La notte l'avevo passata a strofinarmelo nel letto. Ero un levriero. Su
e giù giù e su finché non sentivo che ce l'avevo quasi fatta. Poi però
c'era quel problema: Paolo me lo aveva spiegato. Attento - m'aveva
detto - che se sporchi le lenzuola sono cazzi amari. Aveva reso l'idea.
Ma come fare? Quel lenzuolo sembrava fatato. Appena tiravo su la coperta
e mi mettevo dentro lo sentivo. Dovevo dormire addirittura con le gambe
alzate un po'. Altrimenti sembrava. Quella notte fu un continuo
fantasticare. Sognai che ero nel bagno. Per terra sull'asciugamano rosso,
quello della Ferrari ed io sopra al cavallino rampante, con la testa a
filo della parete. Un salto ed op: ero piegato su me stesso,
attorcigliato che sembravo un guscio di cozza, e con la mi cicala dritta
diritta portata fino alla bocca. Guarda che mi diceva la testa!
Sicuramente era colpa di quel tizio, il poeta. S'era levato le costole
lui, per non fare le mie contorsioni. La mattina, insomma, fu tragica.
Come fare ad alzarsi? C'avevo gli occhi sfondati per il sonno. Claudio
diceva che a pensare certe cose si diventava ciechi,, che se si vedevano
le femmine nude, ti si gonfiavano gli occhi e se te la facevi a mano
diventavi cieco ancora prima. Insomma dovevo starci attento. D'altronde
chi mi assicurava che Paolo c'aveva ragione? Infondo se la mamma e papà
stanno sempre al buio ci sarà un perché.
La campanella era ormai muta. Gianna arrivò con i suoi soliti tre minuti
di ritardo. "E' colpa di mio fratello", diceva. Ma noi ragazzi lo
sapevamo: era una tattica per farsi notare ancora di più. A me già veniva
duro quando con quella scia di profumo che si trascinava dietro. Paolo mi
passò l'agenda. C'erano le foto nuove. "Questo mese tocca a te tenerla -
mi disse - mi raccomando: se ti scoprono siamo fottuti". La missione
ormai non si poteva rifiutare.
Passarono le ore. Il mio pensiero era un cocktail fra il semi sogno
notturno e le nuove donne viste a colazione. Oggi sarebbero venute a casa
mia. Dovevo sbrigarmi.
Ore 13.45. Ero già a casa. Mercoledì. Emanuela usciva da scuola alle 14.
La mamma arrivava alle 14.30. Papà non tornava certo prima, altrimenti
doveva almeno cucinare. Le condizioni c'erano tutte. Corsi in bagno.Il
cavallino rampante stramazzò a terra. Ci montai sopra, di spalle.Lo
sentivo come non mai. Mi piegai. Non c'arrivavo. Mannaggia. Ecco ecco,
ancora più lungo. Niente. Uffa ci provo di nuovo: Si si! Niente, appena
sfiorato con la lingua. Oh, il formicolio, quella strana sensazione...
sto venendo. Vediamo se mi vengo in bocca. Scatto di reni. No dai non ti
ammorbidire proprio ora. Si. Ahh, quel dolorino. Ecco. Phua! mi si è
incollato in faccia. Che strano sapore. Devo lavarmi i denti. Ore 13.49.
Emanuela sta per arrivare. |