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Maura lancia un'occhiata soddisfatta fuori dalla finestra dell'ingresso.
I carreaux di spessore disuguale le rimandano un'immagine scomposta e un po' aliena del vialetto di accesso, gli alberi pettinati con cura ai due lati della stradina ghiaiosa, la fontana centrale, piccola e aggraziata, anche se, data la stagione, muta.
Un'ondata calda di soddisfazione le si gonfia in gola.
Le piace, quella casa.
Le piace il suo lavoro, che consiste nel venderla, quella casa.
Un po' meno le piacciono quelli che quella casa la compreranno, la famiglia Michelin, come l'ha soprannominata per via della non eccelsa statura e del notevole volume di tutti i componenti. Una smorfia di fastidio le tende per un istante le belle labbra rosse, ma subito dopo fa spallucce. E' abituata a vedere belle, bellissime case andare in mani poco belle, ma ricche, molto ricche. Per lo meno, questi, consci dei loro limiti, hanno lasciato alla sua agenzia, a lei, l'incarico di provvedere all'arredamento, del quale Maura è decisamente contenta.
Domani consegnerà le chiavi al Michelin-padre, industrialotto di non specchiata onestà, e se ne andrà. Ma stanotte...
Stanotte dormirà qui. Lo fa, a volte, e l'agenzia tollera questo suo vezzo, in fondo innocuo. E' una sorta di rituale con cui riesce a separarsi definitivamente da una casa che ha particolarmente amato, o la cui ristrutturazione ha seguito per molto tempo.
Le sue lenzuola sotto il braccio, si avvia verso le camere del piano superiore, salendo silenziosamente la scala. Camera degli ospiti? Macché, camera padronale, che diamine! Non per niente si è portata lenzuola matrimoniali.
La stanza è illuminata quietamente da alcune lampade a stelo, ed è arredata con eleganza e sobrietà, probabilmente del tutto sprecate con gli abitanti del pianeta Papalla che da domani la abiteranno, ma tant'è.
Per ora Maura si gode in tutta libertà la sensazione di essere in casa, una casa che sente anche sua, e non cerca altro.
Come sempre, si addormenta come un sasso. A svegliarla, in piena notte, è una sensazione di caldo intenso, acuita dal peso del copriletto. Si dibatte per un attimo nel dormiveglia, spazientita dal disagio ma non ancora sottratta al sonno. Scalcia via le lenzuola, dicendosi con dispetto che se c'è un guasto al riscaldamento non ce la farà sicuramente a sistemare tutto per domani. A destarla del tutto è un profumo lieve ma distinguibile di lavanda, che le solletica il naso.
Maura apre gli occhi, nell'oscurità densa della stanza. La bolla di calore che sovrastava il letto sta lentamente alzandosi, anzi ora vi si insinua un soffio d'aria fredda, che si intrufola fra i suoi capelli umidi di sudore, le fa rabbrividire nuca e spalle, le accarezza i seni, facendole indurire i capezzoli.
Il soffio freddo le sfiora il ventre con dita d'aria; inconsapevolmente, Maura schiude le cosce a quel tocco, se ne lascia asciugare, frugare, chiudendo gli occhi. Ora avverte un profumo diverso, morbido, vanigliato, come di caprifoglio; un profumo femminile ma discreto, che le evoca pigri pomeriggi estivi. Percepisce, contro la sua schiena, non più la consistenza ruvida e asciutta del lenzuolo, ma la compattezza del terreno, ricoperto d'erba.
Sente contro la pelle il pizzicore degli steli ispidi e schiacciati, un odore verde e dolce. Una lieve pressione, dita asciutte e grandi d'uomo, le tiene gli occhi chiusi, ma la costrizione le appare piacevole. Agita il corpo nudo per assestarsi meglio nel suo letto d'erba, e qualche foglia le si insinua, maliziosa, nel solco fra le natiche, solleticandole il sesso.
Un fiato leggero le sussurra all'orecchio: labbra piccole e piene, dentini aguzzi ed una lingua calda e abile si contendono il lobo, assaporandolo. Maura apre di scatto le labbra, in un ansito sorpreso, e subito un dito piccolo e mobile, l'unghia come una mandorla liscia, le si infila in bocca. D'istinto, chiude le labbra, succhiando il sentore di frutta e fiori di quel dito, sentendolo fremere contro la lingua.
Le sue mani tese alla cieca incontrano trine morbide, una pesante treccia, la curva liscia di un fianco femminile, si intrecciano alle dita d'uomo, ora non più sulle sue palpebre: ma non per questo apre gli occhi, le basta vedere con la pelle, le labbra, la lingua, che ora incontrano altre labbra, in un lungo bacio, umido e profondo. Mani maschili le saggiano i capezzoli, stringendoli fra le dita, carezzandoli con il palmo leggermente inumidito, per poi lasciare il posto a labbra femminili, che le stuzzicano la carne, strappandole gemiti indistinti.
Le sue dita tese riconoscono un torace possente, un ventre duro e piatto, ricoperto di peli; esitano incerte, distratte dalla traccia liquida che quella bocca di donna le lascia sulla pelle, scendendo fra le cosce che apre fremente, in attesa. Le dita d'uomo ora le assediano le labbra, spingendo: le accoglie una alla volta, le succhia con avidità, palpandone i rilievi con la lingua.
Dita impazienti le scoprono le pieghe del clitoride, poi abbracciato da una bocca morbida, succhiato golosamente come un frutto. La sua carne risponde docile, gonfiandosi di sangue e di un desiderio che la rende debole. Il bacio si allarga alle labbra del suo sesso, una lingua la penetra a colpi rapidi e precisi, mentre la sua saliva cola, in gemiti lunghi, sulle dita che le violano la bocca, e che improvvisamente la lasciano, proprio mentre il ventre le si contorce in un orgasmo estenuante.
Familiare, il tocco di una carne calda e dura le forza le labbra rimaste aperte: Maura circonda quel membro con la lingua, lo vezzeggia, saggiandone le pieghe con fiato e saliva, assaporandone il tocco contro il palato, come assapora le carezze che le piccole dita le elargiscono fra le gambe, contendendosi entrambi gli ingressi alle sue viscere.
Succhia la carne che le si infila in gola; e risucchia dentro di sé quelle dita, fradice e impudenti, che la aprono e la invadono, nel contrarsi di un nuovo piacere. Soppesa la potenza che le si accresce in bocca, ne ha un'immensa voglia, voglia di essere penetrata e riempita di più, molto di più che dalle mani e la lingua che le sguazzano dentro, la vincono, tremante, con un altro orgasmo.
Maura gode, e gode succhiando, cieca, la carne che la soffoca, le invade la gola, che sboccia infine in un fiotto dolce e denso...
E' una bellissima mattinata di fine ottobre; Maura si allontana verso la sua auto, salutando con la mano la famiglia Michelin, giunta puntualissima a rivendicare la sua nuova casa. Uno sguardo malizioso le accende gli occhi; sorride fra se', mentre osserva l'opima consorte e le zampettanti figlie adolescenti del padrone di casa.
SUCCUBE (s.m. e f.) Secondo antiche superstizioni, spirito demoniaco che si supponeva prendesse forma umana e avesse rapporti carnali con gli esseri umani durante la notte.

 

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