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Notte a sorpresa...

Il rumore della pioggia sul tettuccio della macchina era intenso. I tergicristalli erano così impegnati a resistere alle folate di vento, da sembrare nell'impossibilità di eliminare quella gran massa d'acqua che dal cielo precipitava sul parabrezza. Vedere attraverso quella spessa coltre d'acqua era quasi impossibili e, a tratti, il volante non riusciva a imporre la sua direzione all'auto, infatti nonostante tentasse di esigere un rigoroso avanti dritto, questa spesso sbandava a destra e a sinistra. Acqua sull'asfalto, acqua sulla macchina, acqua dal e nel cielo. Quel tratto di strada s'era trasformato in un non luogo, come a volte ac-cade fra la nebbia. Nessun elemento di riferimento esterno riusciva a in-dicare dove si fosse di preciso. Sarebbe potuto essere ovunque su questa terra, per non dire ovunque nello spazio e nel tempo. Forse un viaggio nel tempo sarebbe stato quello di cui Eros avrebbe avu-to bisogno, tormentato com'era dai ricordi. Era finito un amore. Non un grande amore, nemmeno un piccolo amore. Un amore e basta. Una di quelle storie che ci si porta dentro fino alla tomba, pieno di piccole bugie, di frasi non dette, di stati di malessere celati... il tutto per un unico semplice e banale sogno, che s'era dimostrato irrealizzabile: una serena vecchiaia insieme. C'erano stati mesi di angoscia, delusioni dentro e fuori della vita senti-mentale, perché quando le cose vanno a rotoli, sono come la porta di uno sgabuzzino estremamente disordinato che viene aperto all'improvviso e da cui esce di tutto, rotolando, distruggendo e travolgendo l'incauta per-sona che ha aperto quella porta. Dentro quello spazio, sempre troppo angusto, mille futili motivi, miliardi di granelli di sabbia accumulati giorno dopo giorno e divenuti, quasi im-provvisamente (quasi inconsapevolmente), montagna; ma non si tratta di una massiccio che travolge e uccide con il peso della frana, sotto la qua-le sommerge ogni cosa; piuttosto si trattava di un vento leggero e sottile, che s'alza e solleva inizialmente un po' di terriccio, asciugandolo sino a renderlo sabbia, sino a ferire gli occhi e farli bruciare, cosicché le lacri-me stesse, invece che dare sollievo, infliggono ulteriore dolore. Quel lungo viaggio per tornare... e basta! Perché non c'era più nella sua mente e nella realtà il concetto accogliente di casa, di famiglia o di foco-lare che si voglia dire, ma solo un posto come un altro in cui dormire o, più precisamente, far trascorrere la notte al riparo; dunque quel lungo viaggio per tornare era, ogni giorno, il suo personalissimo monte Calva-rio, l'interminabile tragitto che lo portava quotidianamente dalla soffe-renza della tortura a quello della crocifissione, attraverso un cammino fatto di dileggio. Ogni ricordo forgiato da luoghi, tempi e gesti diveniva nella sua mente una stazione di quella sua particolare via crucis. Era un viaggio in compagnia dei suoi personali fantasmi, perché quella stessa auto era la prima stazione di quel canto doloroso, giacché il con-cetto stesso di partire e di viaggiare era la sorgente del dolore che risie-deva ora nel suo cuore; cosicché il solo gesto di salire in auto e girare la chiavetta dava corpo e anima alle ombre dei suoi flagellatori, rendendoli tangibili compagni di viaggio. Lui, spettatore silente, e loro, carnefici ol-tremodo ciarlieri e noiosi; pignoli notai pronti a elencare ogni suo singo-lo errore, ogni precisa frase scambiata e creduta vera. Angoscia, Frustrazione, Dolore e Depressione erano i loro nomi, ecco chi erano i suoi quattro compagni di viaggio. Ognuno seduto al suo po-sto, la cintura ben allacciata, perché dal quel pazzo alla guida ci sarebbe potuto aspettare di tutto, anche un gesto folle e disperato. Angoscia era sempre il primo a parlare, a disegnare il suo personale futu-ro. Ogni volta era un differente racconto dell'orrore, in cui la peggiore delle morti appariva, sempre, come il migliore e il più dolce degli epilo-ghi. Una sola frase, ripetuta ossessivamente compariva sulle labbra di Eros, senza che lui avesse mai il coraggio di pronunciarla, di renderla vivido suono: - Vai via, vai via, vai via! - ....ma Angoscia aveva l'orecchio fine oppure, più semplicemente, cono-sceva bene quel suo compagno di viaggio... e, in effetti, il carnefice co-nosceva la sua vittima praticamente da una vita. Iniziava così un breve silenzio, pregno dell'essenza di chi, fino a quel momento, aveva parlato, cosicché anche quel nulla diventava palpabile, denso fino ad assumere lo spessore di un muro ed era sempre Frustra-zione a romperlo, mandandolo in mille pezzi, distruggendo l'illusione di Eros che quel niente di parole potesse crescere fino a farsi fortezza, fino a diventare castello in cui scappare e cercare rifugio. Frustrazione aveva una lingua lunga, dura e nodosa; provvista di mille aculei velenosi e ogni parola detta diventava un colpo di frusta che strappava la pelle, che estirpava le carni, che sviscerava ogni singolo or-gano vitale, dilaniando il corpo e la mente. Pur assomigliando alle parole di Angoscia erano (o solamente sembravano) diverse, come il male e la sofferenza che producevano, essi erano simili e dissimili al tempo stesso. Anche Frustrazione insisteva inesorabile nel suo monologo, fino a quando il sangue che scorreva copioso della sua vittima allagava l'abitacolo, togliendo quasi il respiro al conducente, ma non a se stesso. Ogni volta, seppur con parole diverse, il suo discorso finiva sempre con lo stesso tono accusatorio, facendo nome e cognome del colpevole. No-me e cognome ben noti al conducente. C'era ancora un breve, ma interminabile istante, in cui Frustrazione sembrava godersi la visione della sua vittima e annusare i suoi occhi di carnefice riflessi nello specchietto retrovisore... poi di nuovo il silenzio. Questa volta era un'assenza di parole differente dalla precedente, si le-vava quasi come una foschia mattutina, ben decisa a divenire nel minor tempo possibile fittissima nebbia, ragnatela di miriadi di minuscole la-crime sospese al cielo e pronte a catturare, in quel nulla di rumore, l'eventuale incauta preda. Lentamente il sangue che aveva invaso l'abitacolo fuoriusciva, quasi un invisibile tappo fosse stato aperto o una qualche ben celata valvola fosse stata dischiusa. Ritornava l'aria, ma solo per infliggere il tormento di li-berare i polmoni da tutto quel proprio liquido organico. Solo un breve i-stante in cui lacerarsi polmoni e stomaco a colpi di tosse e di conati di vomito. Al primo accenno di respiro cominciava a parlare Dolore, con la sua vo-ce irritante, con quel suono stridente di gessetto volutamente premuto conto la lavagna. Un enorme muro d'ardesia, dallo spessore irridibile, ancora una volta non era scudo, rifugio o fortezza... era solo strumento di tortura. Dolore aveva un suo particolare modo di parlare, caratterizzato sempre da una salivazione eccessiva, da una pioggia di miriadi minuscoli sputi che colpivano Eros in ogni parte del corpo, rivelando solo al loro contat-to con la pelle la natura acida e corrosiva di cui erano fatti. Penetravano lenti e inesorabili, quasi fossero stati dei vermi dotati di un particolare e tremendo apparato boccale. Corrodevano tutto ciò che osta-colasse il loro cammino, trasformando, lungo questo percorso, la loro natura liquida in solida, fino a divenire aghi, spilli, frecce conficcate sempre più internamente nei tessuti, aggiungendo alla sofferenza del lo-ro cibarsi di essenza lo spasmo che ogni movimento avrebbe generato. Tutto questo proseguiva fino al giungere di quei velenosi aculei alle os-sa, a quel punto Dolore trovava il pieno nutrimento del suo esistere: il midollo stesso di Eros. Dolore proseguiva la sua opera per interrompersi improvvisamente solo quando era certo d'aver succhiato dalla sua vittima la spina dorsale della vita stessa. Era quando all'interno di Eros s'era creato spazio a sufficienza, quando il peggio dava solo l'illusione d'essere finito; era proprio nell'istante in cui il naufrago sbattuto dalla tempesta intravede l'isola, che neri, tetri e minacciosi s'intravedevano gli scogli. Quello era il momento in cui l'ululato del vento si confondeva con quel-lo di oscuri sciacalli dalle fauci aperte. Quello era l'istante in cui le onde, violente e selvagge, dopo aver dato l'illusione di salvezza, rivelavano tutto il loro orrendo disegno di distruzione: dilaniare quel poco che re-stava, sfogare la loro rabbia feroce su quella parvenza di salvezza che erano gli scogli, rendendoli così certezza di fine imminente. Depressione aveva sempre un tono suadente e dolce, come certi veleni che deliziano il palato per poi attanagliare in una stretta, fatta di spasmi, le viscere. Le sue parole scorrevano suadenti e veloci verso il padiglione, roteavano, creando volute che, come un gorgo, inghiottivano quelle frasi nel condotto uditivo di Eros. Iniziavano così il loro viaggio, come il se-me fa con il terreno, affondare, per penetrare con l'apice delle proprie radice l'essenza stessa della terra e poi crescere, incuneandosi ulterior-mente, fino a divenire un'unica cosa con il terreno, il tutto con il solo fi-ne di divorare la mandre che l'aveva accolto in grembo. Era sempre una gestazione piuttosto rapida, seguita da un travaglio e un parto dall'apparenza interminabile. Le parole di Depressione lo divora-vano da dentro, rendendolo sottile e inconsistente. Finendo per sottrarre a Eros l'immagine che lui aveva di se stesso. I suoi occhi frugavano lo specchietto retrovisore, ma lui dall'abitacolo era scomparso, le sue mani erano scomparse, i suoi piedi erano scomparsi ed era ormai una mano invisibile a guidare la sua autovettura; anche i suoi quattro compagni di viaggio erano scomparsi, resi sottili e invisibili anch'essi. Ora, alla sua destra, un nuovo compagno di viaggio. Una domanda, sempre la stessa, attanagliava in quei momenti Eros: ma quando erano scesi quei suoi quattro "buoni" amici e quando era salita questa sconosciuta? Non gli pareva d'essersi fermato. Anzi, mentre i suoi quattro amici parlavano, lui pigiava sull'acceleratore quasi quel se-dile potesse in qualche modo staccarsi dagli altri sedili e dalla vettura stessa per allontanarsi, fuggire oppure semplicemente schiantarsi insie-me al suo ospite contro un qualcosa di duro e tragicamente reale che di nome facesse Morte... ma era sempre la solita impossibile fuga da se stesso, una fuga che, forse, atterriva i suoi compagni di viaggio, ma che permetteva, al tempo stesso, a quel passeggero di salire in corsa. - Ciao Eros, come stai? - Erano sempre quelle le parole con cui esordiva quella sconosciuta dall'aria molto familiare. - Male, non si vede, forse? - Era sempre la risposta acida e stizzita di Eros, quindi: - Tu chi cazzo sei? - Era l'ennesima ripetizione di parole e gesti dall'esito scontato, perché una sola e sempre quella era la risposta. - Sono Solitudine, sei tu che mi hai cercato! - A quel punto Eros iniziava a cercarsi disperatamente dentro a quell'abitacolo, improvvisamente troppo enorme per essere all'interno di un'utilitaria, troppo vasto per essere persino una tenuta. Si cercava e non si trovava, pur certo di essere lì, pur certo di avere la piena visione di se stesso. Lui, Solitudine, non l'aveva cercata, non la conosceva nemmeno, non ne aveva né il numero di fisso, né di cellulare, non ne sapeva l'indirizzo, la residenza o il domicilio. Provò a fissarla, per capire meglio chi fosse, chi tra i suoi presunti amici gliel'avesse presentata o imposta. Era bella, sinuosa, dotata di un fascino tutto suo e di uno sguardo amma-liante, forse l'aveva sognata o solo immaginata in qualche suo recondito desiderio. Un seno prosperoso che toglieva il fiato, due labbra carnose evidenziate da un rossetto carico di passione che chiedevano solo di essere baciate e, infine, due occhi così belli che era spontaneo perdercisi dentro e affoga-re, trascinati solo da quella corrente di seduzione. - Io ti ho già visto! - Diceva a quel punto, con tono brusco, Eros; quasi a volersi destare dal sogno in cuoi era stato rapito. - Certo che mi conosci sciocchino, conviviamo ormai da giorni insieme! Non ti ricordi ieri notte? È stato stupendo non è vero! Non abbiamo qua-si chiuso occhio! Come ogni notte d'altronde... Eros. - Aveva scandito il suo nome quasi come dovesse compitarne le vocali e le consonanti che lo componevano, quasi a voler ribadire quella cono-scenza biblica che li univa ormai da lungo tempo. Era bella, troppo bella per non esserne stregato, seducente e sensuale, intelligente e spigliata... in una sola parola troppo ammaliatrice e per que-sto la odiava, perché l'amore rende debole e la passione inermi. Effettivamente era una passione covata e consumata da lungo tempo con Solitudine. L'aveva cercata e trovata, come fa l'innamorato quando, casualmente per strada, si ritrova folgorato da un colpo di fulmine. La pioggia stava diminuendo e i chilometri che lo separavano dalla solita parca cena e dal letto esprimibili tramite un'unica cifra. L'affannoso ran-tolo dei tergicristalli s'era trasformato in stridio e la ragione stessa del loro vano andare avanti e indietro stava venendo meno. Il rosso di un semaforo aveva esortato il cervello di Eros a fermarsi, mentre il rumore del motore cantava una dolce ninnananna a rasserenare il suo cuore affranto, mentre il cielo stesso schiariva, visto che ormai, quasi atterrite dallo spettacolo a cui avevano assistito, anche le nubi era-no fuggite, lasciando al sole l'illusorio trionfo di mettere in scena la spettacolare tragedia della propria quotidiana morte. Quella semisfera rossa riempiva della propria immagine lo specchietto retrovisore, esitando sul declinare dell'orizzonte, come fa il moribondo nell'atto di esalare il suo ultimo respiro e, infine, eccolo! Dolce e soave come un respiro, non tragico come un rantolo, pronto ad entrare nel cuo-re di ogni affranto mortale, partiva un ultimo raggio verde. Estrema trac-cia di luce, ultimo anelito di vita prima del buio che avvolge e conserva... ed è subito sera! Parte 2 a serratura ad aprire la portiera e quel cancello, barriera reale e irreale di vuoti e consistenze a separarlo da ciò che nella sua mente usurpava il termine casa. La fissò, ci aveva trascorsi lunghi anni di un lontano passato e ora, in quello squarcio di presente, vi era ritornato, ma era divenuta come una madre in realtà matrigna e, per questo, scoperta non solo adottiva, ma ladra d'affetti altrui. Aveva l'impressione di essere stato trafugato alla sua reale madre, ai suoi veri affetti e, così, quella non era più casa, ma semplice insieme di malta e mattoni. Era una congrega di tegole pronte a dare rifugio dagli agenti climatici e null'altro. Lo stesso impianto termi-co, seppur messo al massimo, non riusciva a scaldarlo. Arrossava e arro-stiva l'epidermide, senza tuttavia penetrare nel cuore. Nella stanza da letto l'inquietante certezza di trovare, in tutta la sua casta nudità, Solitudine. Pronta e disponibile per una nuova notte insonne d'amore in cui condividere la loro insana passione, un sentimento che ormai li bruciava e li divorava. Con la sicurezza di rinnovare tale incontro, Eros salì al piano superiore, si spogliò lentamente di tutti i suoi affanni, fissando le curve sensuali di quella sua strana compagna, mentre lei, santa e puttana, gli sorrideva ammiccante. Uscì dalla stanza per andare al computer e controllarsi la posta. Decine di messaggi, perlopiù minacciosi e anonimi portatori di stupidi virus, quasi un infinito nero di cielo notturno interrotto qui e là da alcune palli-de stelle. Le poche sopravvissute all'olocausto dell'inquinamento lumi-noso di ogni città. Nessuna dava risposta a quel suo affannoso cercare un non luogo. Vole-va non avere ricordi, estinguere ogni forma di passato, cosicché nemme-no il presente esistesse, ma quel posto forse non c'era! Come il cielo notturno da lungo tempo ormai aveva perso la via lattea, anche lui aveva perso le tracce del suo personale percorso di vita. Spense il computer emettendo un profondo sospiro carico di tutto e di niente, quindi fu colto da un pensiero. Era un'idea covata a lungo. Era il concetto stesso del doppio tradimento, dell'amica di un'unica notte. Era sfogare l'amore da dare represso, era dire le parole mai dette, dare i baci rimasti soltanto intenzione. Era dedicare le attenzioni del vero sog-getto a un oggetto che non fosse Solitudine e che, altrettanto certamente, non era la persona a cui in realtà, almeno nelle sue intenzioni, sarebbero stati destinati. Dentro di lui c'era ancora vivida l'immagine di Amore, ma Amore non c'era più, fuggita, scomparsa, lasciata oppure morta. Cos'era successo? Non ricordava! Aveva talmente voluto dimenticare, che alla fine aveva dimenticato? No! Più semplicemente la realtà s'era confusa con l'illusione, le certezze con i sospetti, le bugie con le mezze verità. Il ricordo era una foto sfuo-cata del suo passato, ma così, ridotta a un insieme indecifrabile di colori, non era più nemmeno ricordo, era percezione illusoria di ciò che era sta-to. Era verità caduta e ridotta a frammenti di cui ognuno s'era impadro-nito di un frammento e lo esibiva gridando a gran voce: - Io conosco la verità - Era impossibile rimettere insieme quei frammenti, sia perché il puzzle era indecifrabile, sia perché non cera collante in grado di unire i pezzi di quel inestricabile mosaico. Eros guardò il muro, vedendoci riflessa l'immagine che lui aveva di se stesso. Non si piaceva! Estrasse il portafoglio e da questo un foglietto di carta. Su cui lesse per tre volte un nome improbabile e numero di cellulare anonimo. Infine si decise a chiamare. Pose il ricevitore all'orecchio, attendendo gli eventi. Ogni squillo dall'altro capo pareva urlargli, fino a quasi imporgli: - Chiudi la comunicazione, sei ancora in tempo! - Eros resistente fino al fatidico: - Pronto?! - Pronunciato da un'anonima voce femminile. Esordì con un'interiezione educata e galante, pronunciò un nome proba-bilmente di fantasia (Psike... o forse vero?) con tono interrogativo, otte-nendone una risposta affermativa. Guardò il foglietto e ripeté meccanicamente le parole magiche che a-vrebbero aperto quel fantomatico scrigno incantato. Ci fu imbarazzo e dall'altro capo intuirono che si trattava di una prima volta. Fu così che le parole da questo capo del telefono si tramutarono in silenzi o in semplici monosillabi affermativi e negativi (o avversativi e condizionali), fino a quando la sua mano corse alla ricerca di una penna, per scrivere in rapida successione sul medesimo pezzo di carta: il nome di una città, un indirizzo e un orario. L'indomani avrebbe finalmente tradito Solitudine, l'indomani avrebbe comprato l'illusione di essere nuovamente assieme ad Amore. Incredibilmente e assurdamente avrebbe vissuto l'irrealizzabile miraggio di riavere Amore, tradendola per la prima volta. Avrebbe sostituito al ri-cordo di quel corpo, che per ultimo l'aveva accolto, la realtà di un altro corpo, questa volta anonimo, ottenuto dietro compenso. L'idea lo avvilì, togliendogli d'improvviso l'appetito. Entrò in camera da letto, fissando quel letto che Solitudine rendeva an-cor più grande e ancor più vuoto. I muri, l'arredamento, i mille piccoli oggetti e, ancor di più, cose ancora celate dentro i cassetti mantenevano viva e presente Amore. Ogni singolo gesto compiuto in quella stanza in sua compagnia ne richiamava il nome e la memoria. L'aria stessa che re-spirava tra quelle quattro pareti, racchiuse da un pavimento e da un sof-fitto, puzzavano e al tempo stesso profumavano di lei. Un soffitto che non era viola. Delle pareti che non erano alberi e lei che non era lì con lui. Non c'era nelle sue orecchie il suono melodioso di Gino Paoli, ma lo straziante gridare di Riccardo Cocciante, quel "Quando finisce un amore" che in quei giorni sentiva tanto suo. Eros guardò negli occhi Solitudine. La odiava per quanto la trovava bel-la e per quanto, in un qualche modo, avesse sostituito in lui Amore, pur sapendo che Solitudine nulla aveva a che spartire con Amore. Una era viva e reale e, probabilmente, come lui stava struggendosi del male di vivere. L'altra era inconsistente ed era il male di vivere di cui si nutriva. Tuttavia ormai detestava anche Amore, la odiava per il male che gli ave-va fatto o che semplicemente gli aveva restituito. La voleva disperata-mente e, altrettanto disperatamente, avrebbe voluto, potendolo, distrug-gerla e dimenticare. C'erano interi pezzi di lui che gli mancavano, perché erano rimasti in lei... e c'erano altrettanti pezzi di lei sparsi dentro di lui a fargliela senti-re ancora più assente. Per una notte, ancora, sarebbe stato di quell'ombra che lo perseguitava e che lui tanto cercava. Non avrebbe dormito. Avrebbe passato quelle lun-ghe ore in compagnia di quel fantasma, a farsi succhiare ogni energia psichica e fisica fosse stata ancora in suo possesso. Solitudine l'avrebbe bevuto di un solo sorso, come fanno gli assetati, quando nel deserto tro-vano finalmente l'acqua. Come al solito avrebbe cominciato con un rapporto orale, fissandolo ne-gli occhi e riempiendolo di quello sguardo complice fatto di strano pia-cere che si riceve nel dare piacere. Poi, al culmine della propria eccita-zione, l'avrebbe cavalcato, godendo dell'erezione che aveva imposto con la "forza" a quel membro che non la desiderava. Ci avrebbe danzato sopra, muovendosi al solo ritmo del proprio piacere; divenendo la solita egoista compagna di un'altra notte, pronta solo a prendere e a nulla dare o concedere. Lo avrebbe semplicemente usato e svuotato, perché ogni notte Solitudine faceva così con Eros, lasciandolo eternamente sospeso, eternamente sulla soglia di un orgasmo tenuto prigioniero in gola e mai liberato. Avrebbe affogato ciò che restava di quell'uomo nei propri ansimi e rantolii, esibendo oscenamente tanto il suo splendido corpo, quanto ogni stilla di piacere che lei stava ricevendo. Sbattendo in modo provocatorio in faccia a Eros quel prolungato momento di climaterio, tipicamente femminile, a fronte dell'inesorabile assenza d'apice finale, tipicamente maschile. Nonostante tutto, lui quella notte sorrise. L'avrebbe finalmente tradita e con lei avrebbe finalmente tradito anche Amore, si sarebbe concesso un momento illusorio tutto per sé, avrebbe pagato e quei trenta denari gli avrebbero ripulito l'anima di ogni responsabilità futura, di dover richia-mare, di dover ripetere frasi vere percepite in futuro di astio come false. Non avrebbe avuto nessun obbligo di dare amore, di donare se stesso a qualcuna che poi si sarebbe semplicemente sentita un buco, umiliando e frustrando così ogni suo più profondo e vero sentimento. Avrebbe comprato un miracolo, perché il cielo quel miracolo ormai non glielo accordava più. Perché Amore non viveva più il ripetersi di uno strano miracolo che di due fa una cosa sola, lei ormai percepiva solo un semplice svuotare di palle e questo pur sapendo di mentire a se stessa, perché dentro al suo cuore era pienamente conscia di questa falsità; ma ormai lei viveva con Sosia, ci trascorreva i giorni e le notti, seppure So-sia non fosse Eros, seppure detestasse Sosia così differente dall'Eros che aveva conosciuto e ancora amava. In realtà Amore detestava forse, inconsciamente, se stessa, perché era stata lei a trasformare Eros in Sosia, perché Sosia aveva già avuto l'aspetto di altri nomi a lei cari, perché qualcosa in lei era attratta da So-sia e dal male che Sosia le arrecava, quasi volesse punire se stessa per le debolezze umane che, come tutti, anche lei aveva. La sveglia, inesorabile, ripeteva il suo ticchettio, scandendo il passare del tempo e annunciando l'arrivo del nuovo giorno. Il domani imminente, l'ormai oggi al presente, avrebbe concesso a Eros una notte a sorpre-sa! Un frammento di paradiso intento a gridare e urlare che esisteva ancora qualcosa di diverso dall'eterno dolore o dello stridere di denti tra la per-duta gente. Era oggi, era l'alba quando Eros chiuse finalmente gli occhi per conce-dersi una parvenza di meritato riposo, ma il sonno è degli onesti e lui era stato molto disonesto con se stesso negli ultimi anni. Parte 3 Quella mattina Eros si svegliò di un insolito buon umore. Le fessure del-le serrande facevano intravedere una giornata di sole. Il cinguettio degli uccelli era un'indiretta assicurazione che il cattivo tempo del giorno prima fosse solo un ricordo. Fece salire lungo il rotolante la saracinesca, riportando alla mente le fat-tezze della persona che, di lì a poco, lui sarebbe andato a trovare: giova-ne, fisico perfetto, un'aria gioviale e dinamica, ma soprattutto: la fre-schezza della primavera della vita, quell'apparente stato di libertà dai problemi legato all'ingenuità e al sentirsi eterni. Una colazione abbondante fu seguita dal rito del bagno. Le funzioni cor-porali, la barba da radere, i denti da lavare e tutta l'igiene e la cura della persona che, ultimamente, aveva un po' trascurato, segno evidente di quel malessere che lo attanagliava e lo portava a detestarsi. Non gli piaceva l'idea di quello che sarebbe andato a fare, ma sapeva che poteva essere l'unico modo per rompere quella situazione di stallo in cui ormai era precipitato. Amore non sarebbe tornata da lui. Per lui sarebbe stato vano cercare e pensare in maniera ossessiva ad Amore. Questa era una situazione da ac-cettare con cristiana rassegnazione, eventualmente limitando al minimo i danni collaterali. Quel giorno avrebbe raccolto le cose di Amore rimaste in quella casa e, quando sarebbe andato a ritirare le sue cose, avrebbe re-stituito le altrui. Forse, un giorno, lui e Amore sarebbero ritornati a parlarsi serenamente, a ritrovare l'amicizia che è solida fondamenta d'ogni rapporto umano. Forse avrebbero riscoperto la complicità di pensieri segreti scambiati e condivisi. Forse avrebbero riscoperto la gioia di fare sesso in ogni mo-mento della giornata. Forse avrebbero finito per sentirsi una cosa sola... forse... forse. Tutto questo sarebbe stato affidato all'ineluttabilità degli eventi, un so-gno infilato in una bottiglia e affidato alle malevoli o benigne correnti del mare. Oggi era un nuovo giorno di un nuovo anno. Oggi avrebbe caratterizzato la sua vita di un nuovo evento, deciso e voluto per rompere quegli sche-mi mentali che fino ad oggi lo avevano identificato e contraddistinto. Nessun coinvolgimento emotivo. Ipocrisia allo stato puro, vera, lampan-te e manifesta. Un contratto concordato, letto e sottoscritto in due. Fissò allo specchio l'accenno di capelli bianchi che qui e là compariva sulla sua chioma, osservò i depositi di grasso sul giro vita e, per un istan-te, rifletté sulla differenza di età e stato di forma tra lui e la persona che andava a incontrare. Abbassò lo sguardo sul lavandino e lo rialzò allo specchio e, per un istante, si vide ringiovanito. Tutti i suoi capelli scuri, un viso sgombro dalle pieghe del tempo, la pelle fresca e tirata, i capelli lunghi, scuri e fluenti, ma la cosa che gli rimase impressa furono vedere i propri occhi che gli sorridevano. Già sorridevano come da lungo tempo non accadeva più. Possedevano quell'aurea d'ingenuità e spensieratezza che aveva in-travisto nelle immagini della persona che avrebbe, di lì a poco, incontra-to. Eros corrugò la fronte, concentrandosi su alcuni basilari pensieri, quindi prese la decisione di partire quella mattina stessa, arrivando così in anti-cipo sull'orario previsto. Avrebbe prima preso l'autobus e poi il treno. Tutto sarebbe stato anonimo. L'auto sarebbe rimasta in garage e i suoi quattro soliti compagni di viaggio sarebbero rimasti chiusi dentro il ga-rage, insieme a essa. Tornò in camera da letto. Di Solitudine nessuna traccia, chissà dove era? Andata via per sempre? Forse-- magari! Eros fissò il comodino, c'era il preventivo dell'auto nuova-- cambiare tutto, perché non cambiasse nulla! Disfarsi dei ricordi. Rinnovare il pro-prio guardaroba e il proprio aspetto per avere l'illusione di essere un al-tro uomo. Così, nascosto dietro quella maschera, Angoscia, Frustrazio-ne, Dolore, Depressione e persino Solitudine non lo avrebbero più rico-nosciuto. L'avrebbero incontrato per strada scambiandolo per qualcun altro, trovando il suo aspetto familiare, ma al contempo sconosciuto. Tuttavia dietro quella maschera ci sarebbe stato sempre lo stesso uomo e lui, in fin dei conti, lo avrebbe saputo, quindi era impossibile fuggire da se stesso e da tutte le scelte sbagliate che aveva fatto nella vita. Si sentiva un imbecille, anzi era certo di essere stato un idiota in tutta la sua vita. Aveva vissuto a modo suo, sbagliando e pagando sempre in prima persona, ma tutto questo non lo aveva reso né fiero, né orgoglioso, ma solamente infelice. Aveva voluto rompere gli schemi e ne era uscito con le ossa rotte. Non solo aveva perso la sua personale sfida, ma, allontanatosi dai suoi ferrei principi, per la prima volta nella sua vita, era pieno di rimorsi, rimpianti e rancori. Non solo era stato sconfitto, ma anche umiliato e privato dell'onore delle armi. Questa volta aveva intrapreso un viaggio in cui, inaspettatamente, non solo s'era perso, ma aveva persino smarrito nella sua memoria il mo-mento e il luogo in cui quella deviazione dal percorso previsto era acca-duta, cosicché ora non era nemmeno in grado di tornare indietro e ri-prendere il giusto cammino. Tutto intorno a lui appariva, quindi, sbagliato. Non sapeva dov'era, non sapeva tornare indietro, non sapeva dove andare e anche rimanere immobile non serviva a nulla. Una flebile e incerta voce dentro di lui ripeteva impaurita: - Cosa ne sarà di me? - Un'altra arrogante, sprezzante e ansiosa d'incontrare al più presto la fine d'ogni cammino tramite l'autodistruzione rispondeva: - Francamente, me ne infischio! - Eros tiro un lungo e profondo sospiro: - Oggi è un altro giorno, Eros! - Già oggi e non domani, il Rubicone stava per essere attraversato e il suo personale dado (truccato) lanciato per trarne un risultato scontato. Si rimirò allo specchio ed ebbe la strana impressione di essere agghinda-to più per un appuntamento d'affari che per un incontro galante, poi con-siderò amaramente che, in effetti, andava a concludere una semplice transazione economica, per cui l'abbigliamento prescelto era effettiva-mente non solo adatto, ma consono all'occasione. A quarant'anni andava a puttane! Era tutto un po' stano, ma anche il pe-riodo che stava vivendo era strano, dunque! Nella sua vita sesso e pas-sione erano sempre stati strettamente legati, come lo erano sempre stati ragione e sentimento. - Un nuovo millennio, per una vita da interista! - Esclamò, con autocommiserazione, aspettando di vincere qualcosa, in-travedendo la vittoria, perdendo tutto nei minuti finali. Così abituato alla sconfitta da diventare non solo incapace di credere nella vittoria, anche quando l'aveva a portata di mano, ma di esaltarsi di fronte a una presta-zione fuori casa maiuscola, umiliando una grande o, meglio, una rivale storica. Si vedeva da solo al comando, fermo davanti al traguardo e incerto a va-licare quell'invisibile soglia, perché uno come lui non poteva vincere. Lì immobile fino all'arrivo degli altri, fino a osservare qualcun altro attra-versare e rompere il nastro che separava quella gara dal suo atto conclu-sivo, quindi solo allora muoversi, perché solo allora tutto poteva acqui-stare quel tono surreale e irrisorio dell'attesa infinita a qui s'era abituato. Questa volta sarebbe stato diverso! Non doveva attendere nessun rivale. Non c'era l'antagonista. Anche l'arbitro sarebbe stato dalla sua parte. La sua immagine a colori da nero-azzurro si sarebbe stinta in quella retrò del bianco e nero, colori di successo! Di chi vince perché predestinato, di chi non prende un palo per vedere uscire il pallone, ma incappa in una fortuita deviazione o gli viene concesso, con eccessiva benevolenza, un rigore inesistente. Quell'arbitro che di cognome fa Fortuna, che ai figli degli dei arride e che agli altri irride. A lui e solo a lui, oggi, quel giudice di gara avrebbe strizzato benevolo l'occhio. Per un giorno si sarebbe comprato tutto questo. Non avrebbe aspettato Godot, ma lui sarebbe andato direttamente da Godot. Parte 4 Uscì da casa accorgendosi di essersi vestito in maniera troppo leggera. Il tempo stava cambiando e, in ogni caso, l'evolvere dello stesso sarebbe stato incerto. I metereologi avevano usato il termine "variabile", una pa-rola pregna di differenti e mutabili significati. Il giubbotto era rimasto in macchina la sera prima. Fissò la porta del ga-rage con timore. Se l'avesse aperta ne sarebbe potuto uscire di tutto, per-ché lì, insieme alla sua auto, c'erano ancora quattro figuri che lui non aveva alcun'intenzione d'incontrare. Si sentiva don Abbondio alla vista dei bravi e ne dimostrò lo stesso coraggio, allontanandosi da quella por-ta, quasi fosse quella dell'inferno. Si recò al vicino bar ad acquistare il biglietto dell'autobus, dribblando le domande personali e accogliendo di buon animo la benevolenza che tutti sembravano dimostrare nei sui confronti. L'attesa del mezzo pubblico fu ben più lunga del previsto, come sempre accade, e, come tutte le attese, lasciava spazio ai propri pensieri, cosa che non lo rendeva particolarmente felice. - Avrei dovuto prendermi qualcosa da leggere! - Esclamò furente con se stesso e, in effetti, qualcosa che gli distraesse la mente gli ci sarebbe stato utile. Una strana angoscia lo stava pervadendo. Quasi come quando il gelo dell'asfalto, attraverso le suole, raggiunge la pianta del piede e poi, gradualmente, risale dalle caviglie alle ginocchia e sempre più su, fino a far rabbrividire l'intero corpo. Lui era sempre stato un uomo fedele e anche adesso, che con Amore era tutto finito, gli pareva di tradirla. In effetti non potevano essere quelle ultime parole amare che lei aveva pronunciato a decretare la fine di un rapporto. Non poteva certo Amore sapere quando in lui fosse nata la pas-sione e se poi quel sentimento fosse morto o meno. Lui e Amore negli ultimi tempi avevano avuto una visione distorta della realtà, avevano sa-puto vedere solo i propri interessi e le altrui contrarietà. Si erano posti, ognuno di fronte a un differente specchio deformante, gridando ognuno a se stesso la propria verità. A dire il vero Eros aveva tenuto tutto questo per sé, conscio di non riuscire a uscire da una spirale deviante e, per quanto gli era stato concesso, aveva saggiamente evitato di parlar male o straparlare con gli altri di Amore, difendendola e giustificandola con la frase: a volte le persone si possono perdere, bisogna saperle aspettare e perdonare. Conosceva fin troppo bene quello squallido gioco delle parti, fatto d'abbiette miserie, insito in ogni "eutanasia" di un rapporto. La sua cul-tura tecnica l'aveva educato ad addossarsi tutte le colpe, perché (e in quest'affermazione ci credeva) ognuno fa le scelte da sé, senza nessuna pistola puntata alla testa! Nella vita si fanno le proprie scommesse, a volte si vince, altre volte si perde e lui, da buon interista, le sue scommesse le aveva perse sempre tutte. Qualcosa di perduto all'ultimo momento, qualcosa di preso ormai in ri-tardo. Era salito all'interno dell'autobus e non se n'era nemmeno accorto, fissò il paesaggio per ricevere un'indiretta conferma che l'autobus fosse quel-lo giusto, che non stesse andando in una direzione differente da quella voluta e prevista. Fortunatamente non era così. Fortunatamente, pensò tra sé e sé. Gli suo-nava bene quel: "fortunatamente". Era un presagio, un simbolo, un se-gno che qualcosa potesse cambiare o stesse cambiando. - In hoc signus vices! - Controllò il biglietto. Era obliterato. La cosa lo rasserenò da una parte e lo sconcertò dall'altra. Erano completamente scomparsi i ricordi degli eventi recenti. Quand'è che era arrivato l'autobus, ma c'era salito, aveva obliterato? Tutto era accaduto in maniera automatica, vittima inconsape-vole di una qualche forma di tranche. Rapito dai propri pensieri alla fermata e restituito lì, su quel sedile dell'autobus. Si guardò intorno, per vedere i volti dei suoi improvvisati compagni di viaggio. Un paio di signore anziane. Un uomo che andava anche quel sabato a la-vorare. Una coppia intenta in effusioni. Quella vista gli accarezzo per un attimo il cuore. Per una volta non gli provocava angoscia, frustrazione dolore e depressione... ma, a proposito, quei suoi "soliti" compagni di viaggio? Si alzò in piedi, destando la curiosità degli altri. Guardò avanti, dietro, a destra e a sinistra... non c'erano, ma certo, erano rimasti chiusi dentro al garage! L'autobus arrivò davanti al piazzale della stazione, Eros scese per ulti-mo. Salutò cordialmente l'autista, che parve gradire la cosa. Quindi, con il solito sospiro, si diresse verso la biglietteria della stazione. - Un biglietto andata e ritorno per il regionale! - Esclamò. - Per dove? - Gli fu chiesto. Rimase un attimo inebetito, rapito nuovamente dai propri pensieri, colpito dall'immagine della sua mano che s'accingeva a scrive-re in blu su bianco le lettere di quel paese, anzi di quella città. - Per dove? - Gli fu ripetuto con tono meno cortese. Eros sorrise, si scusò e diede la risposta, ringraziando il bigliettaio e accomiatandosi con un: - Buona giornata! - La banchina ferroviaria era affollata, ma quella era una situazione croni-ca delle stazioni ferroviarie. Gente che arriva, gente che va, bagagli in transito, operatori interni e altro ancora. Baci di chi si rivede dopo molto tempo, lacrime di addii più o meno lunghi. Una riflessione amara lo assalì. Oggi avrebbe pagato tutto, ma non a-vrebbe comprato i baci, quelli erano una merce che anche certe "signori-ne" non vendevano volentieri. Oggi gli sarebbe stato accordato quasi tut-to, ma quello no! Eros emise un altro sospiro. Sapeva che sarebbe stata la svolta, ma non sarebbe stata la via. Avrebbe attraversato semplicemente la soglia, la porta che l'avrebbe condotto fuori da quel lungo corridoio in cui s'era cacciato, per entrare in una stanza o, più semplicemente, uscire da quel corridoio. Parte 5 Il treno, rapidamente, portò Eros in un'altra stazione, simile in molti tratti a quella da cui era partita, pur rimanendo nel complessivo dissimi-le. Il finestrino del vagone in cui aveva viaggiato gli aveva evidenziato il mutare del tempo, sia in termini cronologici, sia metereologici. Il cielo s'era sempre più adombrato, quindi una strana luce gialla aveva velato tutto il paesaggio, quasi si trattasse di un'immagine virata seppia. Qualcuno nel vagone aveva esclamato: - Tempo da neve! - Qualcun altro aveva emesso un gioioso e infantile gridolino di gioia nel intravedere i primi fiocchi scendere lievi, lievi. I pochi e radi fiocchi s'erano trasformati in numerosi veri e propri fran-cobolli di ghiaccio e l'iniziale grigiore delle strade iniziava a ricoprirsi di un bianco e splendente manto di neve. Eros rimase colpito da quella visione inaspettata di candore, era una vi-sione traslata della sua infanzia, di quando i grandi valori dell'utopia umana lo riempivano e lo impregnavano. Come non avrebbe saputo dire quando era salito sull'autobus e quando aveva obliterato il biglietto, altrettanto gli stava accadendo per la perdita della sua ingenuità. Quando il suo personale Peter Pan aveva dato il primo bacio vero? Rimase a fissare il piazzale della stazione imbiancato dalla prima neve, quindi l'altrettanto candido foglio bianco nella sua mano vergato da dei segni blu. Chiamò con un cenno un taxi e si fece portare all'indirizzo che in quel pezzo di carta aveva annotato. Dentro il taxi ricompose il numero di telefono della sera prima. Avrebbe potuto richiamarlo automaticamente, ma preferì ricomporlo cifra per ci-fra, quasi ad avere il tempo di ripetersi nella mente il discorso che s'era, poco prima, preparato. Attese che al suono degli squilli si sostituisse una voce, quindi esordì con un caloroso salve e l'identificazione, tramite il proprio nome e co-gnome, di chi era il chiamante. - Non la disturbo, vero? Non è che fosse impegnata? Ecco, io, insomma pensavo che anche lei mangerà, come tutti noi e ecco, io... pensavo se avrebbe piacere di pranzare insieme. Sono con un taxi sotto casa sua, la possiamo attendere, se si deve preparare. - Un attimo di silenzio pervase il marciapiede, poi, come suono indecifra-bile per l'autista, arrivò la risposta. Dal sorriso di Eros era presumibile si trattasse di una forma, più o meno estesa o complessa, di sì. Dopo qualche decina di minuti il portone, davanti al quale s'era fermato il taxi, s'aprì, ne uscì una ragazza giovane e carina, abbigliata in maniera molto elegante e sobria, nulla a che vedere con le foto notevolmente e-splicite che ne caratterizzavano invece la reale attività. Quanto fosse giovane lo dimostrò la frase molto diretta e informale d'esordio: - Ciao Eros, dunque ci conosciamo! Io sono Psike. - La reazione di sorridere gli venne istintiva, si sentiva neve al primo sole di primavera, sciolto da quell'intenso calore pregno d'incipienti novità. - Allora, dimmi Eros dove andiamo? - La sua faccia si corrugò in un'espressione perplessa, aveva un paio di ri-storanti, ma erano luoghi del passato, quindi ricordi da evitare accurata-mente in quel giorno. - Facciamo così, io offro e tu guidi! Decidi dove andare, dopotutto sei tu la "padrona di casa". - La ragazza disse il nome di un ristorante all'autista e questo partì senza chiedere ulteriori informazioni. Eros si sentiva un po' a disagio, mentre la ragazza era molto tranquilla e padrona della situazione. - Prima volta, vero? Non ti va di parlami un po' di te, di cosa fai... - Era troppo nervoso e la cosa traspariva con evidenza, quindi tirò l'ennesimo sospiro ed esordì: - Cosa ti posso dire, lavoro in un'azienda metalmeccanica, niente d'e-mozionante quindi, tra l'altro semplice impiegato, sempre chiuso in ufficio, ore e ore immerso nelle carte! - - Interessante! Non hai inflessioni dialettali, non sembri di qui... m'incuriosirebbe sapere dove sei nato? - - Veramente sono di queste parti, ma sono stato molto in giro, per cui ho perso l'accento. A dire il vero sono rientrato da poco... - - Rientrato da poco?! Perché? - - Perché? Perché mi ero trasferito dopo aver conosciuto mia moglie e poi... e poi è una lunga e penosa storia che mi ha riportato bene o male qui. - - Lo dici come se non fossi felice di essere tornato o, meglio partito! - - Veramente non sono felice e basta... - - Se parlarne ti da fastidio, possiamo parlare di altro! - Era molto dolce e attenta, forse una dote di psicologia elementare che la "professione" le aveva bene o male insegnato, dopotutto erano uomini in "difficoltà" che ricorrevano a "professioniste" di quel genere. - In effetti, preferirei... - - Allora se vuoi parliamo di calcio, io sono tifosa della Juventus! - - Io invece dell'Inter... - Lui si schernì e lei sorrise imbarazzata. - Allora non so se è il caso di parlare anche di calcio! - Nacque spontanea una risata. Da quanto era che non rideva? Eros non sapeva dare una risposta a que-sta semplice domanda, era da molto che non rideva e, forse, era da molto che nemmeno sorrideva! Quella risata ebbe un effetto catartico, lui distese i nervi e lei riuscì fi-nalmente a instradarlo in una serie di argomenti piuttosto neutrali, del ti-po: non ci sono più le mezze stagioni o sul giornale ho letto di un tale... Come s'era ritrovato seduto in un autobus senza ricordarsi quando vi fosse salito, ora era seduto a un tavolo di un imprecisato ristorante, senza sapere quando vi fosse entrato o chi dei due avesse pagato il taxi! Parlarono, mangiarono e bevvero. Lui ormai era un fiume in piena, era come una diga che aveva fermato per mesi lo scorrere di un fiume e che, improvvisamente, si fosse aperta per svuotare il bacino che con il tempo s'era formato. Lei era simpatica, affabile e particolarmente arguta. Dimostrava un'intelligenza sveglia, decisamente fuori dal comune, e de-stava la curiosità di sapere perché una ragazza tanto dotata e attraente avesse deciso di esercitare la "professione". Il pranzo finì e, di comune accordo, decisero di recarsi in un albergo lì vicino, avrebbero trascorso un po' di tempo insieme, sarebbero usciti per andare al cinema e poi sarebbero tornati in albergo per trascorrere il re-sto della serata insieme. Eros si sentiva molto a suo agio, sicuro di quel: ho pagato l'arbitro, quindi non posso perdere. Parte 6 Sbrigate le formalità di portineria, salirono fino alla loro stanza. Eros si sedette sul divano e lei si accomodò sulle sue gambe. Lui cominciò ad accarezzarla dolcemente, mentre i loro discorsi fluivano veloci e le paro-le uscivano facili. Lei non sembrava annoiata, ma era anche possibile che fingesse sempli-cemente d'essere interessata a quei discorsi, dopotutto era pagata anche per ascoltare. Le carezze di Eros erano dolci e, per nulla, esplicitamente oscene. Acca-rezzava la schiena della ragazza, i capelli e, con il dorso delle dita, i li-neamenti di quel volto così giovane, fresco e perfetto. La situazione fu interrotta da un imprevista frase di lei. - Un momento "tesoro", devo andare al bagno... - A cui seguì un tenero bacio a fior di labbra che lo lasciò letteralmente basito per quanto era risultato, almeno in quel contesto, del tutto inaspet-tato. Era ancora intento a ripensare a quel bacio, così dolce e tenero, quando lei tornò, riaccoccolandosi morbida sulle sue ginocchia. Lui l'accolse dolcemente tra le sue braccia. Il atto di affetto, poco prima ricevuto, l'aveva incoraggiato a proseguire nelle sue effusioni. Prima dei baci sul collo, poi sulle guance. Il tutto a occhi chiusi, lasciando che da dentro uscisse tutta la dolcezza repressa in mesi di solitudine e sofferen-za interiore. Era come fosse ritornato ai primi tempi con Amore, si sentiva leggero e spensierato, libero di essere e di dare. Si sollevò dal divano tenendola in braccio e riponendola con estrema cautela e dolcezza sul letto. Fu in quel momento che rimase nuovamente stupito da un ulteriore bacio sulle labbra ricevuto e non dato. Un atto d'affetto insistito e accompa-gnato dall'altrettanto inaspettata visita di una giocosa e divertita lingua. Prese quel bacio per poi restituirlo e quindi riprenderlo nuovamente e re-stituirlo ancora. Lei lo fissò negli occhi molto dolcemente, sorridendo: - Baci bene! - S'era immaginato qualcosa di freddo, un rapporto puramente commer-ciale in cui il semplice e banale compito di lei sarebbe stato allargare le gambe e quello di lui stantuffare, un po' quello che era stati gli ultimi ri-cordi dei rapporto avuti con Amore, invece la cosa sembrava molto più complessa e, apparentemente, reale. "Dopotutto è la prima volta e uno mica si può immaginare com'è!" Pensò tra sé e sé. Lentamente e d'istinto cominciò a spogliarla, lei fece lo stesso con lui. Le sue mani frementi cercavano sempre più cose proibite e anche lei cercava con una certa ansia il riscontro del desiderio di Eros espresso dallo stato della sua virilità. Percorsero uno il corpo dell'altra dedicandosi carezze e baci. Cercando con la lingua anfratti in cui quel lavorio desse piacere. Si cercarono e si negarono ripetutamente, aumentando così la tensione dovuta al desiderio e, infine, alla richiesta quasi implorante di lei, ci fu l'atto definitivo della penetrazione che in qualche modo chiudeva quei lunghi preliminari. Il cuore di Eros batteva a mille e a stento trattenne l'eiaculazione imme-diata, stimolata dalla sola emozione di essere accolto dentro di lei. Rimase immobile e a occhi chiusi, intento a percepire il rumore dei loro affannosi respiri e l'aderenza dei tessuti interni di lei attorno a quella sua virile invasione; nel frattempo, le gambe della ragazza gli cingevano la vita in un accenno, quasi impercettibili, di dondolio. Per timore di perdere lo stato d'eccitazione, comincio a muoversi lenta-mente, alternando il ritmo e variando leggermente le modalità di pene-trazione. La sentiva gemere e vibrare e, anche se sapeva che era tutto falso, che era solo una messa in scena, non gliene importava nulla, perché questo era ciò per cui aveva pagato. Aveva voluto comprare un sogno. Nonostante tutto, avvertiva una particolare gioia toccargli il cuore, per-ché quello era, seppur lontana imitazione, ciò che aveva perduto, ciò che lui e Amore avevano dissipato e distrutto, rendendo un dentifricio schiacciato in maniera errata, una tavoletta del cesso lasciata alzata e al-tre infami banalità motivi di quotidiana aggressione e lite. Le posizioni cambiarono diverse volte, in un'esibizione di tutte le prin-cipali modalità d'accoppiamento secondo natura. Eros ebbe più volte l'impressione che i tessuti di lei avessero delle con-trazioni improvvise, degli spasmi seguiti da aumento inatteso della lubri-ficazione. Questo lo sconvolse, non avrebbe mai pensato a una profes-sionalità così elevata, alla capacità di simulare così bene. Erano soldi ben spesi! All'inizio gli era sembrata una cifra troppo eleva-ta, ma adesso riteneva che erano anche troppo poco per quello che stava ricevendo in cambio. Avrebbe potuto avere tutto ciò ogni volta che l'avrebbe desiderato, gli sarebbe bastato avvertire per tempo e... pagare. A conti fatti molto meno che mantenere una moglie! Furono interrotti dal cellulare di Eros che era stato impostato come sve-glia per riportarli alla realtà del tempo fuggevole. C'era il cinema in pro-gramma. Si lavarono, si rivestirono e a Eros nemmeno per un momento passò per la testa che non aveva nemmeno raggiunto l'orgasmo, che lo stato di eccitazione lo aveva portato sin lì, senza però raggiungere lo sta-to ultimo dell'eccitazione. Nonostante ciò si sentiva pieno, non aveva la sensazione che qualcosa gli fosse venuto meno. Uscirono dall'albergo per mano e, nel taxi, si tennero per mano; come, tenendosi per mano, guardarono il film al cinema; quindi andarono al ri-storante a cenare e qui parlarono, parlarono ininterrottamente dall'inizio alla fine del desinare. Il tutto tenendosi per mano, intrecciando le dita, ridendo e scambiandosi sguardi complici. Infine tornarono in albergo. Parte 7 Quando Eros uscì dal bagno non trovò Psike ad attenderlo sul letto, co-me avrebbe fatto Solitudine. Lei era appena fuori del bagno, in reggiseno e mutandine, pronta ad aspettarlo al varco per stampargli un inaspettato bacio sulla bocca e fuggire ridendo sul letto. Lui si tolse l'accappatoio, gettandolo in un angolo, per inseguirla riden-do e ricoprirle l'epidermide di baci. Si dedicò a lei con cura e dovizia, accarezzandola, leccandola, succhian-dola e baciandola ovunque lei desse segno di gradirlo, ma a tutto a un tratto lei lo interruppe, chiedergli di rimanere fermo e immobile. Quindi lei cominciò a dedicarsi anima e corpo alla sua virilità, dimo-strandosi abile e sapiente in ogni suo singolo gesto. Non lo fissava negli occhi come avrebbe fatto Solitudine, eseguiva il suo lavoro rimanendo solamente concentrata a dare e ricevere piacevoli sensazioni, mentre lui la osservava in tutta la tenera bellezza di quei gesti. Ad altri momenti a-vrebbe lasciato i calcoli economici e finanziari su quando si sarebbe po-tuto concedere un'altra giornata così. I soldi, lasciati sul comodino, erano una somma ragguardevole e, con le rate della macchina da pagare, sarebbe stato difficile rimettere di nuovo insieme una somma del genere. Lei era bellissima, fin troppo bella. Nella realtà gli sarebbe stato ormai difficile affascinare una ragazza così giovane e bella. Lei lo stava fissando sorridendo. Avanzava con il fare di una gatta. Si ritrovò così occhi negli occhi a scambiarsi un bacio e un altro ancora, mentre lei lo accoglieva nuovamente, ma contro natura. Iniziò una specie di danza, impalata su quel piolo di carne ed Eros rima-neva estasiato dalla grazia di quelle movenze per nulla volgari. Sentì il proprio cuore salire di battiti e l'estensione di lui in lei pulsare. Lei s'arrestò, reclinando il capo all'indietro, mentre lui sentiva un'onda di mare risalirgli il corpo per arrivargli al cervello e ritornare, infine, al punto stesso da dove era nata, per dare sfogo a un interminabile orga-smo. In altri momenti sarebbe stata la fine, avrebbe sentito le proprie energie fisiche e mentali risucchiate da quel gorgo di voluttà per non tornare più; invece fu solo l'inizio di altri assalti, secondo natura e contro natura. Momenti di passione e dolcezza, di baci e carezze, di sguardi e sorrisi, di ansimi e sospiri... fino a quando le forze gli vennero meno e, improvvi-so, lo assalirono due briganti di strada: Stanchezza e Sonno. Era il meritato epilogo di quella giornata, troppo emozionante per potersi concludere con un lento esaurimento di sensazioni così forti e intense. L'indomani il risveglio fu difficoltoso, quasi fosse un dopo sbronza. E-ros istintivamente guardò l'orologio. Erano le undici. La mano frugò al suo fianco per cercare la presenza dell'occasionale compagna di un giorno, ma l'altra parte del letto non c'era nessuno. Un cuscino vuoto, una stanza vuota. Infilò gli occhiali, pensando di essere stato drogato e corse a frugare nel portafoglio, ma c'era tutto: i documenti, le carte di credito e i soldi. Tor-nò a sedersi sul letto. Sul comodino c'erano ancora i quattrini che lui a-veva lasciato la sera prima, avvisando la ragazza che lì c'era quanto era stato pattuito. Gli sembrava tutto così assurdo e strano, da dubitare che quanto gli era accaduto la sera prima fosse vero. Forse era stato preda di un'allucinazione? Forse aveva solo sognato? Ma allora cosa ci faceva in quella stanza d'albergo? La faccenda era grave se aveva perso il senso della realtà sino a quel punto! Si fece una rapida doccia, seppure in realtà non si sentisse in alcun modo "sporco". Aveva solo bisogno di qualcosa di brusco che lo riportasse alla realtà, perché tutto quello che era accaduto gli pareva, adesso. solo uno stupendo sogno illusorio. Scese alla portineria per regolare i conti, ma lì scoprì che la ragazza ave-va già provveduto a tutto. Questo lo sconvolse non poco. Stava per andarsene, quando il portiere lo arrestò improvvisamente, qua-si si fosse rammentato di qualcosa che pareva essersi scioccamente scor-dato. - Scusi, dimenticavo! La signora ha lasciato questo messaggio per lei... - Lo raccolse e, senza accorgersene, lo lesse ad alta voce: - Sono dovuta andare e mi dispiace. Sei dolcissimo ed è stato stupendo, spero mi richiamerai presto, perché io non ho il tuo numero di telefono. - Eros emise un sospiro. All'inizio di questa storia s'era detto: nessun coinvolgimento sentimentale! Guardò quel pezzo di carta più in basso, cera un autografo. Come aveva supposto: Psike, il nome della ragazza, era semplicemente uno pseudonimo di copertura, infatti quel foglio recava la firma: Amore, con la "o" a forma di cuore. Guardò il foglio, emise un profondo sospiro e pronunciò con un sorriso: - Amore... -

 

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