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Occhi assonnati mi avvicino allo specchio, scruto il mio aspetto sotto l'effetto della spazzola di molli crini, mi imbocco con lo spazzolino verde e cromato, sveglio uno schiumoso sorriso che sciacquo e sputo. Cravatta ed il resto: pronto ed esco. Mattina bigia questa che mi circonda; mi inoltro lento fra i corpi che scanso sul marciapiede affollato dai bambinetti della "Radici", che frequentai anch'io. Entro d'istinto nel "Moudenia fashion Café", prendo l'espressino mio solito. Con questo mi siedo. Dopo lo zucchero, bevo. Col dito carezzo la buccia d'arancio: buccia di formica del rugoso tavolo grigio. Sono qui e m'adagio, a gambe incrociate ed occhi chiusi; mi sento sulla grossa roccia calcarea, umida del pianto della notte; è una roccia che pare un calcolo sputato dal mare, sputato forse in un giorno di rabbia; apro gli occhi ed osservo i riflessi di vetro del sale; assaggio lo iodio che inspiro ed ammiro; il sole che dall'acqua, invece, si leva mi abbaglia. Riapro gli occhi in questo benedetto bar; la vedo entrare, distinta e garbata, fasciata per bene, in un lusso mai stanco, di un due pezzi prêt-a-porter. Allora inspiro di nuovo, questa volta facendo incetta d'aria di fumo e d'aroma di caffè, tostato per bene; e la inseguo con gli occhi in una danza di curve, col tratto suo votato ad un longilineo altalenare, da alga felice, che affonda nel marasma di gente. La seguo ancora, come ogni giorno, notando l'incanto che per me è malia, di una catena di perle e di festa di strass, malia col colore che sussulta, partendo dalle sue carni dolci e dal calore che solo immagino sfuggire dalla sua nuca, mentre la collana sussulta - in etnico andirivieni, tamburo dell'immagine e del niente, che si ode fino al centro delle mie gambe e mi imbarazzo. Solo fra la gente - con l'espressino smezzato e la polvere di cioccolato appiccicata al bicchiere, con i ragionieri e i professori attorno, con i giornali sfogliati, tenuti con una mano, con i cornetti addentati mentre lo zucchero a velo cade lieve sull'abito gessato - solo, sono nell'apice del ciclo mattutino.
Al suo fianco, ingessato in un abito a righe, l'uomo cui fa da donna-schermo, da tappo di vino per la sua inspiegabile vergogna, da delicato decoro alla sua triste vita. Eccola quindi, invidiata pezza posta a sorgente d'invidia, per lavare e celare quella sua macchia sputata dal cielo nella sua altaquota sociale; e lui non sopporta; lo vedo, semplicemente, ed è torta per quella ciliegia incantata.
Lo vedo e pago ed esco. Indosso gli occhiali neri per bene, mentre ultimi bambinetti corrono nei tardi minuti della preghiera. Così il tram si ferma dopo poco, salgo mesto ed in fondo trovo lo spazio e mi siedo. Leggo un giornale con le notizie passate, mentre figure dai respiri affannati, dai respiri placidi, dai respiri sporchi, mi inquinano la vista, la città mi sfugge nel lento inoltrare del minibus, e si nasconde dietro profumate tele di capelli, dietro ali di cappelli, dietro rotoli di maglia riempiti di carne, tra le ombre che cercano e danno quiete.
Arrivo, cartellino ed entro.
Mi sistemo cravatta, lcarte, moduli, appunti, calcolatrice, che ha bisogno di carta, e pigio lo start al computer bastardo che oggi, lo spero, lavorerà poco e bene. Con ansia aspetto l'ora che arriva e spengo e mi alzo e timbro ed esco, fumando mezzo sigaro leggero. Arriva il tram con visi più stanchi, ritorno al bar per la mia colazione serale, prendo qualcosa per saziare la mia prima fame e viaggiando ancora sul mio tappeto volante inseguo una banda di guerrieri tuareg, che alza la sabbia e mi trasporta all'oasi che cerco.
Fitta vegetazione si alza al cielo oppure si espande, morendo però appena fuori dal cerchio, mentre tende rosa e di nuance nocciola si ergono all'ombra di flessibili palme e vociare di donne e schizzare di tamburi e rullare di pifferi e melodie di zanzare voraci mi si insinuano nelle orecchie.
E mordo un anonimo panino numero sei, colmo di lattuga e parco di gamberi, equilibrato in dotazione di salsa rosa, e mi abbasso di scatto e mi infilo in questi puzzolenti imbuti capovolti, così che vedo le donne sensuali e danzanti nelle loro carni di nutella chiara e gustosa, che incuranti mi vengono innanzi. Poi bevo un sorso e torno qui e la vedo, di nuovo, lei, che mi entra sul viso ed apro gli occhi ed è di nuovo qua, così pago ed esco ed abbasso la testa, poggiando il mento sul mio cuore color melanzana.
2 Affondo lo sguardo nei miei occhi e mi scruto. Ho il viso bagnato, i capelli che gocciolano sulla camicia. Mi osservo.
Sommessi singhiozzi fanno capolino alle mie orecchie, sento Laura che piange, intuisco le mani nei capelli, il viso chino a fissare le venatura del tavolo di marmo rosa.
Disperazione di schiava, puttana nell'anima venduta. Deve aver una gran forza, credo, a vivere così, distante dal mondo eppure immersa, come un alga, circondata dal mare. Mi chiedo quanto resisterà ancora. Già da tempo ne soffre. Me lo ha detto, lo so. Ma i patti sono patti e così è, e basta.
Quell'altra, invece, è su, chiusa nella sua stanza, senza vedere la luce, senza mai uscire. Sofferenza della mia sofferenza. La vedo, opulenta, boteriana creatura, armonie di tonde forme che impongono la propria presenza, forme che premono sulla fragilità della poltrona barocca, legno antico che accoglie, pelle chiara che soffre e che gode di tanta presenza. Respiro profondo: sento un peso schiacciarmi sullo sterno, petto che implode stritolandomi i polmoni, sento la pelle rizzarsi come un pettine di celluloide, sento il cuore schizzarmi in gola, tentando di togliermi il respiro. Abbasso il capo e stringo, con le mani, i bordi del lavabo. Sento l'eccitazione che mi monta addosso, carne che vibra mentre ingoio e disgusto uno stilo di schiuma. Ma lo so: oggi non sarà mia, sarà ancora troppo irritata, e ci terrà ad esser distante. Si manterrà in bilico, sull'orlo della disperazione e del disincanto, cercando di non cadere, e non cedendo neppure all'allettante comodità del desiderio.
Carne equiparata all'anima, dunque. Si, vorrà così, e così sarà.
Mi scruto. Sembro un cane rabbioso mentre mi sbatto le guance spingendo con questa spazzola la crema tricolore fattasi schiuma pronta ad esser sputata. Ed io sputo, godendo del gesto. No, non dire niente, gli dico. Non fare nulla, non parlare: parlo io, gli dico. E dico, raccontando della mia sofferenza, uomo maturo e schiavo, prigioniero di un sistema di immagini, schiavo della necessità di apparire, manager rampante e brillante costretto a rinunciare al proprio respiro, vile che nasconde al mondo il proprio desiderio di viverti accanto, in ogni momento, in ogni istante. No, non parlare, gli dico. E dico, narrando di successi imminenti, nuvole di gioia che ci doneranno libertà: se andrà bene quest'affare, gli dico, prenderemo i soldi e scapperemo via, andremo giù, fino a terre più colte, dove fioriscono sensibilità diverse, dove i tuoi pregi verranno apprezzati e nessuno di noi due dovrà nascondersi.
Ricostruiremo la nostra felicità, senza fiocchi di cellophane e senza schermi.
Così gli dico. Capito? E mi guardo ancora, parlottando in grumi di schiuma, Capito?, mi ripeto. Si, spero di si. Fatti forza. Mi dico, e sistemo lo spazzolino nel suo astuccio e mi asciugo la faccia con l'asciugamano di lino ed esco, per salire su.
Mi fermo davanti all'uscio dalla maniglia dorata. Ascolto l'eco del cigolio delle scale, parquet che piange raccogliendo i singhiozzi che vengono da giù.
Metto la mano sull'uscio e lo so che urlerà ma entro.
"Buonasera, amore", dico.
"Amore un corno", mi urla.
3 Corrono le lancette verso le ventitre, mentre Laura coi polsi si strofina le gote e Pietro si gira nel letto pagliaccio (flanella ornata di mille pois, granelli di luce strappati allo spettro e ben seminati, in pigmentazione transfer, seminati per accoglier con sorriso la notte) e Giulio non sa ed è fermo, con carni affondate sulla poltrona e falangi contratte, che appaiono in cerca di tana e conforto nei bassorilievi del legno. Ha gli occhi retti aperti dalla disperazione e fa i conti col suo maledetto destino, regnato, com'è, sempre da quella bilancia, che esige il saldo sulle emozioni. Ora, ad esempio, vuole il saldo di lei, della sua amata, che è la, di fronte, dormiente, coperta da un trapuntino di raso di cotone stampato a viole, riempito di piume d'oca, raccolte dal petto. Prima ha urlato lei. Ha urlato d'infelicità, soffocata dalla vergogna d'esser vergogna. "Che uomo sei? - ha detto - Che uomo sei che ha bisogno di portarsi a spasso una finta compagna?" . E poi ha gettato, nell'aria e sul parquet per terra, sul armadio e su lui, oggetti, regali e ricordi, colorate farine del trucco e liquidi stiraciglia e rossetti dai colori più vari. "A cosa servono questi? - e ha interrogato lui e se stessa e le mute pareti - Servono ad esser donna nell'ombra?! O ad essere la tua sciocca perversione nascosta?", così ha urlato, con voce tagliente, rasando l'aria di triste realtà, disperandosi e chiedendo di uscire da quella burka di stanza e, in verità, implorando pietà, desiderando di tornare ad essere donna.
E lui in silenzio. Si è seduto e ha pensato, rimanendo così, senza più ascoltare, senza cogliere nulla, senza sentire sul viso rasato neanche uno schiocco dei tre schiaffi arrivati.
Nella sua mente solo un perfetto tetris di emozioni e vantaggi, rinunce e privilegi, fatti cadere, fatti coincidere, fatti quadrare, fino ad ottenere la quadratura del cerchio, dei conti, del bilancio. Fino ad ottenere il massimo. "Ma cos'è il massimo", si è chiesto muto. "Cos'è?" Ed è restato così, sottratto al resto, fino a svegliarsi nel sonno di lei. Ed eccolo ora, che osserva la montagnola di stoffa, il dolce dondolare su e giù del respiro, eccolo che raccoglie, perfino, il lieve ritmo del suo cuore.
Polvere che cade nella clessidra, altro minuto che scorre, gallo che abbassa la testa nella sveglia da vu'cumpra'.
Pietro si gira nel letto, la radio racconta del passato concerto di Neffa, flebile baionetta di carne lo tiene sveglio, dondolando nell'ombra della sua veglia. Eccola ancora, la sua creatura, che indifferente al suo sangue tribale, recide la stanza e l'aorta, in un passo veloce, e poi appena lento, che suona nel cuore, come un tango, nell'odore del caffè. La vede ogni giorno, cercando gli orari, contando i secondi, spogliandola ora. Ed ecco allora cadere, come d'incanto, la giacca assai corta. Ed ecco sfilarsi da dosso, quasi fosse un serpente che muta la pelle, la gonna affusolata, in gabardine grigio, con spacco a destra, che, allacciata alle carni dava luce alla coscia, mentre ora si confonde col pavimento di moquette agugliata grigio mélange su cui poggia, discreta, coi piedi imballati in collant di pochi denari, colorati come pelle di melanzana.
Donna incantata, dalle forme squisite, silhouette eccitante, con seni accennati, tirati su e ristretti, in un reggiseno ricamato di rosa su viola, come la brasiliana che ne decora le forme rotonde del sedere.
Si alza Pietro, spegne la radio, col sesso in tiro, l'immaginazione che si sgretola, ad ogni passo, svanendo nel nulla, davanti alla bocca del cesso, color verde salvia.
Pigia sugli occhi ornati di porpora ma senza più gocce per bagnarsi la faccia. E' triste Laura, e si strappa da dosso le vesti. Bagascia, si dice: accettare d'essere schiava, schiava distinta, senza pecche ne cedimenti, per pochi danari. Schiava di se stessa e della sua avarizia. E si gira nel letto, come pollo allo spiedo, ed arde di desiderio d'uomo. Giulio è su, da lei, dalla sua donna. Ma pur che fosse, non la toccherebbe con un dito. Troppo magra per le sue voglie. Troppo magra per renderlo amante. E si gira Laura, attorcigliandosi nelle lenzuola balzate, si gira, portandosi la mano al sesso voglioso, passando al setaccio i volti incontrati e gli sguardi raccolti, affondando con due delle proprie dita dentro di se, sputandosi addosso alle unghie, con doppio gesto di schifo e di voglia, affondando, di nuovo, con movimenti cattivi ed irregolari, atti più a far male che a provocare piacere, arrendendosi, però, ai ritmi imposti dalla carne regina.
Rintocco ferroso dell'orologio della piazza. Le ventitré sono giunte di corsa, mentre Giulio si è alzato, apprestandosi al letto, controllando se la sua donna stesse dormendo oppure no.
Aveva gli occhi angelicamente chiusi, le mani congiunte sotto al viso degno di molta salute, i capelli arruffati in riccioli d'oro così come gli vide Botticelli nel giorno della nascita di Venere. Non lo aveva mai fatto, ma ne ebbe il coraggio, con una mano entrò nelle pieghe della biancheria, cercando voglioso le grosse tette di lei incosciente.
3 Capezzolo grosso, areola che è luna celata, calore di carne e di letto, melone di materia, mammella che si offre, come seno di mamma al suo desiderio, come ciotola di semi al vorace fringuello. E si muove, nel sonno, con fastidiato sorriso offerto ad indesiderata sveglia, in un formicolio che si muta, mentre la mano scende ed il ventre adiposo si cede, a divino banchetto, coatto condimento in occhiale da sole, porchetta romana stesa sul banco, golosità che si fa movimento deciso: così lui si spoglia, scoprendo appena, il culo peloso, sventolando nell'aria il pisello vorace, lombrico duro che decide di ficcare, nella madre terra che a lui si porge. Ed entra nel letto, con foga d'amante, strisciando fra le lenzuola firmate, profumate di fiori di lavanda e ornate di calle, sparse come a caso, mentre la pingue si sveglia, di soprassalto, urlando, spingendo con le braccia ripiene, non riuscendo, e non volendo, allontanare il suo amato dal centro della sua vita e dall'Africa nelle sue gambe, ove fica trema ed accoglie, in un dondolar di colpi assestati per bene: giovane smilzo che gioca al rimbalzo, pompando sul ventre di lei, donna intanto distesa, di cui conosce ogni tasto, e che a lui si concede, con gambe riccamente allargate e cuscinetti del dorso afflosciati e carni delle gambe appese, a fare da diga, da molla, contatto e surplus di presenza, fino all'orgasmo, che stringe il magro fra le gambe, come una noce.
E suda. Suda Pietro dietro la porta, vestito di pantaloni d'assalto e maglia a coste e barba corta e cappello. Suda mentre non si decide e poggia la fronte allo stipite e alla porta, più volte, e con vario vigore ma non sa che fare.
Così esce, fino ad arrivare sotto a casa di lei. E va per suonare e desiste, come cane che teme nel sottrarre l'osso, e va via e ritorna, ancora e più volte, fino a piangere, come un fanciullo, nella nebbia che mimetizza di umido le lacrime, che cadono giù, mentre su Giulio la sua donna si siede, stringendolo al collo, bloccando per poco e quindi per sempre il flusso dell'aria, nell'attimo stesso del fiotto, orgasmo di morte che viene e nel corpo gli resta, mentre Laura riempie la vasca d'acqua con sali e spezie orientali e dentro si getta assieme al fon. Ancora nell'aria l'eco della campana, mentre le lancette puntano al cielo e con chiave in mano Pietro ritorna su nella sua casa, ed entra e si guarda allo specchio, disperato nel suo non sapere che fare, vorrebbe volare, chiedere, parlare, fare sesso con lei, ma una bottiglia raccatta assieme al bicchiere, che riempie di vino, ed il gas apre.

 

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