| Il rumore della pioggia sul tettuccio della macchina era intenso.
I tergicristalli erano così impegnati a resistere alle folate di
vento, da sembrare nell'impossibilità di eliminare quella gran massa
d'acqua che dal cielo precipitava sul parabrezza.
Vedere attraverso quella spessa coltre d'acqua era quasi impossibili
e, a tratti, il volante non riusciva a imporre la sua direzione
all'auto, infatti nonostante tentasse di esigere un rigoroso avanti
dritto, questa spesso sbandava a destra e a sinistra.
Acqua sull'asfalto, acqua sulla macchina, acqua dal e nel cielo.
Quel tratto di strada s'era trasformato in un non luogo, come a volte
ac-cade fra la nebbia. Nessun elemento di riferimento esterno riusciva
a in-dicare dove si fosse di preciso. Sarebbe potuto essere ovunque su
questa terra, per non dire ovunque nello spazio e nel tempo.
Forse un viaggio nel tempo sarebbe stato quello di cui Eros avrebbe
avu-to bisogno, tormentato com'era dai ricordi.
Era finito un amore. Non un grande amore, nemmeno un piccolo amore. Un
amore e basta. Una di quelle storie che ci si porta dentro fino alla
tomba, pieno di piccole bugie, di frasi non dette, di stati di
malessere celati... il tutto per un unico semplice e banale sogno, che
s'era dimostrato irrealizzabile: una serena vecchiaia insieme.
C'erano stati mesi di angoscia, delusioni dentro e fuori della vita
senti-mentale, perché quando le cose vanno a rotoli, sono come la
porta di uno sgabuzzino estremamente disordinato che viene aperto
all'improvviso e da cui esce di tutto, rotolando, distruggendo e
travolgendo l'incauta per-sona che ha aperto quella porta.
Dentro quello spazio, sempre troppo angusto, mille futili motivi,
miliardi di granelli di sabbia accumulati giorno dopo giorno e
divenuti, quasi im-provvisamente (quasi inconsapevolmente), montagna;
ma non si tratta di una massiccio che travolge e uccide con il peso
della frana, sotto la qua-le sommerge ogni cosa; piuttosto si trattava
di un vento leggero e sottile, che s'alza e solleva inizialmente un
po' di terriccio, asciugandolo sino a renderlo sabbia, sino a ferire
gli occhi e farli bruciare, cosicché le lacri-me stesse, invece che
dare sollievo, infliggono ulteriore dolore.
Quel lungo viaggio per tornare... e basta! Perché non c'era più nella
sua mente e nella realtà il concetto accogliente di casa, di famiglia
o di foco-lare che si voglia dire, ma solo un posto come un altro in
cui dormire o, più precisamente, far trascorrere la notte al riparo;
dunque quel lungo viaggio per tornare era, ogni giorno, il suo
personalissimo monte Calva-rio, l'interminabile tragitto che lo
portava quotidianamente dalla soffe-renza della tortura a quello della
crocifissione, attraverso un cammino fatto di dileggio.
Ogni ricordo forgiato da luoghi, tempi e gesti diveniva nella sua
mente una stazione di quella sua particolare via crucis.
Era un viaggio in compagnia dei suoi personali fantasmi, perché quella
stessa auto era la prima stazione di quel canto doloroso, giacché il
con-cetto stesso di partire e di viaggiare era la sorgente del dolore
che risie-deva ora nel suo cuore; cosicché il solo gesto di salire in
auto e girare la chiavetta dava corpo e anima alle ombre dei suoi
flagellatori, rendendoli tangibili compagni di viaggio. Lui,
spettatore silente, e loro, carnefici ol-tremodo ciarlieri e noiosi;
pignoli notai pronti a elencare ogni suo singo-lo errore, ogni precisa
frase scambiata e creduta vera.
Angoscia, Frustrazione, Dolore e Depressione erano i loro nomi, ecco
chi erano i suoi quattro compagni di viaggio. Ognuno seduto al suo
po-sto, la cintura ben allacciata, perché dal quel pazzo alla guida ci
sarebbe potuto aspettare di tutto, anche un gesto folle e disperato.
Angoscia era sempre il primo a parlare, a disegnare il suo personale
futu-ro. Ogni volta era un differente racconto dell'orrore, in cui la
peggiore delle morti appariva, sempre, come il migliore e il più dolce
degli epilo-ghi.
Una sola frase, ripetuta ossessivamente compariva sulle labbra di
Eros, senza che lui avesse mai il coraggio di pronunciarla, di
renderla vivido suono:
- Vai via, vai via, vai via! -
....ma Angoscia aveva l'orecchio fine oppure, più semplicemente,
cono-sceva bene quel suo compagno di viaggio... e, in effetti, il
carnefice co-nosceva la sua vittima praticamente da una vita.
Iniziava così un breve silenzio, pregno dell'essenza di chi, fino a
quel momento, aveva parlato, cosicché anche quel nulla diventava
palpabile, denso fino ad assumere lo spessore di un muro ed era sempre
Frustra-zione a romperlo, mandandolo in mille pezzi, distruggendo
l'illusione di Eros che quel niente di parole potesse crescere fino a
farsi fortezza, fino a diventare castello in cui scappare e cercare
rifugio.
Frustrazione aveva una lingua lunga, dura e nodosa; provvista di mille
aculei velenosi e ogni parola detta diventava un colpo di frusta che
strappava la pelle, che estirpava le carni, che sviscerava ogni
singolo or-gano vitale, dilaniando il corpo e la mente. Pur
assomigliando alle parole di Angoscia erano (o solamente sembravano)
diverse, come il male e la sofferenza che producevano, essi erano
simili e dissimili al tempo stesso.
Anche Frustrazione insisteva inesorabile nel suo monologo, fino a
quando il sangue che scorreva copioso della sua vittima allagava
l'abitacolo, togliendo quasi il respiro al conducente, ma non a se
stesso.
Ogni volta, seppur con parole diverse, il suo discorso finiva sempre
con lo stesso tono accusatorio, facendo nome e cognome del colpevole.
No-me e cognome ben noti al conducente.
C'era ancora un breve, ma interminabile istante, in cui Frustrazione
sembrava godersi la visione della sua vittima e annusare i suoi occhi
di carnefice riflessi nello specchietto retrovisore... poi di nuovo il
silenzio.
Questa volta era un'assenza di parole differente dalla precedente, si
le-vava quasi come una foschia mattutina, ben decisa a divenire nel
minor tempo possibile fittissima nebbia, ragnatela di miriadi di
minuscole la-crime sospese al cielo e pronte a catturare, in quel
nulla di rumore, l'eventuale incauta preda.
Lentamente il sangue che aveva invaso l'abitacolo fuoriusciva, quasi
un invisibile tappo fosse stato aperto o una qualche ben celata
valvola fosse stata dischiusa. Ritornava l'aria, ma solo per
infliggere il tormento di li-berare i polmoni da tutto quel proprio
liquido organico. Solo un breve i-stante in cui lacerarsi polmoni e
stomaco a colpi di tosse e di conati di vomito.
Al primo accenno di respiro cominciava a parlare Dolore, con la sua
vo-ce irritante, con quel suono stridente di gessetto volutamente
premuto conto la lavagna. Un enorme muro d'ardesia, dallo spessore
irridibile, ancora una volta non era scudo, rifugio o fortezza... era
solo strumento di tortura.
Dolore aveva un suo particolare modo di parlare, caratterizzato sempre
da una salivazione eccessiva, da una pioggia di miriadi minuscoli
sputi che colpivano Eros in ogni parte del corpo, rivelando solo al
loro contat-to con la pelle la natura acida e corrosiva di cui erano
fatti.
Penetravano lenti e inesorabili, quasi fossero stati dei vermi dotati
di un particolare e tremendo apparato boccale. Corrodevano tutto ciò
che osta-colasse il loro cammino, trasformando, lungo questo percorso,
la loro natura liquida in solida, fino a divenire aghi, spilli, frecce
conficcate sempre più internamente nei tessuti, aggiungendo alla
sofferenza del lo-ro cibarsi di essenza lo spasmo che ogni movimento
avrebbe generato. Tutto questo proseguiva fino al giungere di quei
velenosi aculei alle os-sa, a quel punto Dolore trovava il pieno
nutrimento del suo esistere: il midollo stesso di Eros.
Dolore proseguiva la sua opera per interrompersi improvvisamente solo
quando era certo d'aver succhiato dalla sua vittima la spina dorsale
della vita stessa.
Era quando all'interno di Eros s'era creato spazio a sufficienza,
quando il peggio dava solo l'illusione d'essere finito; era proprio
nell'istante in cui il naufrago sbattuto dalla tempesta intravede
l'isola, che neri, tetri e minacciosi s'intravedevano gli scogli.
Quello era il momento in cui l'ululato del vento si confondeva con
quel-lo di oscuri sciacalli dalle fauci aperte. Quello era l'istante
in cui le onde, violente e selvagge, dopo aver dato l'illusione di
salvezza, rivelavano tutto il loro orrendo disegno di distruzione:
dilaniare quel poco che re-stava, sfogare la loro rabbia feroce su
quella parvenza di salvezza che erano gli scogli, rendendoli così
certezza di fine imminente.
Depressione aveva sempre un tono suadente e dolce, come certi veleni
che deliziano il palato per poi attanagliare in una stretta, fatta di
spasmi, le viscere. Le sue parole scorrevano suadenti e veloci verso
il padiglione, roteavano, creando volute che, come un gorgo,
inghiottivano quelle frasi nel condotto uditivo di Eros. Iniziavano
così il loro viaggio, come il se-me fa con il terreno, affondare, per
penetrare con l'apice delle proprie radice l'essenza stessa della
terra e poi crescere, incuneandosi ulterior-mente, fino a divenire
un'unica cosa con il terreno, il tutto con il solo fi-ne di divorare
la mandre che l'aveva accolto in grembo.
Era sempre una gestazione piuttosto rapida, seguita da un travaglio e
un parto dall'apparenza interminabile. Le parole di Depressione lo
divora-vano da dentro, rendendolo sottile e inconsistente. Finendo per
sottrarre a Eros l'immagine che lui aveva di se stesso. I suoi occhi
frugavano lo specchietto retrovisore, ma lui dall'abitacolo era
scomparso, le sue mani erano scomparse, i suoi piedi erano scomparsi
ed era ormai una mano invisibile a guidare la sua autovettura; anche i
suoi quattro compagni di viaggio erano scomparsi, resi sottili e
invisibili anch'essi.
Ora, alla sua destra, un nuovo compagno di viaggio.
Una domanda, sempre la stessa, attanagliava in quei momenti Eros: ma
quando erano scesi quei suoi quattro "buoni" amici e quando era salita
questa sconosciuta? Non gli pareva d'essersi fermato. Anzi, mentre i
suoi quattro amici parlavano, lui pigiava sull'acceleratore quasi quel
se-dile potesse in qualche modo staccarsi dagli altri sedili e dalla
vettura stessa per allontanarsi, fuggire oppure semplicemente
schiantarsi insie-me al suo ospite contro un qualcosa di duro e
tragicamente reale che di nome facesse Morte... ma era sempre la
solita impossibile fuga da se stesso, una fuga che, forse, atterriva i
suoi compagni di viaggio, ma che permetteva, al tempo stesso, a quel
passeggero di salire in corsa.
- Ciao Eros, come stai? -
Erano sempre quelle le parole con cui esordiva quella sconosciuta
dall'aria molto familiare.
- Male, non si vede, forse? -
Era sempre la risposta acida e stizzita di Eros, quindi:
- Tu chi cazzo sei? -
Era l'ennesima ripetizione di parole e gesti dall'esito scontato,
perché una sola e sempre quella era la risposta.
- Sono Solitudine, sei tu che mi hai cercato! -
A quel punto Eros iniziava a cercarsi disperatamente dentro a
quell'abitacolo, improvvisamente troppo enorme per essere all'interno
di un'utilitaria, troppo vasto per essere persino una tenuta. Si
cercava e non si trovava, pur certo di essere lì, pur certo di avere
la piena visione di se stesso.
Lui, Solitudine, non l'aveva cercata, non la conosceva nemmeno, non ne
aveva né il numero di fisso, né di cellulare, non ne sapeva
l'indirizzo, la residenza o il domicilio.
Provò a fissarla, per capire meglio chi fosse, chi tra i suoi presunti
amici gliel'avesse presentata o imposta.
Era bella, sinuosa, dotata di un fascino tutto suo e di uno sguardo
amma-liante, forse l'aveva sognata o solo immaginata in qualche suo
recondito desiderio.
Un seno prosperoso che toglieva il fiato, due labbra carnose
evidenziate da un rossetto carico di passione che chiedevano solo di
essere baciate e, infine, due occhi così belli che era spontaneo
perdercisi dentro e affoga-re, trascinati solo da quella corrente di
seduzione.
- Io ti ho già visto! -
Diceva a quel punto, con tono brusco, Eros; quasi a volersi destare
dal sogno in cuoi era stato rapito.
- Certo che mi conosci sciocchino, conviviamo ormai da giorni insieme!
Non ti ricordi ieri notte? È stato stupendo non è vero! Non abbiamo
qua-si chiuso occhio! Come ogni notte d'altronde... Eros. -
Aveva scandito il suo nome quasi come dovesse compitarne le vocali e
le consonanti che lo componevano, quasi a voler ribadire quella
cono-scenza biblica che li univa ormai da lungo tempo.
Era bella, troppo bella per non esserne stregato, seducente e
sensuale, intelligente e spigliata... in una sola parola troppo
ammaliatrice e per que-sto la odiava, perché l'amore rende debole e la
passione inermi.
Effettivamente era una passione covata e consumata da lungo tempo con
Solitudine.
L'aveva cercata e trovata, come fa l'innamorato quando, casualmente
per strada, si ritrova folgorato da un colpo di fulmine.
La pioggia stava diminuendo e i chilometri che lo separavano dalla
solita parca cena e dal letto esprimibili tramite un'unica cifra.
L'affannoso ran-tolo dei tergicristalli s'era trasformato in stridio e
la ragione stessa del loro vano andare avanti e indietro stava venendo
meno.
Il rosso di un semaforo aveva esortato il cervello di Eros a fermarsi,
mentre il rumore del motore cantava una dolce ninnananna a rasserenare
il suo cuore affranto, mentre il cielo stesso schiariva, visto che
ormai, quasi atterrite dallo spettacolo a cui avevano assistito, anche
le nubi era-no fuggite, lasciando al sole l'illusorio trionfo di
mettere in scena la spettacolare tragedia della propria quotidiana
morte.
Quella semisfera rossa riempiva della propria immagine lo specchietto
retrovisore, esitando sul declinare dell'orizzonte, come fa il
moribondo nell'atto di esalare il suo ultimo respiro e, infine,
eccolo! Dolce e soave come un respiro, non tragico come un rantolo,
pronto ad entrare nel cuo-re di ogni affranto mortale, partiva un
ultimo raggio verde. Estrema trac-cia di luce, ultimo anelito di vita
prima del buio che avvolge e conserva... ed è subito sera!
Parte 2
a serratura ad aprire la portiera e quel cancello, barriera reale e
irreale di vuoti e consistenze a separarlo da ciò che nella sua mente
usurpava il termine casa.
La fissò, ci aveva trascorsi lunghi anni di un lontano passato e ora,
in quello squarcio di presente, vi era ritornato, ma era divenuta come
una madre in realtà matrigna e, per questo, scoperta non solo
adottiva, ma ladra d'affetti altrui. Aveva l'impressione di essere
stato trafugato alla sua reale madre, ai suoi veri affetti e, così,
quella non era più casa, ma semplice insieme di malta e mattoni. Era
una congrega di tegole pronte a dare rifugio dagli agenti climatici e
null'altro. Lo stesso impianto termi-co, seppur messo al massimo, non
riusciva a scaldarlo. Arrossava e arro-stiva l'epidermide, senza
tuttavia penetrare nel cuore.
Nella stanza da letto l'inquietante certezza di trovare, in tutta la
sua casta nudità, Solitudine. Pronta e disponibile per una nuova notte
insonne d'amore in cui condividere la loro insana passione, un
sentimento che ormai li bruciava e li divorava.
Con la sicurezza di rinnovare tale incontro, Eros salì al piano
superiore, si spogliò lentamente di tutti i suoi affanni, fissando le
curve sensuali di quella sua strana compagna, mentre lei, santa e
puttana, gli sorrideva ammiccante.
Uscì dalla stanza per andare al computer e controllarsi la posta.
Decine di messaggi, perlopiù minacciosi e anonimi portatori di stupidi
virus, quasi un infinito nero di cielo notturno interrotto qui e là da
alcune palli-de stelle. Le poche sopravvissute all'olocausto
dell'inquinamento lumi-noso di ogni città.
Nessuna dava risposta a quel suo affannoso cercare un non luogo.
Vole-va non avere ricordi, estinguere ogni forma di passato, cosicché
nemme-no il presente esistesse, ma quel posto forse non c'era!
Come il cielo notturno da lungo tempo ormai aveva perso la via lattea,
anche lui aveva perso le tracce del suo personale percorso di vita.
Spense il computer emettendo un profondo sospiro carico di tutto e di
niente, quindi fu colto da un pensiero. Era un'idea covata a lungo.
Era il concetto stesso del doppio tradimento, dell'amica di un'unica
notte.
Era sfogare l'amore da dare represso, era dire le parole mai dette,
dare i baci rimasti soltanto intenzione. Era dedicare le attenzioni
del vero sog-getto a un oggetto che non fosse Solitudine e che,
altrettanto certamente, non era la persona a cui in realtà, almeno
nelle sue intenzioni, sarebbero stati destinati.
Dentro di lui c'era ancora vivida l'immagine di Amore, ma Amore non
c'era più, fuggita, scomparsa, lasciata oppure morta. Cos'era
successo? Non ricordava!
Aveva talmente voluto dimenticare, che alla fine aveva dimenticato?
No! Più semplicemente la realtà s'era confusa con l'illusione, le
certezze con i sospetti, le bugie con le mezze verità. Il ricordo era
una foto sfuo-cata del suo passato, ma così, ridotta a un insieme
indecifrabile di colori, non era più nemmeno ricordo, era percezione
illusoria di ciò che era sta-to. Era verità caduta e ridotta a
frammenti di cui ognuno s'era impadro-nito di un frammento e lo
esibiva gridando a gran voce:
- Io conosco la verità -
Era impossibile rimettere insieme quei frammenti, sia perché il puzzle
era indecifrabile, sia perché non cera collante in grado di unire i
pezzi di quel inestricabile mosaico.
Eros guardò il muro, vedendoci riflessa l'immagine che lui aveva di se
stesso. Non si piaceva!
Estrasse il portafoglio e da questo un foglietto di carta. Su cui
lesse per tre volte un nome improbabile e numero di cellulare anonimo.
Infine si decise a chiamare.
Pose il ricevitore all'orecchio, attendendo gli eventi. Ogni squillo
dall'altro capo pareva urlargli, fino a quasi imporgli:
- Chiudi la comunicazione, sei ancora in tempo! -
Eros resistente fino al fatidico:
- Pronto?! -
Pronunciato da un'anonima voce femminile.
Esordì con un'interiezione educata e galante, pronunciò un nome
proba-bilmente di fantasia (Psike... o forse vero?) con tono
interrogativo, otte-nendone una risposta affermativa.
Guardò il foglietto e ripeté meccanicamente le parole magiche che
a-vrebbero aperto quel fantomatico scrigno incantato.
Ci fu imbarazzo e dall'altro capo intuirono che si trattava di una
prima volta. Fu così che le parole da questo capo del telefono si
tramutarono in silenzi o in semplici monosillabi affermativi e
negativi (o avversativi e condizionali), fino a quando la sua mano
corse alla ricerca di una penna, per scrivere in rapida successione
sul medesimo pezzo di carta: il nome di una città, un indirizzo e un
orario.
L'indomani avrebbe finalmente tradito Solitudine, l'indomani avrebbe
comprato l'illusione di essere nuovamente assieme ad Amore.
Incredibilmente e assurdamente avrebbe vissuto l'irrealizzabile
miraggio di riavere Amore, tradendola per la prima volta. Avrebbe
sostituito al ri-cordo di quel corpo, che per ultimo l'aveva accolto,
la realtà di un altro corpo, questa volta anonimo, ottenuto dietro
compenso. L'idea lo avvilì, togliendogli d'improvviso l'appetito.
Entrò in camera da letto, fissando quel letto che Solitudine rendeva
an-cor più grande e ancor più vuoto. I muri, l'arredamento, i mille
piccoli oggetti e, ancor di più, cose ancora celate dentro i cassetti
mantenevano viva e presente Amore. Ogni singolo gesto compiuto in
quella stanza in sua compagnia ne richiamava il nome e la memoria.
L'aria stessa che re-spirava tra quelle quattro pareti, racchiuse da
un pavimento e da un sof-fitto, puzzavano e al tempo stesso
profumavano di lei.
Un soffitto che non era viola. Delle pareti che non erano alberi e lei
che non era lì con lui. Non c'era nelle sue orecchie il suono
melodioso di Gino Paoli, ma lo straziante gridare di Riccardo
Cocciante, quel "Quando finisce un amore" che in quei giorni sentiva
tanto suo.
Eros guardò negli occhi Solitudine. La odiava per quanto la trovava
bel-la e per quanto, in un qualche modo, avesse sostituito in lui
Amore, pur sapendo che Solitudine nulla aveva a che spartire con
Amore. Una era viva e reale e, probabilmente, come lui stava
struggendosi del male di vivere. L'altra era inconsistente ed era il
male di vivere di cui si nutriva. Tuttavia ormai detestava anche
Amore, la odiava per il male che gli ave-va fatto o che semplicemente
gli aveva restituito. La voleva disperata-mente e, altrettanto
disperatamente, avrebbe voluto, potendolo, distrug-gerla e
dimenticare.
C'erano interi pezzi di lui che gli mancavano, perché erano rimasti in
lei... e c'erano altrettanti pezzi di lei sparsi dentro di lui a
fargliela senti-re ancora più assente.
Per una notte, ancora, sarebbe stato di quell'ombra che lo
perseguitava e che lui tanto cercava. Non avrebbe dormito. Avrebbe
passato quelle lun-ghe ore in compagnia di quel fantasma, a farsi
succhiare ogni energia psichica e fisica fosse stata ancora in suo
possesso. Solitudine l'avrebbe bevuto di un solo sorso, come fanno gli
assetati, quando nel deserto tro-vano finalmente l'acqua.
Come al solito avrebbe cominciato con un rapporto orale, fissandolo
ne-gli occhi e riempiendolo di quello sguardo complice fatto di strano
pia-cere che si riceve nel dare piacere. Poi, al culmine della propria
eccita-zione, l'avrebbe cavalcato, godendo dell'erezione che aveva
imposto con la "forza" a quel membro che non la desiderava. Ci avrebbe
danzato sopra, muovendosi al solo ritmo del proprio piacere; divenendo
la solita egoista compagna di un'altra notte, pronta solo a prendere e
a nulla dare o concedere. Lo avrebbe semplicemente usato e svuotato,
perché ogni notte Solitudine faceva così con Eros, lasciandolo
eternamente sospeso, eternamente sulla soglia di un orgasmo tenuto
prigioniero in gola e mai liberato.
Avrebbe affogato ciò che restava di quell'uomo nei propri ansimi e
rantolii, esibendo oscenamente tanto il suo splendido corpo, quanto
ogni stilla di piacere che lei stava ricevendo. Sbattendo in modo
provocatorio in faccia a Eros quel prolungato momento di climaterio,
tipicamente femminile, a fronte dell'inesorabile assenza d'apice
finale, tipicamente maschile.
Nonostante tutto, lui quella notte sorrise. L'avrebbe finalmente
tradita e con lei avrebbe finalmente tradito anche Amore, si sarebbe
concesso un momento illusorio tutto per sé, avrebbe pagato e quei
trenta denari gli avrebbero ripulito l'anima di ogni responsabilità
futura, di dover richia-mare, di dover ripetere frasi vere percepite
in futuro di astio come false. Non avrebbe avuto nessun obbligo di
dare amore, di donare se stesso a qualcuna che poi si sarebbe
semplicemente sentita un buco, umiliando e frustrando così ogni suo
più profondo e vero sentimento.
Avrebbe comprato un miracolo, perché il cielo quel miracolo ormai non
glielo accordava più. Perché Amore non viveva più il ripetersi di uno
strano miracolo che di due fa una cosa sola, lei ormai percepiva solo
un semplice svuotare di palle e questo pur sapendo di mentire a se
stessa, perché dentro al suo cuore era pienamente conscia di questa
falsità; ma ormai lei viveva con Sosia, ci trascorreva i giorni e le
notti, seppure So-sia non fosse Eros, seppure detestasse Sosia così
differente dall'Eros che aveva conosciuto e ancora amava.
In realtà Amore detestava forse, inconsciamente, se stessa, perché era
stata lei a trasformare Eros in Sosia, perché Sosia aveva già avuto
l'aspetto di altri nomi a lei cari, perché qualcosa in lei era
attratta da So-sia e dal male che Sosia le arrecava, quasi volesse
punire se stessa per le debolezze umane che, come tutti, anche lei
aveva.
La sveglia, inesorabile, ripeteva il suo ticchettio, scandendo il
passare del tempo e annunciando l'arrivo del nuovo giorno. Il domani
imminente, l'ormai oggi al presente, avrebbe concesso a Eros una notte
a sorpre-sa!
Un frammento di paradiso intento a gridare e urlare che esisteva
ancora qualcosa di diverso dall'eterno dolore o dello stridere di
denti tra la per-duta gente.
Era oggi, era l'alba quando Eros chiuse finalmente gli occhi per
conce-dersi una parvenza di meritato riposo, ma il sonno è degli
onesti e lui era stato molto disonesto con se stesso negli ultimi
anni.
Parte 3
Quella mattina Eros si svegliò di un insolito buon umore. Le fessure
del-le serrande facevano intravedere una giornata di sole. Il
cinguettio degli uccelli era un'indiretta assicurazione che il cattivo
tempo del giorno prima fosse solo un ricordo.
Fece salire lungo il rotolante la saracinesca, riportando alla mente
le fat-tezze della persona che, di lì a poco, lui sarebbe andato a
trovare: giova-ne, fisico perfetto, un'aria gioviale e dinamica, ma
soprattutto: la fre-schezza della primavera della vita,
quell'apparente stato di libertà dai problemi legato all'ingenuità e
al sentirsi eterni.
Una colazione abbondante fu seguita dal rito del bagno. Le funzioni
cor-porali, la barba da radere, i denti da lavare e tutta l'igiene e
la cura della persona che, ultimamente, aveva un po' trascurato, segno
evidente di quel malessere che lo attanagliava e lo portava a
detestarsi.
Non gli piaceva l'idea di quello che sarebbe andato a fare, ma sapeva
che poteva essere l'unico modo per rompere quella situazione di stallo
in cui ormai era precipitato.
Amore non sarebbe tornata da lui. Per lui sarebbe stato vano cercare e
pensare in maniera ossessiva ad Amore. Questa era una situazione da
ac-cettare con cristiana rassegnazione, eventualmente limitando al
minimo i danni collaterali. Quel giorno avrebbe raccolto le cose di
Amore rimaste in quella casa e, quando sarebbe andato a ritirare le
sue cose, avrebbe re-stituito le altrui.
Forse, un giorno, lui e Amore sarebbero ritornati a parlarsi
serenamente, a ritrovare l'amicizia che è solida fondamenta d'ogni
rapporto umano. Forse avrebbero riscoperto la complicità di pensieri
segreti scambiati e condivisi. Forse avrebbero riscoperto la gioia di
fare sesso in ogni mo-mento della giornata. Forse avrebbero finito per
sentirsi una cosa sola... forse... forse.
Tutto questo sarebbe stato affidato all'ineluttabilità degli eventi,
un so-gno infilato in una bottiglia e affidato alle malevoli o benigne
correnti del mare.
Oggi era un nuovo giorno di un nuovo anno. Oggi avrebbe caratterizzato
la sua vita di un nuovo evento, deciso e voluto per rompere quegli
sche-mi mentali che fino ad oggi lo avevano identificato e
contraddistinto.
Nessun coinvolgimento emotivo. Ipocrisia allo stato puro, vera,
lampan-te e manifesta. Un contratto concordato, letto e sottoscritto
in due.
Fissò allo specchio l'accenno di capelli bianchi che qui e là
compariva sulla sua chioma, osservò i depositi di grasso sul giro vita
e, per un istan-te, rifletté sulla differenza di età e stato di forma
tra lui e la persona che andava a incontrare.
Abbassò lo sguardo sul lavandino e lo rialzò allo specchio e, per un
istante, si vide ringiovanito. Tutti i suoi capelli scuri, un viso
sgombro dalle pieghe del tempo, la pelle fresca e tirata, i capelli
lunghi, scuri e fluenti, ma la cosa che gli rimase impressa furono
vedere i propri occhi che gli sorridevano. Già sorridevano come da
lungo tempo non accadeva più. Possedevano quell'aurea d'ingenuità e
spensieratezza che aveva in-travisto nelle immagini della persona che
avrebbe, di lì a poco, incontra-to.
Eros corrugò la fronte, concentrandosi su alcuni basilari pensieri,
quindi prese la decisione di partire quella mattina stessa, arrivando
così in anti-cipo sull'orario previsto. Avrebbe prima preso l'autobus
e poi il treno. Tutto sarebbe stato anonimo. L'auto sarebbe rimasta in
garage e i suoi quattro soliti compagni di viaggio sarebbero rimasti
chiusi dentro il ga-rage, insieme a essa.
Tornò in camera da letto. Di Solitudine nessuna traccia, chissà dove
era? Andata via per sempre? Forse-- magari!
Eros fissò il comodino, c'era il preventivo dell'auto nuova-- cambiare
tutto, perché non cambiasse nulla! Disfarsi dei ricordi. Rinnovare il
pro-prio guardaroba e il proprio aspetto per avere l'illusione di
essere un al-tro uomo. Così, nascosto dietro quella maschera,
Angoscia, Frustrazio-ne, Dolore, Depressione e persino Solitudine non
lo avrebbero più rico-nosciuto. L'avrebbero incontrato per strada
scambiandolo per qualcun altro, trovando il suo aspetto familiare, ma
al contempo sconosciuto.
Tuttavia dietro quella maschera ci sarebbe stato sempre lo stesso uomo
e lui, in fin dei conti, lo avrebbe saputo, quindi era impossibile
fuggire da se stesso e da tutte le scelte sbagliate che aveva fatto
nella vita.
Si sentiva un imbecille, anzi era certo di essere stato un idiota in
tutta la sua vita. Aveva vissuto a modo suo, sbagliando e pagando
sempre in prima persona, ma tutto questo non lo aveva reso né fiero,
né orgoglioso, ma solamente infelice.
Aveva voluto rompere gli schemi e ne era uscito con le ossa rotte. Non
solo aveva perso la sua personale sfida, ma, allontanatosi dai suoi
ferrei principi, per la prima volta nella sua vita, era pieno di
rimorsi, rimpianti e rancori.
Non solo era stato sconfitto, ma anche umiliato e privato dell'onore
delle armi.
Questa volta aveva intrapreso un viaggio in cui, inaspettatamente, non
solo s'era perso, ma aveva persino smarrito nella sua memoria il
mo-mento e il luogo in cui quella deviazione dal percorso previsto era
acca-duta, cosicché ora non era nemmeno in grado di tornare indietro e
ri-prendere il giusto cammino. Tutto intorno a lui appariva, quindi,
sbagliato. Non sapeva dov'era, non sapeva tornare indietro, non sapeva
dove andare e anche rimanere immobile non serviva a nulla.
Una flebile e incerta voce dentro di lui ripeteva impaurita:
- Cosa ne sarà di me? -
Un'altra arrogante, sprezzante e ansiosa d'incontrare al più presto la
fine d'ogni cammino tramite l'autodistruzione rispondeva:
- Francamente, me ne infischio! -
Eros tiro un lungo e profondo sospiro:
- Oggi è un altro giorno, Eros! -
Già oggi e non domani, il Rubicone stava per essere attraversato e il
suo personale dado (truccato) lanciato per trarne un risultato
scontato.
Si rimirò allo specchio ed ebbe la strana impressione di essere
agghinda-to più per un appuntamento d'affari che per un incontro
galante, poi con-siderò amaramente che, in effetti, andava a
concludere una semplice transazione economica, per cui l'abbigliamento
prescelto era effettiva-mente non solo adatto, ma consono
all'occasione.
A quarant'anni andava a puttane! Era tutto un po' stano, ma anche il
pe-riodo che stava vivendo era strano, dunque! Nella sua vita sesso e
pas-sione erano sempre stati strettamente legati, come lo erano sempre
stati ragione e sentimento.
- Un nuovo millennio, per una vita da interista! -
Esclamò, con autocommiserazione, aspettando di vincere qualcosa,
in-travedendo la vittoria, perdendo tutto nei minuti finali. Così
abituato alla sconfitta da diventare non solo incapace di credere
nella vittoria, anche quando l'aveva a portata di mano, ma di
esaltarsi di fronte a una presta-zione fuori casa maiuscola, umiliando
una grande o, meglio, una rivale storica.
Si vedeva da solo al comando, fermo davanti al traguardo e incerto a
va-licare quell'invisibile soglia, perché uno come lui non poteva
vincere. Lì immobile fino all'arrivo degli altri, fino a osservare
qualcun altro attra-versare e rompere il nastro che separava quella
gara dal suo atto conclu-sivo, quindi solo allora muoversi, perché
solo allora tutto poteva acqui-stare quel tono surreale e irrisorio
dell'attesa infinita a qui s'era abituato.
Questa volta sarebbe stato diverso! Non doveva attendere nessun
rivale. Non c'era l'antagonista. Anche l'arbitro sarebbe stato dalla
sua parte. La sua immagine a colori da nero-azzurro si sarebbe stinta
in quella retrò del bianco e nero, colori di successo! Di chi vince
perché predestinato, di chi non prende un palo per vedere uscire il
pallone, ma incappa in una fortuita deviazione o gli viene concesso,
con eccessiva benevolenza, un rigore inesistente.
Quell'arbitro che di cognome fa Fortuna, che ai figli degli dei arride
e che agli altri irride. A lui e solo a lui, oggi, quel giudice di
gara avrebbe strizzato benevolo l'occhio.
Per un giorno si sarebbe comprato tutto questo. Non avrebbe aspettato
Godot, ma lui sarebbe andato direttamente da Godot.
Parte 4
Uscì da casa accorgendosi di essersi vestito in maniera troppo
leggera. Il tempo stava cambiando e, in ogni caso, l'evolvere dello
stesso sarebbe stato incerto. I metereologi avevano usato il termine
"variabile", una pa-rola pregna di differenti e mutabili significati.
Il giubbotto era rimasto in macchina la sera prima. Fissò la porta del
ga-rage con timore. Se l'avesse aperta ne sarebbe potuto uscire di
tutto, per-ché lì, insieme alla sua auto, c'erano ancora quattro
figuri che lui non aveva alcun'intenzione d'incontrare. Si sentiva don
Abbondio alla vista dei bravi e ne dimostrò lo stesso coraggio,
allontanandosi da quella por-ta, quasi fosse quella dell'inferno.
Si recò al vicino bar ad acquistare il biglietto dell'autobus,
dribblando le domande personali e accogliendo di buon animo la
benevolenza che tutti sembravano dimostrare nei sui confronti.
L'attesa del mezzo pubblico fu ben più lunga del previsto, come sempre
accade, e, come tutte le attese, lasciava spazio ai propri pensieri,
cosa che non lo rendeva particolarmente felice.
- Avrei dovuto prendermi qualcosa da leggere! -
Esclamò furente con se stesso e, in effetti, qualcosa che gli
distraesse la mente gli ci sarebbe stato utile. Una strana angoscia lo
stava pervadendo. Quasi come quando il gelo dell'asfalto, attraverso
le suole, raggiunge la pianta del piede e poi, gradualmente, risale
dalle caviglie alle ginocchia e sempre più su, fino a far rabbrividire
l'intero corpo.
Lui era sempre stato un uomo fedele e anche adesso, che con Amore era
tutto finito, gli pareva di tradirla. In effetti non potevano essere
quelle ultime parole amare che lei aveva pronunciato a decretare la
fine di un rapporto. Non poteva certo Amore sapere quando in lui fosse
nata la pas-sione e se poi quel sentimento fosse morto o meno. Lui e
Amore negli ultimi tempi avevano avuto una visione distorta della
realtà, avevano sa-puto vedere solo i propri interessi e le altrui
contrarietà. Si erano posti, ognuno di fronte a un differente specchio
deformante, gridando ognuno a se stesso la propria verità. A dire il
vero Eros aveva tenuto tutto questo per sé, conscio di non riuscire a
uscire da una spirale deviante e, per quanto gli era stato concesso,
aveva saggiamente evitato di parlar male o straparlare con gli altri
di Amore, difendendola e giustificandola con la frase: a volte le
persone si possono perdere, bisogna saperle aspettare e perdonare.
Conosceva fin troppo bene quello squallido gioco delle parti, fatto
d'abbiette miserie, insito in ogni "eutanasia" di un rapporto. La sua
cul-tura tecnica l'aveva educato ad addossarsi tutte le colpe, perché
(e in quest'affermazione ci credeva) ognuno fa le scelte da sé, senza
nessuna pistola puntata alla testa!
Nella vita si fanno le proprie scommesse, a volte si vince, altre
volte si perde e lui, da buon interista, le sue scommesse le aveva
perse sempre tutte.
Qualcosa di perduto all'ultimo momento, qualcosa di preso ormai in
ri-tardo.
Era salito all'interno dell'autobus e non se n'era nemmeno accorto,
fissò il paesaggio per ricevere un'indiretta conferma che l'autobus
fosse quel-lo giusto, che non stesse andando in una direzione
differente da quella voluta e prevista.
Fortunatamente non era così. Fortunatamente, pensò tra sé e sé. Gli
suo-nava bene quel: "fortunatamente". Era un presagio, un simbolo, un
se-gno che qualcosa potesse cambiare o stesse cambiando.
- In hoc signus vices! -
Controllò il biglietto. Era obliterato. La cosa lo rasserenò da una
parte e lo sconcertò dall'altra. Erano completamente scomparsi i
ricordi degli eventi recenti. Quand'è che era arrivato l'autobus, ma
c'era salito, aveva obliterato? Tutto era accaduto in maniera
automatica, vittima inconsape-vole di una qualche forma di tranche.
Rapito dai propri pensieri alla fermata e restituito lì, su quel
sedile dell'autobus.
Si guardò intorno, per vedere i volti dei suoi improvvisati compagni
di viaggio.
Un paio di signore anziane. Un uomo che andava anche quel sabato a
la-vorare. Una coppia intenta in effusioni. Quella vista gli accarezzo
per un attimo il cuore. Per una volta non gli provocava angoscia,
frustrazione dolore e depressione... ma, a proposito, quei suoi
"soliti" compagni di viaggio?
Si alzò in piedi, destando la curiosità degli altri. Guardò avanti,
dietro, a destra e a sinistra... non c'erano, ma certo, erano rimasti
chiusi dentro al garage!
L'autobus arrivò davanti al piazzale della stazione, Eros scese per
ulti-mo. Salutò cordialmente l'autista, che parve gradire la cosa.
Quindi, con il solito sospiro, si diresse verso la biglietteria della
stazione.
- Un biglietto andata e ritorno per il regionale! -
Esclamò.
- Per dove? -
Gli fu chiesto. Rimase un attimo inebetito, rapito nuovamente dai
propri pensieri, colpito dall'immagine della sua mano che s'accingeva
a scrive-re in blu su bianco le lettere di quel paese, anzi di quella
città.
- Per dove? -
Gli fu ripetuto con tono meno cortese. Eros sorrise, si scusò e diede
la risposta, ringraziando il bigliettaio e accomiatandosi con un:
- Buona giornata! -
La banchina ferroviaria era affollata, ma quella era una situazione
croni-ca delle stazioni ferroviarie. Gente che arriva, gente che va,
bagagli in transito, operatori interni e altro ancora. Baci di chi si
rivede dopo molto tempo, lacrime di addii più o meno lunghi.
Una riflessione amara lo assalì. Oggi avrebbe pagato tutto, ma non
a-vrebbe comprato i baci, quelli erano una merce che anche certe
"signori-ne" non vendevano volentieri. Oggi gli sarebbe stato
accordato quasi tut-to, ma quello no!
Eros emise un altro sospiro.
Sapeva che sarebbe stata la svolta, ma non sarebbe stata la via.
Avrebbe attraversato semplicemente la soglia, la porta che l'avrebbe
condotto fuori da quel lungo corridoio in cui s'era cacciato, per
entrare in una stanza o, più semplicemente, uscire da quel corridoio.
Parte 5
Il treno, rapidamente, portò Eros in un'altra stazione, simile in
molti tratti a quella da cui era partita, pur rimanendo nel
complessivo dissimi-le.
Il finestrino del vagone in cui aveva viaggiato gli aveva evidenziato
il mutare del tempo, sia in termini cronologici, sia metereologici. Il
cielo s'era sempre più adombrato, quindi una strana luce gialla aveva
velato tutto il paesaggio, quasi si trattasse di un'immagine virata
seppia.
Qualcuno nel vagone aveva esclamato:
- Tempo da neve! -
Qualcun altro aveva emesso un gioioso e infantile gridolino di gioia
nel intravedere i primi fiocchi scendere lievi, lievi.
I pochi e radi fiocchi s'erano trasformati in numerosi veri e propri
fran-cobolli di ghiaccio e l'iniziale grigiore delle strade iniziava a
ricoprirsi di un bianco e splendente manto di neve.
Eros rimase colpito da quella visione inaspettata di candore, era una
vi-sione traslata della sua infanzia, di quando i grandi valori
dell'utopia umana lo riempivano e lo impregnavano.
Come non avrebbe saputo dire quando era salito sull'autobus e quando
aveva obliterato il biglietto, altrettanto gli stava accadendo per la
perdita della sua ingenuità.
Quando il suo personale Peter Pan aveva dato il primo bacio vero?
Rimase a fissare il piazzale della stazione imbiancato dalla prima
neve, quindi l'altrettanto candido foglio bianco nella sua mano
vergato da dei segni blu.
Chiamò con un cenno un taxi e si fece portare all'indirizzo che in
quel pezzo di carta aveva annotato.
Dentro il taxi ricompose il numero di telefono della sera prima.
Avrebbe potuto richiamarlo automaticamente, ma preferì ricomporlo
cifra per ci-fra, quasi ad avere il tempo di ripetersi nella mente il
discorso che s'era, poco prima, preparato.
Attese che al suono degli squilli si sostituisse una voce, quindi
esordì con un caloroso salve e l'identificazione, tramite il proprio
nome e co-gnome, di chi era il chiamante.
- Non la disturbo, vero? Non è che fosse impegnata? Ecco, io, insomma
pensavo che anche lei mangerà, come tutti noi e ecco, io... pensavo se
avrebbe piacere di pranzare insieme. Sono con un taxi sotto casa sua,
la possiamo attendere, se si deve preparare. -
Un attimo di silenzio pervase il marciapiede, poi, come suono
indecifra-bile per l'autista, arrivò la risposta. Dal sorriso di Eros
era presumibile si trattasse di una forma, più o meno estesa o
complessa, di sì.
Dopo qualche decina di minuti il portone, davanti al quale s'era
fermato il taxi, s'aprì, ne uscì una ragazza giovane e carina,
abbigliata in maniera molto elegante e sobria, nulla a che vedere con
le foto notevolmente e-splicite che ne caratterizzavano invece la
reale attività.
Quanto fosse giovane lo dimostrò la frase molto diretta e informale
d'esordio:
- Ciao Eros, dunque ci conosciamo! Io sono Psike. -
La reazione di sorridere gli venne istintiva, si sentiva neve al primo
sole di primavera, sciolto da quell'intenso calore pregno d'incipienti
novità.
- Allora, dimmi Eros dove andiamo? -
La sua faccia si corrugò in un'espressione perplessa, aveva un paio di
ri-storanti, ma erano luoghi del passato, quindi ricordi da evitare
accurata-mente in quel giorno.
- Facciamo così, io offro e tu guidi! Decidi dove andare, dopotutto
sei tu la "padrona di casa". -
La ragazza disse il nome di un ristorante all'autista e questo partì
senza chiedere ulteriori informazioni.
Eros si sentiva un po' a disagio, mentre la ragazza era molto
tranquilla e padrona della situazione.
- Prima volta, vero? Non ti va di parlami un po' di te, di cosa fai...
-
Era troppo nervoso e la cosa traspariva con evidenza, quindi tirò
l'ennesimo sospiro ed esordì:
- Cosa ti posso dire, lavoro in un'azienda metalmeccanica, niente
d'e-mozionante quindi, tra l'altro semplice impiegato, sempre chiuso
in ufficio, ore e ore immerso nelle carte! -
- Interessante! Non hai inflessioni dialettali, non sembri di qui...
m'incuriosirebbe sapere dove sei nato? -
- Veramente sono di queste parti, ma sono stato molto in giro, per cui
ho perso l'accento. A dire il vero sono rientrato da poco... -
- Rientrato da poco?! Perché? -
- Perché? Perché mi ero trasferito dopo aver conosciuto mia moglie e
poi... e poi è una lunga e penosa storia che mi ha riportato bene o
male qui. -
- Lo dici come se non fossi felice di essere tornato o, meglio
partito! -
- Veramente non sono felice e basta... -
- Se parlarne ti da fastidio, possiamo parlare di altro! -
Era molto dolce e attenta, forse una dote di psicologia elementare che
la "professione" le aveva bene o male insegnato, dopotutto erano
uomini in "difficoltà" che ricorrevano a "professioniste" di quel
genere.
- In effetti, preferirei... -
- Allora se vuoi parliamo di calcio, io sono tifosa della Juventus! -
- Io invece dell'Inter... -
Lui si schernì e lei sorrise imbarazzata.
- Allora non so se è il caso di parlare anche di calcio! -
Nacque spontanea una risata.
Da quanto era che non rideva? Eros non sapeva dare una risposta a
que-sta semplice domanda, era da molto che non rideva e, forse, era da
molto che nemmeno sorrideva!
Quella risata ebbe un effetto catartico, lui distese i nervi e lei
riuscì fi-nalmente a instradarlo in una serie di argomenti piuttosto
neutrali, del ti-po: non ci sono più le mezze stagioni o sul giornale
ho letto di un tale...
Come s'era ritrovato seduto in un autobus senza ricordarsi quando vi
fosse salito, ora era seduto a un tavolo di un imprecisato ristorante,
senza sapere quando vi fosse entrato o chi dei due avesse pagato il
taxi!
Parlarono, mangiarono e bevvero. Lui ormai era un fiume in piena, era
come una diga che aveva fermato per mesi lo scorrere di un fiume e
che, improvvisamente, si fosse aperta per svuotare il bacino che con
il tempo s'era formato.
Lei era simpatica, affabile e particolarmente arguta.
Dimostrava un'intelligenza sveglia, decisamente fuori dal comune, e
de-stava la curiosità di sapere perché una ragazza tanto dotata e
attraente avesse deciso di esercitare la "professione".
Il pranzo finì e, di comune accordo, decisero di recarsi in un albergo
lì vicino, avrebbero trascorso un po' di tempo insieme, sarebbero
usciti per andare al cinema e poi sarebbero tornati in albergo per
trascorrere il re-sto della serata insieme.
Eros si sentiva molto a suo agio, sicuro di quel: ho pagato l'arbitro,
quindi non posso perdere.
Parte 6
Sbrigate le formalità di portineria, salirono fino alla loro stanza.
Eros si sedette sul divano e lei si accomodò sulle sue gambe. Lui
cominciò ad accarezzarla dolcemente, mentre i loro discorsi fluivano
veloci e le paro-le uscivano facili.
Lei non sembrava annoiata, ma era anche possibile che fingesse
sempli-cemente d'essere interessata a quei discorsi, dopotutto era
pagata anche per ascoltare.
Le carezze di Eros erano dolci e, per nulla, esplicitamente oscene.
Acca-rezzava la schiena della ragazza, i capelli e, con il dorso delle
dita, i li-neamenti di quel volto così giovane, fresco e perfetto.
La situazione fu interrotta da un imprevista frase di lei.
- Un momento "tesoro", devo andare al bagno... -
A cui seguì un tenero bacio a fior di labbra che lo lasciò
letteralmente basito per quanto era risultato, almeno in quel
contesto, del tutto inaspet-tato.
Era ancora intento a ripensare a quel bacio, così dolce e tenero,
quando lei tornò, riaccoccolandosi morbida sulle sue ginocchia.
Lui l'accolse dolcemente tra le sue braccia. Il atto di affetto, poco
prima ricevuto, l'aveva incoraggiato a proseguire nelle sue effusioni.
Prima dei baci sul collo, poi sulle guance. Il tutto a occhi chiusi,
lasciando che da dentro uscisse tutta la dolcezza repressa in mesi di
solitudine e sofferen-za interiore.
Era come fosse ritornato ai primi tempi con Amore, si sentiva leggero
e spensierato, libero di essere e di dare.
Si sollevò dal divano tenendola in braccio e riponendola con estrema
cautela e dolcezza sul letto.
Fu in quel momento che rimase nuovamente stupito da un ulteriore bacio
sulle labbra ricevuto e non dato. Un atto d'affetto insistito e
accompa-gnato dall'altrettanto inaspettata visita di una giocosa e
divertita lingua.
Prese quel bacio per poi restituirlo e quindi riprenderlo nuovamente e
re-stituirlo ancora.
Lei lo fissò negli occhi molto dolcemente, sorridendo:
- Baci bene! -
S'era immaginato qualcosa di freddo, un rapporto puramente
commer-ciale in cui il semplice e banale compito di lei sarebbe stato
allargare le gambe e quello di lui stantuffare, un po' quello che era
stati gli ultimi ri-cordi dei rapporto avuti con Amore, invece la cosa
sembrava molto più complessa e, apparentemente, reale.
"Dopotutto è la prima volta e uno mica si può immaginare com'è!" Pensò
tra sé e sé.
Lentamente e d'istinto cominciò a spogliarla, lei fece lo stesso con
lui. Le sue mani frementi cercavano sempre più cose proibite e anche
lei cercava con una certa ansia il riscontro del desiderio di Eros
espresso dallo stato della sua virilità.
Percorsero uno il corpo dell'altra dedicandosi carezze e baci.
Cercando con la lingua anfratti in cui quel lavorio desse piacere.
Si cercarono e si negarono ripetutamente, aumentando così la tensione
dovuta al desiderio e, infine, alla richiesta quasi implorante di lei,
ci fu l'atto definitivo della penetrazione che in qualche modo
chiudeva quei lunghi preliminari.
Il cuore di Eros batteva a mille e a stento trattenne l'eiaculazione
imme-diata, stimolata dalla sola emozione di essere accolto dentro di
lei.
Rimase immobile e a occhi chiusi, intento a percepire il rumore dei
loro affannosi respiri e l'aderenza dei tessuti interni di lei attorno
a quella sua virile invasione; nel frattempo, le gambe della ragazza
gli cingevano la vita in un accenno, quasi impercettibili, di
dondolio.
Per timore di perdere lo stato d'eccitazione, comincio a muoversi
lenta-mente, alternando il ritmo e variando leggermente le modalità di
pene-trazione.
La sentiva gemere e vibrare e, anche se sapeva che era tutto falso,
che era solo una messa in scena, non gliene importava nulla, perché
questo era ciò per cui aveva pagato.
Aveva voluto comprare un sogno.
Nonostante tutto, avvertiva una particolare gioia toccargli il cuore,
per-ché quello era, seppur lontana imitazione, ciò che aveva perduto,
ciò che lui e Amore avevano dissipato e distrutto, rendendo un
dentifricio schiacciato in maniera errata, una tavoletta del cesso
lasciata alzata e al-tre infami banalità motivi di quotidiana
aggressione e lite.
Le posizioni cambiarono diverse volte, in un'esibizione di tutte le
prin-cipali modalità d'accoppiamento secondo natura.
Eros ebbe più volte l'impressione che i tessuti di lei avessero delle
con-trazioni improvvise, degli spasmi seguiti da aumento inatteso
della lubri-ficazione. Questo lo sconvolse, non avrebbe mai pensato a
una profes-sionalità così elevata, alla capacità di simulare così
bene.
Erano soldi ben spesi! All'inizio gli era sembrata una cifra troppo
eleva-ta, ma adesso riteneva che erano anche troppo poco per quello
che stava ricevendo in cambio.
Avrebbe potuto avere tutto ciò ogni volta che l'avrebbe desiderato,
gli sarebbe bastato avvertire per tempo e... pagare.
A conti fatti molto meno che mantenere una moglie!
Furono interrotti dal cellulare di Eros che era stato impostato come
sve-glia per riportarli alla realtà del tempo fuggevole. C'era il
cinema in pro-gramma. Si lavarono, si rivestirono e a Eros nemmeno per
un momento passò per la testa che non aveva nemmeno raggiunto
l'orgasmo, che lo stato di eccitazione lo aveva portato sin lì, senza
però raggiungere lo sta-to ultimo dell'eccitazione. Nonostante ciò si
sentiva pieno, non aveva la sensazione che qualcosa gli fosse venuto
meno.
Uscirono dall'albergo per mano e, nel taxi, si tennero per mano; come,
tenendosi per mano, guardarono il film al cinema; quindi andarono al
ri-storante a cenare e qui parlarono, parlarono ininterrottamente
dall'inizio alla fine del desinare. Il tutto tenendosi per mano,
intrecciando le dita, ridendo e scambiandosi sguardi complici. Infine
tornarono in albergo.
Parte 7
Quando Eros uscì dal bagno non trovò Psike ad attenderlo sul letto,
co-me avrebbe fatto Solitudine. Lei era appena fuori del bagno, in
reggiseno e mutandine, pronta ad aspettarlo al varco per stampargli un
inaspettato bacio sulla bocca e fuggire ridendo sul letto.
Lui si tolse l'accappatoio, gettandolo in un angolo, per inseguirla
riden-do e ricoprirle l'epidermide di baci.
Si dedicò a lei con cura e dovizia, accarezzandola, leccandola,
succhian-dola e baciandola ovunque lei desse segno di gradirlo, ma a
tutto a un tratto lei lo interruppe, chiedergli di rimanere fermo e
immobile.
Quindi lei cominciò a dedicarsi anima e corpo alla sua virilità,
dimo-strandosi abile e sapiente in ogni suo singolo gesto. Non lo
fissava negli occhi come avrebbe fatto Solitudine, eseguiva il suo
lavoro rimanendo solamente concentrata a dare e ricevere piacevoli
sensazioni, mentre lui la osservava in tutta la tenera bellezza di
quei gesti. Ad altri momenti a-vrebbe lasciato i calcoli economici e
finanziari su quando si sarebbe po-tuto concedere un'altra giornata
così.
I soldi, lasciati sul comodino, erano una somma ragguardevole e, con
le rate della macchina da pagare, sarebbe stato difficile rimettere di
nuovo insieme una somma del genere.
Lei era bellissima, fin troppo bella. Nella realtà gli sarebbe stato
ormai difficile affascinare una ragazza così giovane e bella.
Lei lo stava fissando sorridendo. Avanzava con il fare di una gatta.
Si ritrovò così occhi negli occhi a scambiarsi un bacio e un altro
ancora, mentre lei lo accoglieva nuovamente, ma contro natura.
Iniziò una specie di danza, impalata su quel piolo di carne ed Eros
rima-neva estasiato dalla grazia di quelle movenze per nulla volgari.
Sentì il proprio cuore salire di battiti e l'estensione di lui in lei
pulsare. Lei s'arrestò, reclinando il capo all'indietro, mentre lui
sentiva un'onda di mare risalirgli il corpo per arrivargli al cervello
e ritornare, infine, al punto stesso da dove era nata, per dare sfogo
a un interminabile orga-smo.
In altri momenti sarebbe stata la fine, avrebbe sentito le proprie
energie fisiche e mentali risucchiate da quel gorgo di voluttà per non
tornare più; invece fu solo l'inizio di altri assalti, secondo natura
e contro natura. Momenti di passione e dolcezza, di baci e carezze, di
sguardi e sorrisi, di ansimi e sospiri... fino a quando le forze gli
vennero meno e, improvvi-so, lo assalirono due briganti di strada:
Stanchezza e Sonno.
Era il meritato epilogo di quella giornata, troppo emozionante per
potersi concludere con un lento esaurimento di sensazioni così forti e
intense.
L'indomani il risveglio fu difficoltoso, quasi fosse un dopo sbronza.
E-ros istintivamente guardò l'orologio. Erano le undici. La mano frugò
al suo fianco per cercare la presenza dell'occasionale compagna di un
giorno, ma l'altra parte del letto non c'era nessuno.
Un cuscino vuoto, una stanza vuota.
Infilò gli occhiali, pensando di essere stato drogato e corse a
frugare nel portafoglio, ma c'era tutto: i documenti, le carte di
credito e i soldi. Tor-nò a sedersi sul letto. Sul comodino c'erano
ancora i quattrini che lui a-veva lasciato la sera prima, avvisando la
ragazza che lì c'era quanto era stato pattuito.
Gli sembrava tutto così assurdo e strano, da dubitare che quanto gli
era accaduto la sera prima fosse vero.
Forse era stato preda di un'allucinazione? Forse aveva solo sognato?
Ma allora cosa ci faceva in quella stanza d'albergo? La faccenda era
grave se aveva perso il senso della realtà sino a quel punto!
Si fece una rapida doccia, seppure in realtà non si sentisse in alcun
modo "sporco". Aveva solo bisogno di qualcosa di brusco che lo
riportasse alla realtà, perché tutto quello che era accaduto gli
pareva, adesso. solo uno stupendo sogno illusorio.
Scese alla portineria per regolare i conti, ma lì scoprì che la
ragazza ave-va già provveduto a tutto. Questo lo sconvolse non poco.
Stava per andarsene, quando il portiere lo arrestò improvvisamente,
qua-si si fosse rammentato di qualcosa che pareva essersi scioccamente
scor-dato.
- Scusi, dimenticavo! La signora ha lasciato questo messaggio per
lei... -
Lo raccolse e, senza accorgersene, lo lesse ad alta voce:
- Sono dovuta andare e mi dispiace. Sei dolcissimo ed è stato
stupendo, spero mi richiamerai presto, perché io non ho il tuo numero
di telefono. -
Eros emise un sospiro. All'inizio di questa storia s'era detto: nessun
coinvolgimento sentimentale!
Guardò quel pezzo di carta più in basso, cera un autografo.
Come aveva supposto: Psike, il nome della ragazza, era semplicemente
uno pseudonimo di copertura, infatti quel foglio recava la firma:
Amore, con la "o" a forma di cuore.
Guardò il foglio, emise un profondo sospiro e pronunciò con un
sorriso:
- Amore... - |