccare bottone con lui parlando del più
e del meno. Gli chiesi se si era trovato bene qui da noi, se aveva fatto
qualche conoscenza e così via. Lui mi rispose che il posto era molto bello,
la gente accogliente e, con un ghigno di complicità cameratesca che
mascherava sicuramente desiderio, mi disse che "di chiavare neanche a
parlarne". Avvampai imbarazzato cercando di sorridergli anch'io e ammutolii.
Meno male che quello zuccone di mio fratello, visto che tutti gli altri se
n'erano andati a dormire intervenne per mettere in chiusura, dicendo poi che
avrebbe accompagnato Maurizio al suo alloggio e me a casa. Mio fratello mi
accompagnava sempre a casa dopo il lavoro, perché i miei e Rosa rimanevano
all'albergo per alzarsi presto la mattina. Mi piace risvegliarmi in una casa
che si possa chiamare con quel nome, e non in un posto dove tutti vanno e
vengono. Anche d'inverno, quando l'albergo era aperto e la neve era alta, io
volevo tornare a casa e costringevo a rimanere con me anche il mio
fratellone. Mi piaceva da matti svegliarmi al mattino, nel letto dei miei,
con i vetri appannati dal freddo, il vento che fischiava forte giù per il
camino, e il corpo caldo di lui che ronfava accanto a me. Lo scrutavo, lo
mangiavo con gli occhi, un po' ne ero innamorato. Dopo tutto era il primo
uomo che avevo visto col bigolo di fuori. Ma non perdiamoci in particolari.
Partiti che fummo,mentre stavamo percorrendo la statale, con mia grande
sorpresa Maurizio mi mise una mano sulla coscia e disse, nonostante la
presenza di mio fratello al volante, che se avessi voluto fare una bella
scopata avrei dovuto cogliere l'occasione di quell'ultima sera: subito o mai
più. Io rimasi allibito, incredulo, spaventato. Come si permetteva di porre
in atto un simile approccio proprio li di fronte a mio fratello? Ma fu
proprio il mio caro fratellone che mi sorprese di più e risolse la situazione
dicendo: "Cazzo, è più di una settimana che sbavi dietro a Maurizio, ormai di
seghe te ne sarai fatte anche abbastanza: che cosa aspetti a saltargli in
collo?"
Non sapevo se essere più sorpreso, offeso o contento; se rimanere
esterrefatto e negare o lasciarmi trasportare dagli eventi. Trovai comunque
il fiato per dire una frase banale: "ma io non sono frocio.".
Mio fratello frenò bruscamente ed accostò la macchina ad una piazzola di
sosta lungo la strada. Poi si girò verso di me e ridendo sotto i suoi baffoni
neri sentenziò: " Mario, smetti di fare il rompicazzo e la verginella
bigotta: sono anni, da quando eravamo ragazzini, che mi spii mentre faccio il
bagno nudo, non perdi occasione per guardarmi l'uccello, mi accarezzi quando
dormo, mi rubi le mutande per fartici le seghe sopra. Sono sposato, ma mica
rincoglionito: c'ài un cazzo nei pantaloni che fa concorrenza alla cima
Presanella per quanto è dritto. Ora hai l'occasione giusta per fare un po' di
movimento e io non mi voglio perdere lo spettacolo. anzi voglio fare anche la
comparsa; cosa credi che abbia portato Maurizio in macchina per caso?. " E il
suo ghigno la diceva lunga sugli accordi che i due maialoni avevano preso per
quella sera.
"Basta, con queste spiegazioni del cazzo" tuonò Maurizio " ho voglia di
scopare!" E senza aggiungere verbo mi prese per il collo spingendo la sua
bocca contro la mia e premendo con la linguona tra le mie labbra ancora
incredule. Intanto mio fratello riprese a guidare, ma ci controllava dallo
specchietto e si aggiustava ogni tanto il pacco fra le cosce. Maurizio
esplorava con la sua lingua ogni centimetro della bocca. E io facevo del mio
meglio per duellare con quella. Gustavo nel suo palato il forte dell'alcol e
del tabacco che aveva consumato durante la serata, mentre i suoi baffoni mi
facevano il solletico alle gengive. Mi feci ardito e iniziai a palpargli il
petto da sopra la camicia; lui si staccò dalla bocca e mi leccò il collo, mi
mordicchiò le orecchie. Intanto, eravamo giunti a casa nostra, che si trova
piuttosto distante dal paese. Mio fratello, imboccata la breve salita che
finisce proprio davanti al cancello, si fermò e scese dall'auto per risalire
dietro con noi. Sentii subito la sua mano che mi agguantava il culo, un
respiro sul collo e un bisbiglio nelle orecchie: "Mio piccolo fratellino
succhiacazzi vedrai che stanotte non ti facciamo dormire." Mentre i peli dei
suoi baffi mi pungevano le orecchie ebbi appena la forza di rispondergli: "Oh
Giorgio. non sai da quanto. "
Maurizio intanto aveva aperto la portiera e mi stava trascinando fuori, io lo
seguii perché non volevo sbattere col muso per terra. Mi strattonò per un
braccio e mi fece cadere con la schiena sull'erba di in un prato vicino alla
casa. Poi mi montò sopra; continuando a limonare e dando dei colpetti con i
fianchi mi faceva sentire il suo cazzo, ormai di cemento, contro il basso
ventre. Giorgio si era messo comodo vicino a noi con il cazzo di fuori e se
lo menava. Maurizio senza dire nulla si staccò da me, si alzò in piedi, si
tolse i pantaloni; mentre li calava troneggiava su di me lo scettro lungo,
nodoso e lucido di mio fratello. Poi si accucciò, si mise a cavallo della mia
faccia e prendendomi la testa fra le mani m'intimò di succhiarlo. E io cosa
potevo fare? Iniziai a leccare per tutta la lunghezza quell'enorme cazzo che
s'ingrossava all'infinito, così mi pareva, al passaggio della lingua; poi mi
avventai sulla cappella che oramai colava liquido trasparente. Maurizio
cominciò a gemere e Giorgio, massaggiandosi la nerchia davanti al bello
spettacolino che stavamo dando, mi sussurrava addosso frasi sconnesse e
richieste sconce: "Vuoi anche il mio di cazzo Mario? Ti va di succhiarmi?
Dai, continua a pompare che poi te lo sbatto in gola anch'io? Lo senti che
pompa che ti sta facendo? "- disse poi rivolto a Maurizio, che mi forzava
ancora di più il cazzo in gola. " Dai cazzone" continuava ad incitarlo mio
fratello "fammi vedere come sborri bene...allagagli la bocca a questa troia!"
Sentivo che le parole di Giorgio stavano facendo effetto, il cazzo di
Maurizio era ormai un pistone che si muoveva a pieno ritmo A me faceva male
tutto: la gola, la bocca, la schiena ma soprattutto il cazzo. Non potevo
toccarmi bloccato sotto il peso di quel toro da monta di Maurizio, e il mio
birillo era divenuto grosso e duro solo a sentire l'odore delle cosce sudate
del maschio sopra di me e la carezza dei peli bagnati sul mio viso. Se poi
aggiungiamo che quello era il mio primo pompino, che il gusto dolce-amaro che
avevo in bocca era di un cazzo bollente, che mio fratello, il maritino
fedele, mi guardava e mi incitava, beh se vogliamo considerare tutto questo c
'è da credere che i miei poveri coglioni stessero accumulando sborra da
inondare tutta la provincia autonoma. Ma chi ruppe le acque per primo fu
Maurizio, che con un barrito estrasse il suo palo dalla mia gola e spruzzò,
innaffiò, inseminò tutto: il viso, il collo e le sue cosce con una
inondazione che mi sembrò durare un'eternità. Ci mancò poco che affogassi.
Ma la cosa più sconvolgente la fece mio fratello, che ammutolito di fronte a
tutto quel ben di dio si abbassò sulla mia faccia e iniziò a sleccazzarmi il
collo e il mento. Io quasi morivo per il solletico: ah quei baffi, avrei
voluto mangiarli da tempo! Mi passava la lingua intorno alle labbra per poi
affondarla senza più pudore nella bocca e giù nella gola, ormai sverginata e
rotta al piacere. Il bacio del mio fratellone mi stava completamente
annebbiando il cervello. Non vedevo né sentivo più nulla, solo di scorcio il
suo viso contro il mio. Non avevo chiuso gli occhi per essere presente con
tutti i miei sensi a quell'evento; avevo anche drizzato le orecchie per
avvertire lo schiocco tenue della sua lingua che si annodava alla mia.
Gustavo gli umori che la sua bocca mi trasmetteva: l'aspro della sborra
appena, l'amaro del caffè che aveva appena bevuto, l'inconsistente sapidità
della sua saliva appena secreta. Poi tutto d'un tratto, Giorgio si staccò
dalla mia bocca, improvvisamente vuota. Nell'ultima mezzora mi ero abituato
ad averla piena di qualcosa e ora quel vuoto mi spaventava. Mi prese la testa
fra le mani e guardandomi con severità e preoccupazione mi disse: "Entriamo
dentro che prendi freddo!" Io non potevo credere alle sue parole: ma come, mi
trattava come un bimbo, io che avevo tanto bisogno di sentirmi grande! Avevo
il suo cazzo duro fra le cosce, il mio era intorpidito dal dolore, e lui mi
parlava della rigidità del tempo. Si alzò in piedi e senza fiatare si diresse
verso casa. Maurizio intanto, si era avvicinato di nuovo e prendendo mi per
mano con poca grazia mi tirò su. La schiena improvvisamente mi avvisò con un
colpo ai nervi che per quella sera ne aveva avuto abbastanza. Mi guardavo
intorno e tutto sembrava ancora al suo posto; non che qualcosa dovesse per
forza esser cambiato . beh, ma insomma, dopo quanto era successo credevo,
ingenuo, che avrei visto il mondo con occhi diversi. Maurizio mi tirava giù
per il prato e io lo seguivo rotolavo sui piedi. L'aria pungente sembrava
rigasse il caldo del mio viso. Appena in casa Maurizio mi scaraventò con
forza contro il muro; la mia schiena protestò di nuovo. Mi si schiacciò
contro col suo corpo, sentivo il pelo pungermi la gola per i baffi ispidi
mentre mi mordeva l'orecchio destro. Il suo cazzo duro, chissà come non
uscito dalle mutande nel tragitto, premeva contro il mio, che trascurato da
tutti, anche da me, rimaneva ritto e desto. Maurizio mi sussurrava frasi
sconnesse, soffocate dalla sua voglia crescente: "Mio bel frocetto. ora papà
orso. ti insegno io come si sta al mondo.mi hai fatto incazzare. tutta la
settimana con quegli sguardi sul mio uccello, pompinaro. papà orso ora ti." E
iniziava a tastarmi il culo con le sue manone pelose. Stringeva i glutei
quasi volesse farli scoppiare, mi mordeva il collo quasi volesse divorarmi,
mi spalmava sul muro quasi volesse appendermi. Non sapevo più se essere
eccitato o avere paura. D'un tratto sentii mio fratello che rideva
guardandoci, quasi isterico contraendo il suo bel viso in una smorfia
animalesca. Poi si avvicinò a noi e per un attimo mi sentii sollevato. Si
fermò a dieci centimetri dai nostri orecchi e disse: "Ora vi lascio soli;
papà orso deve insegnare al cuccioletto come si gioca coi grandi. Cazzo! Me
l'avete fatto venire così duro che quando arrivo all'albergo chiavo la mia
Rosa senza neanche chiederle il permesso!" Rapido varcò l'uscio e il panico
mi strinse alla gola come i denti dell'uomo dei miei sogni. Si staccò
finalmente da me e senza tanti complimenti mi spinse su per le scale
menandomi forti pacche sul culo seguite da urli osceni. Spalancò una porta a
caso e penetrò nella camera con il letto matrimoniale dei miei genitori. Mi
sorrise tirando i peli della faccia in un ghigno diabolico e mi scaraventò
dentro. "Vieni qua troietta" mi urlò "spogliami!" Io tremavo ma ormai .che
fare? avanzai nella sua direzione e mi protesi verso la sua camicia a
quadrettoni iniziando a sbottonarla lentamente: volevo almeno godermi quel
momento. La stanza era illuminata soltanto dalla luce che veniva da fuori:
una falce di luna, stelle grandi, lampioni sulla strada: tutto tenue,
lontano.. Cercavo di fissare quel viso che l'oscurità accartocciava come una
maschera alla fine del carnevale. E lui continuava la litania di frasi
oscene, che non mi offendevano anzi, forse mi facevano sentire desiderato.
Aperta la camicia non resistetti ad affondare le mie mani nel tappeto di peli
sudati del suo torace enorme. Li carezzavo, li facevo passare fra le dita, li
tiravo. Maurizio con un rantolo bestiale, quando gli pizzicai il capezzolo
destro mi mise una mano dietro la nuca tirandomi a se con scomposta
brutalità, e mi ordinò di succhiare. Io mi persi col naso dentro quella
foresta e tirai fuori la lingua per catturare le gocce di sudore che, calde,
calavano sulla pelle. Volevo assaporare gli umori del mio uomo. Roteavo la
lingua in modo scomposto mentre lui mi carezzava i capelli e le spalle.
Succhiai i capezzoli cercando di strappargli coi denti i peli che stavano
intorno. Le mie guance erano continuamente carezzate da tutta quella lana
umana e penso che sarei potuto rimanere così per sempre. Fu lui che non
volle. Mi strappò dal suo petto e mi gettò sul letto. Io rimbalzai
immediatamente nella realtà più violenta. "Cazzo, spogliati ora. E mettiti
alla pecorina, verginella! Quando avrò finito con te non vorrai vedere più un
cazzo per il resto della tua vita". Mi tremavano le ginocchia, succede sempre
quando ho davvero paura. Rimasi per quasi trenta secondi immobile, con le
mani ferme sul primo bottone della camicia. Maurizio si era già completamente
denudato, e ora, lo vedevo per la prima volta in tutta la sua terrificante
virilità. Aveva peli ovunque persino sulle spalle gonfie di muscoli.
Somigliava molto a certe rappresentazioni del diavolo nei cicli pittorici
medievali, con il corpo ricoperto dal pelo di capra, i piedi con lo zoccolo,
il viso trasfigurato dalla malvagità. Quello che aveva in più, forse, era il
membro umano, un lungo e nodoso come il bastone come quello dell'asso nelle
carte da gioco; era lucido e la punta sembrava più grossa di quella che mi
aveva già trafitto la gola, le palle e l'attaccatura erano completamente
nascoste dai riccioli di pelo fulvo. Lo guardavo quando lui, con una
bestemmia, mi schiaffeggiò in viso mandando in rottami i miei sogni:"Muoviti
stronzetto!" E giù un altro rompiganasce. Mi si avvicinò e strappò i bottoni
della camicia tirandomela dalle falde. Poi ridusse a brandelli la maglietta a
pelle e sembrò calmarsi per un po'. Io mi affrettai tremante a togliermi i
pantaloni, levarmi scarpe e calzini e a gettarmi sul letto. Non volevo altre
percosse, avevo già le guancie in fiamme le lacrime agli occhi ma non
sopportavo che lui le vedesse. Mi misi con la schiena rivolta verso di lui a
quattro zampe come i cani, anzi come le cagne in calore. Lui prese a
schiaffeggiarmi le natiche, prima con colpettti leggeri poi con dei veri
schiaffi; stringevo semplicemente i denti mentre lui tentava di farmi dei
complimenti:"Che cazzone che sei, hai un culo perfetto per essere montato,
bianco e morbido ma anche bello sodo sotto la pelle, e tu non l'hai mai dato
a nessuno; se ti avessi conosciuto prima anche il mio cane ti avrebbe
inculato". Poi si pose col cazzo davanti alla mia bocca e, con un gesto da
film porno di quart'ordine, mi prese per i capelli costringendomi a
spalancare la bocca."Succhia troia!" mi disse infilandomi la cappella contro
il palato e poi giù per la gola, lubrificandosi il cazzo con la saliva in un
lento avanti e indietro. Non ebbi il tempo di pensare a quanto fosse
piacevole quella sensazione perché un improvviso dolore partì dal mio
sfintere anale per correre, attraverso tutta la spina dorsale fino alla gola.
Dopo i primi momenti di smarrimento capii che mi aveva infilato un suo ditone
nel buco del culo. Quel bastoncino calloso mi invadeva senza troppi riguardi
e le pareti dell'ano si irrigidivano tendendosi come tela di regno che si
strappa. Non potevo fare a meno di agganciare la mia mente a quel piccolo
tormento. Diviso da demenziali pensieri avrei voluto staccare a morsi il
cazzo che mi frugava la gola e allo stesso tempo trattenere la mano di
Maurizio perché mi sparisse nelle viscere; volevo aggredire ed essere
sopraffatto uccidere ed esser fatto a pezzi. Maurizio interruppe i miei
pensieri affermando con vigore: "Cazzo, ma allora sei davvero vergine, mio
bel busone. Non vedo l'ora di spaccarti in due! ma prima devi godere anche
tu". Così dicendo mi tolse il suo arnese dalla bocca, rimasta di nuovo
vedova, e il dito dal culo che graffiò con l'unghia le tenere carni dello
sfintere. Rimasi per qualche secondo in quella posizione da cagna in calore,
aggrappato al mio dolore, mentre Maurizio si buttava con tutto il suo peso
sulla poltrona di vimini di mamma, che scricchiolò quasi volesse spezzarsi. "
Su bigolo moscio" iniziò a dire " fatti una bella sega e godi un po' anche
te. Guardami, mangiami con gli occhi mentre fai su e giù con la manina". Io
mi misi sulla sponda del letto e iniziai a carezzarmi il cazzo lentamente, ma
ero già talmente eccitato che non resistetti molto ad accelerare i colpi
della pugnetta. Avevo gli occhi offuscati da tutto quel pelo che ricopriva i
muscoli di quell'uomo, quello che finalmente aveva goduto del mio corpo e che
mi avrebbe aperto di lì a poco anche il culo con il suo cazzo da monta.
"Quanti se ne sarà già fatti" mi venne da pensare; poco a poco mi mancò la
ragione e mi rimase solo l'eloquenza delle immagini davanti agli occhi
aperti: io con un cazzo in bocca, io alla pecorina mentre si. mentre si.
mentre..."aaaaahhhhhh, cazzo vengo, mio fratello mi inculaaa.." Il mio
cervello si tese per poi rilassarsi in un istante di beatitudine che sembrava
eterna. Ma dopo pochi istanti sentii il liquore che mi scendeva dal pugno
sulle cosce e rividi Maurizio con l'uccellone in mano che mi sorrideva. Ebbi
un fuggevole moto di vergogna vedendo quell'uomo sulla poltrona di mamma,
avrei perso per sempre l'innocenza dell'infanzia. Pazienza, prima o poi
doveva accadere. Mi sentii molle e tranquillo come sempre dopo l'orgasmo.
Tutta la stanchezza della giornata si avvolse intorno alle mie membra nude
come una pesante coperta invernale. Chiusi gli occhi; avrei voluto in quel
momento stendermi sul corpo peloso di Maurizio e addormentarmi carezzando il
suo vello rosso, stuzzicargli i baffi e leccargli il pizzetto, annusargli le
ascelle facendogli il solletico, abbandonarmi insomma alla calda tenerezza
del mio orsachiottone: la realtà prese il sopravvento sulla fantasia. Tenevo
ancora le palpebre calate quando sentii Maurizio ruggire:
- Ora che hai goduto, troietta, tocca a me. Ora che non devi più preoccuparti
del tuo cazzo mi occuperò io del tuo culo da verginella.
Le sue parole brusche mi colpirono in viso come acqua gelata, e io
rabbrividendo spalancai gli occhi. La prima cosa che vidi fu questo bastone
di carne, muscoli e sangue, che mi sbarrava la vista mentre il suo fetore
ferino m'invadeva le narici, si agganciava alla gola.
- Lecca e succhia che lo devi far diventare scivoloso, sennò non va su e giù
nel tuo buco del culo.
Rassegnato e sempre più spaventato, tirai fuori la mia linguetta per
inumidire la pelle salata e dolce dallo sperma che si era appiccicato sopra.
- Cazzo! Non star lì a perder tempo, ingoialo e basta, ho voglia di farti il
culo.
Aprii la bocca e iniziai a farmi scivolare sulla lingua la cappella intrisa
d'umore salato e poi giù l'asta. Maurizio spingeva senza pietà, io avevo le
labbra completamente tirate e la gola occupata, ostruita, con i l vomito che
cercava di farsi strada su dal mio stomaco. Non appena distolsi la mente da
quello che mi succedeva in bocca sentii una mano, morbida di peli, che mi
percorreva la schiena in una molle carezza, fuori tono con la violenza della
situazione. La mano si fermò un attimo sulle natiche mentre un dito, dritto,
si mise a scavare nella piega dei miei glutei. Avevo le lacrime agli occhi,
lo stomaco rovesciato, il palato e la gola ripieni d'una massa informe di
carne umana, calda e pulsante. Il dito trovò il mio buco, lo corteggiò con
delle carezze lievi, poi lo penetrò deciso. I miei nervi furono scossi da un
dolore improvviso, e lo sfintere s'irrigidì, ma il dito non si ritrasse;
proseguì, avanti e indietro, in un movimento coordinato con quello del cazzo
che si muoveva nella mia gola. Ero aggrappato ad un filo di coscienza che non
mi permise di svenire. L'interno del mio culo rilasciò un po' di lubrificante
e così il dito viaggiò meglio sulla guida di carne. Esplorò per un po',
quindi uscì. Sospirai - o meglio m'immaginai di farlo con la mente, perché
con la gola era impossibile - e poi avvertii che il dito era rientrato. Ma
non era solo, aveva portato un compagno con sé ma ormai, a parte un po' di
sofferenza iniziale, il mio buco si era abituato e mi sembrò quasi di provare
piacere. Quello che accadde immediatamente dopo non lo ricordo con chiarezza
ma posso solo ricostruirlo per sensazioni tanto fu tutto così rapido e
doloroso. Materialmente mi fu tolto il cazzo dalla gola, fui rivoltato e
impalato senza troppi convenevoli. La sofferenza fu enorme è chiaro, ma
stranamente quella, pur avendone consapevolezza non riesco a risentirla sulla
pelle; neanche il mio culo se la ricorda più, e si che per giorni avevo un
sussulto ogni volta che mi sedevo. No, quello che mi ricordo e che si ricorda
anche il mio corpo è il peso, il calore, la durezza dei muscoli, la
morbidezza del pelo, la vischiosità della pelle sudata, l'afrore virile e
soprattutto la sensazione d'appartenenza ed unione con un altro corpo. Io ho
urlato, scalciato, morso, pianto, ma ho anche intimamente goduto di quel
momentaneo annullamento di volontà che ho provato nelle braccia del mio orso
da monta. Quando tutto finì io caddi in un morbido oblio. Mi svegliai il
giorno dopo, mentre la pioggia batteva già forte sui vetri. La gola mi
doleva, la schiena mi tirava, il culo martellava con colpetti dei nervi
troppo mal sollecitati. Mio fratello era in piedi di fronte al letto. Mi
sorrise, io mi alzai e ci abbracciammo. Lui mi baciò in bocca trasferendo
nella mia l'amaro del suo caffè. Poi mi guardò e disse, carezzandomi la nuca:
- Ora sei pronto per me, cucciolo. |