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Srrisi all'obiettivo

Esco dall'autostrada e vedo la sua auto parcheggiata nella corsia di destra.
Accosto pure io. E' in piedi, di fianco alla macchina e aggrotta la fronte per la troppa luce: pantaloni grigio scuro, camicia Oxford. Elegante, sobrio.
Abbasso il finestrino e lo guardo attraverso le lenti scure degli occhiali da sole, senza non riuscirei a guidare.
"Ciao" - dico sorridente, ancora trafelata a causa della corsa fatta per non mancare all'appuntamento.
"Ci credo che gli uomini ti saltano addosso se vai in giro vestita così..." dice.
Ha gli occhi puntati sullo spacco della mia gonna. Forse è un po' troppo profondo e certo la mia posizione non aiuta. Tra la gonna e il pizzo nero delle calze affiora un piccolo lembo di incarnato.
"Ieri volevi guardarmi i piedi. Le autoreggenti si sfilano senza bisogno di spogliarsi." "Te l'ho detto che non sono di ferro" non capisco bene se scherza o dice sul serio. E' la terza volta che lo vedo in quattro giorni. Non so nemmeno io perché mi trovo lì. Non lo conosco ancora.
"E io ti ho ripetuto di mangiare più carne di cavallo." Sorrido da birba.
"Ragazzina non mi provocare..." Torno la brava ragazza che so essere e gli dico di seguirmi con l'auto.
Dopo un paio di chilometri a passo di lumaca, giro a sinistra e parcheggio in uno spiazzo fra due palazzoni. Mi apre la portiera, galante, un gesto che colpisce devo dire.
Raccatto tutte le mie cose, naturalmente non trovo il telefono, chissà dove è finito, cerco anche sotto i sedili, prendo la borsa, eccolo... La giacca, le chiavi, il raccoglitore coi mie racconti, me stessa. Credo sia importante portare me stessa.
Salgo sulla sua auto e tiro un bel sospiro.
"Certo che se ti chini in quella maniera..." mi dice.
Forse ho esibito un po' il culetto al vento. Ooops...
"Dove vogliamo andare?" Lo guardo, seduto al mio fianco, e rifletto per un attimo.
"Potremmo andare al fiume... Anche se siamo vestiti un po' troppo elegantemente per fare una passeggiata." "Non importa, mi basta un poco di sole e il tuo viso per fare qualche foto." In riva all'imponente corso d'acqua la strada è piuttosto fangosa.
I cirri, bianchi e grassottelli, si riflettono nelle pozzanghere lasciate dal temporale di ieri.
"Sarà meglio andare sull'altra sponda. Vedi? Là passeggiano. Sai come ci si arriva?" "Spero..." rispondo concentrata.
Risaliamo in auto e parliamo del più e del meno.
Non lo conosco eppure mi sento stranamente rilassata con lui.
"Dammi una mano" mi dice.
Gli porgo la sinistra, la prende e se la porta alle labbra. Bel gesto. Bocca delicata e morbida. Lieve. Mi sale un brivido lungo il braccio.
C'è sole ma l'aria è davvero frizzante.
Parcheggiamo nel parco poi a fare una passeggiata sul lungofiume, la sua mano che sfiora delicatamente il mio gomito.
Mi scompiglia i capelli: odia la mia frangetta; ci passa le dita e me la sposta verso sinistra. Dice che sto meglio così, altrimenti ho proprio l' aria della florida contadinotta emiliana.
Mi appoggio alla ringhiera del parapetto. L'acqua ha un colore denso e cattivo: il livello sta aumentando, arriverà una piena.
Non più protetti dalle fronde degli alberi ci investe una brezza piuttosto fredda, il sole però riesce a tenermi al caldo.
Mi passa di nuovo una mano fra i capelli e mi carezza una guancia.
"Sei dolce bimba..." pare quasi che il mio essere giovane sia una colpa.
"Però hai freddo" dice iniziando ad abbottonarmi la giacca nera.
Lo guardo stupita. Non è vero che ho freddo.
"Hai i capezzoli dritti... Guarda come spuntano da sotto la maglietta." Sorrido e scuoto il capo: ad un'uscita così angelica non so replicare.
Anche se non comprendo quanto sia dovuto al freddo e quanto all'eccitazione per la situazione.
Quando ci siamo conosciuti ha promesso che fra noi non ci sarebbe stato sesso, solo amicizia. Dopo esserci incontrati per un caffè ci siamo visti e rivisti ancora. Stiamo bene insieme, almeno io sto bene con lui. E forse sono qui proprio per capire cosa ci unisce, cosa ci fa sentire così vicini, dove ci porterà questa storia.
Oggi sono stata un po' sfrontata nell'abbigliamento. Forse ho portato me stessa vestita da scrittrice di racconti erotici... Lo sto provocando senza fare nulla..
Prende la macchina fotografica e mi guarda attraverso l'obiettivo.
Parliamo.
"Non fare smorfie altrimenti si vede una ruga in mezzo alla fronte" dice "e tieni le mani in tasca..." Lo faccio subito: è una parte del mio corpo che detesto.
"Che idea hai detto di avere avuto per quel racconto sulle mani?" mi chiede.
"Un'idea carina. Leggerai quando avrò finito. Non è un racconto erotico però. O forse lo sarà..." "Mo vè, mo dai..." Odio quando mi prende in giro per il mio accento.
Gli faccio una linguaccia proprio mentre lui mi sta scattando una foto.
"Togli gli occhiali..." "Se me li tolgo non finisco più di starnutire... Davvero." Lo guardo un po' seria: al solo pensiero di girare il viso al sole senza lenti di protezione mi pizzica già il naso.
Mi appoggio allo schienale di una panchina e lui scatta ancora. Mi studia proprio.
Seduto poco lontano, appena oltre un albero secolare, c'è un giovane ragazzo di colore che ci guarda incuriosito. Incrocio le caviglie e mi stringo nelle spalle.
"Cambia posizione bimba. Quel guardone gode dell'ottimo spettacolo del tuo spacco." Mi sento un po' sfrontata, non so perché, forse è la scrittrice, non mi muovo: lascio che il calore del sole accarezzi i miei occhi chiusi.
Penso che non l'ho ancora toccato: in genere mi piace il contatto fisico, mi sono lasciata sfiorare, certo, ma non ho ancora preso io l'iniziativa. Sono un po' intimidita, sono curiosa, sono anche rilassata però, so che mi ha promesso che non succederà nulla tra di noi, è per questo che mi sento più libera. Anche se un po' irritata forse...
Il ragazzo della panchina ci segue con lo sguardo. Si starà domandando che rapporto c'è fra di noi? Nessuno dei due indossa la fede. La differenza di età è evidente. Io dimostro molto meno dei miei anni, forse a causa della frangetta da bimba, lui ha già una buona spruzzata di sale in capo.
D'un tratto una nuvola ci rapisce il sole e intorno si fa tutto velato e più intrigante.
Avanza verso di me e, con mano delicata, mi fa aprire leggermente le gambe e ci si intrufola con una coscia.
Gioca con le dita attraverso lo spacco della mia gonna e poi sale, sale fino all'elastico delle mie mutandine. Le scosta leggermente e incontra il mio calore. Preme appena coi polpastrelli, poi si ritira. Si stringe a me, le labbra sul mio collo, e mi abbraccia stretta. Ai fugaci passanti, sembrerà proprio di vedere due innamorati farsi le coccole. Non potranno scorgere la sua mano che, oltre la tendina offerta dalla mia giacca, abbassa la lampo dei pantaloni, prende il sesso e lo strofina contro il mio. Non riusciranno a vedere mentre lo accosta al mio fiore e cerca di penetrarmi. Non sarà possibile per nessuno scorgere la nostra eccitazione, densa e biancastra, mescolarsi e rendere il contatto più dolce.
"Fai un sorriso bimba, mostrami i dentini..." Torno in me dopo queste visioni alquanto eccitanti e gli faccio l'ennesima smorfia. Non sono proprio capace di mettermi in posa. Preferisco quando mi prendono alla sprovvista. E poi credo che dal mio viso possa trasparire l' euforia del sogno ad occhi aperti appena fatto.
Quanto vola la mia immaginazione... E' talmente brava a mostrarmi le immagini di ciò che penso che, a volte, mi fa confondere la fantasia con la realtà.
Con questo uomo però non ci dovrà essere sesso.
Proseguiamo per qualche metro lungo la passeggiata, tra famigliole in bicicletta e nonnini con cagnetti al guinzaglio che scodinzolano allegramente.
Il ragazzo della panchina, che sembra essere lì solamente per farsi gli affari degli altri, continua a seguirci con lo sguardo.
"Ti va di sederti per terra?" mi chiede il mio accompagnatore.
Siamo arrivati ad una scaletta in cemento che scende lungo la parete dell' argine e porta ad un molo per le canoe.
Ci batte proprio un bel sole. Lui scende qualche gradino e io mi accuccio sul primo, stendo le gambe davanti a me e lo guardo. Lo spacco si apre ulteriormente, richiudo un poco i lembi e cerco di tenere le ginocchia chiuse per non dare ulteriore spettacolo, d'altronde il suo viso è proprio a quell'altezza. Scatta un paio di foto. Provo anche a guardare il sole senza lo schermo protettivo degli occhiali, filtro contro la luce ma anche nei confronti di ciò che mi circonda...
"Posso toglierti le scarpe?" chiede.
Quest'uomo ha una strana capacità: le cose che dice e che domanda, molto spesso mi danno quasi fastidio, eppure ha una tale maniera nell'esprimerle che riesce a penetrare nella mia solida corazza e a farmi sembrare creta nelle le sue mani.
Mi prende una caviglia, con delicatezza, e mi attraversa la mente il ricordo del giorno prima, di noi due chiusi in auto, sotto il ticchettio leggero della pioggia, e di lui che mi massaggia i piedi.
Non sono più creta ormai... ma proprio burro.
Mi sfila le scarpe e le posa poco lontano. Scatta altre foto. Due, tre, quattro...
"Ora apri leggermente le gambe..." Me lo chiede così, senza nessuna inflessione nella voce.
"Se apro le gambe si vedono le mutandine..." dico con un sorriso un tantino isterico. Sono diventata pudica? Sto giocando? Sono in confusione totale? "E che male c'è? E' proprio ciò che voglio fotografare." Aggrotta la fronte e mi studia. Sta aspettando una risposta convincente e plausibile. Ho davvero pochi secondi per decidere.
"In realtà ho le mutandine bianche. Stonerebbero con la gonna e le calze nere... Dai lascia perdere" "Io lascio perdere ma sarebbe stato meglio che, sotto quella gonna e quelle calze nere, proprio non ci fosse stato nulla. Sarei curioso di vedere di che colore...." Lo trafiggo con lo sguardo e lo ammonisco: "Guarda che questo è un chiaro riferimento sessuale e sei stato tu il primo a fare patti chiari e amicizia lunga in questo senso..." Ma come mi sento bastarda. Io ho appena immaginato di stare tra le sue braccia in un posto pubblico e di farmi prendere, vestita e in piedi, e poi lo redarguisco in questo modo.
E' davvero comica la mente delle donne a volte. O forse lo è solo la mia.
Sono tentata davvero di aprire le gambe, poco, solo per permettergli di scorgere il tessuto che copre il mio sesso. Per provocarlo forse, per sentirlo in mio potere. Mi sono quasi decisa...
Ma il ragazzo della panchina passa alle mie spalle proprio adesso.
La brava ragazza torna a prendere il sopravvento e la scrittrice, intrigante ed erotica, si rimette a cuccia fra i suoi morbidi cuscini e le sue candele profumate.
E anche quell'uragano torna ad essere un uomo normale, un buon amico con cui discorrere del più e del meno: si siede al mio fianco e ricominciamo a parlare di noi.
Il sole ci guarda proprio in viso e ascolta le nostre parole.
Gli racconto delle mie avventure, anche quelle di cui non vado fiera: per esempio di quella volta che sono stata invitata a cena da uno spaccone che non faceva altro che alzare la voce per farsi sentire da tutto il ristorante e di come sono scappata grazie ad un amico che si è finto mio padre al telefono.
Sono molto cinematografica nelle storie che narro, io. Riporto l' ambientazione, i personaggi, tutto proprio come in un film.
Lui invece è molto più poetico nel raccontare delle sue donne: parla di emozioni, di sensazioni, è un po' come quando io scrivo.
Mi piace molto questa sua capacità di mettersi in gioco, di aprirsi senza nessun problema di fronte ad una sconosciuta.
Io non ne sarei mai capace. Parlo, parlo, posso riempire anche tutti i silenzi del mondo, ma difficilmente dico qualcosa.
Il dolce pomeriggio prosegue fra due passi attraverso il verde e il racconto del nostro passato. Ci stiamo studiando, è evidente. Poniamo domande, stiamo ad ascoltare le risposte mentre la mente coglie tutti i particolari per formarsi un quadro completo dell'altro. E' quasi un gioco. Un rincorrersi, un cercarsi, un suscitare, un eccitare anche...
Manca poco al tramonto, il sole inizia già a rosseggiare, ci sediamo su una panchina a guardare ancora una volta l'acqua che scorre. Pare più quieta ora, come se stesse rallentando in vista della fine della giornata.
Allunga un braccio lungo lo schienale anche dietro le mie spalle.
Non so come, ci troviamo a parlare di baci: lunghi, intensi, spudorati, profondi, leggeri, dolci, salati di lacrime.
"Ho conosciuto un uomo che non staccava mai le labbra dalle mie mentre facevamo l'amore." Seguiamo entrambi, con lo sguardo, una canoa che sta passando sotto il ponte che divide le due sponde, poco più in là, verso il tramonto.
"Sapeva baciarmi senza prevaricarmi, era insinuante, ma non potevo distogliere le labbra, era talmente bravo che non mi importava nemmeno di prendere il respiro. Era..." "Quel ponte è stato costruito nel trentotto" mi interrompe di colpo ad alta voce. Indica col dito la struttura in ferro, il suo volto vicino al mio. Lo guardo un attimo sconcertata. Il ponte? Che c'entra il ponte coi baci? "Ti ho già detto che non sono di ferro ragazzina" mi sussurra all'orecchio "Se parli di baci... Poi devo farti vedere come li do io... Su di te." Forse ha ragione, ho giocato un po' troppo, inconsapevolmente questa volta.
Mi scatta le ultime fotografie, mani nascoste, sorriso coi dentini in vista, giacca allacciata, spacco ben chiuso. Una ragazza normale, non attraente, con una bellezza forse un po' antica. Mi ritrovo molto nelle modelle di Manet infatti.
Con animo di scrittrice.
Torniamo all'auto e mi apre di nuovo la portiera, mi aiuta a sfilare la giacca e mi avvolge con le braccia per annusare il mio profumo. Glielo avevo promesso, non so nemmeno perché, non ricordo a proposito di cosa stessimo parlando.
"Non penso di avere nessun profumo particolare addosso. Forse quello dell' ammorbidente per la maglietta. Sono allergica alle essenze troppo accentuate perché mi fanno venire il mal di testa." Con la punta del naso mi sfiora il collo, è quasi un abbraccio, per un attimo mi lascio andare all'indietro contro il confortevole tepore del suo torace. Attraverso la camicia lo sento caldo.
Siamo nascosti alla vista di tutti, dagli alberi, dall'auto, dalle ombre della sera che si allungano su di noi. Fare l'amore sarebbe la cosa più sensata, ma anche quella più sbagliata. Troppe differenze, a parte l'età, quella anagrafica alla fine è solo una facile attenuante, il bagaglio di esperienze vissute, i motivi per cui siamo qui. Già. Non so ancora perché sono qui, quasi fra le sue braccia.
Saliamo in auto. Sul sedile posteriore, fra giacche, borse, giornali e quant 'altro spunta, come una mosca nel latte, il contenitore dei miei racconti.
Non ho nessuna voglia di lasciarlo, vorrei riuscire a trovare una scusa per trattenerlo.
"Allora - dico - non mi guardi le piante dei piedi? Sono curiosa di sapere cosa non va nel mio corpo." Eccola la maliziosa.
Mi sfilo la calza destra, lentamente, molto lentamente. Allungo la gamba e la poso fra il suo grembo e il volante. Mi guarda per bene il piede, la caviglia, è un ispezione, ma anche un massaggio. Cosa darei per sapere cosa sta pensando.
Forse sta solo facendo finta di guardare, in realtà la sua mente è attraversata da effimere immagini di sesso. Sta immaginando di leccarmi lungo la gamba, di risalire dietro il ginocchio, di arrivare tra le mie cosce, di scostare l'elastico...
Oppure sta davvero solo cercando di capire il funzionamento del mio fegato.
Sono davvero troppo sensibile al massaggio, anche involontario, alle mie caviglie. Ritiro la gamba, rimetto la calza e mi ricompongo sul sedile.
"Vuoi che ti legga una racconto?" Annuisce.
Prendo il blocco e inizio a sfogliare. Quale leggergli? Propendo per una cosetta breve, a metà fra il racconto e la poesia.
"Un secco lacerarsi di indumenti..
Un leggero sfiorare di mani, palmo contro palmo.
Una danza soave di movimenti. Un dito che sfiora la linea del cuore.
Come una piuma che plana verso una sorgente di acqua pura..." Mentre leggo mi prende una mano. E ci gioca. Solo ora mi rendo davvero conto di quanto possano essere importanti le mani. Gli occhi scorrono sulle righe di inchiostro, ma la mia mente lavora freneticamente. Cerca di bloccare ed immagazzinare ogni sensazione. Per il racconto. Per il racconto? Dai, non scherziamo. Lo faccio per me stessa. Per trarne il massimo godimento. Mi sfiora le dita con le sue. Concentrarsi sulle parole che ho scritto inizia a diventare davvero difficile. Però proseguo imperterrita.
"Le areole scure che si abbassano e si rialzano senza sosta a chiedere il contatto, a non accettare il distacco.
Si fanno di nuovo timide, quasi ritrose.
La morale li sta giudicando, ma la lotta col desiderio è persa in partenza.
E' l'avverarsi delle fantasie di una vita.
La differenza fra realtà e sogno è annullata.
Lo sfiorarsi dei corpi sarà la realtà, i brividi saranno la fantasia.
Lo sfiorarsi sarà la fantasia, i brividi saranno la realtà..." Quella delle nostre mani è una danza perfetta. Si cercano e si trovano a memoria. Mi bacia le dita. Le sfiora appena con le labbra socchiuse. Brividi mi salgono lungo il braccio, ma non sono lievi come quelli del bacio sulla mano. Questi sono più intensi, quasi volessero dirmi di smettere di leggere e di lasciarmi andare.
Mi ha promesso che non ci sarebbe stato sesso, non posso nemmeno essere io a saltargli con le braccia al collo e supplicarlo di baciarmi. No. Anche se vorrei, e come vorrei...
Ora è davvero difficoltoso proseguire. Forse ho letto una riga due volte.
"Qualche scontro un po' più poderoso.
L'affanno dei corpi.
Ognuno dona all'altro se stesso, prende tutto, dà ogni fibra di sé.
In questa dimensione non deve esistere egoismo alcuno.
Né vincitori, né vinti.
Lei cavalca il suo destriero, lui circonda la sua gattina e le afferra il delicato collo.
Animaleschi umani.
Umani animaleschi..." La sua mano sulla mia. I miei due personaggi che stanno facendo l'amore. E ora allarga leggermente le labbra e mi lecca le dita. No, è troppo. Non ce la faccio proprio più. Passa proprio la lingua sui miei polpastrelli.
Delicato e dolce. Non erano questi i patti. Come posso sfuggire a questa sensazione? "Un ultimo invito, nel caldo tepore della perfezione di quel corpo femminile, generato per lui, per quel momento.
Il raggiungimento dell'apice." Ecco, finalmente, non so come, ma sono riuscita a portare a termine la lettura del racconto. Mi restituisce la mia mano e si complimenta.
Come può averne compreso anche solo due parole se, nemmeno io che l'ho letto e scritto, ricordo qualcosa? E' stato un gioco? Mi ha desiderata sul serio? Non ci capisco davvero nulla. E non so nemmeno che dire. Ringraziare? Buttarla sul ridere? Prenderlo in giro? Prendermi in giro? "A proposito - mi dice - ho visto le tue mutandine, prima, quando ti sei tolta le autoreggenti: sono proprio bianche." Lo fisso corrugando la fronte. Bianche? Ma è daltonico? Slip bianchi quando tutto il resto è nero? Mi sollevo lo spacco e gli faccio chiaramente vedere il pizzo nero. Mi sento euforica per la vittoria ma, osservando meglio la sua espressione, capisco che mi ha solo sfidato a mostrargli le mutandine.
Ci sono cascata come una sempliciona.
"Penso sia ora di andare" dico da codarda. In fin dei conti fuggire è la via più semplice.
"Ancora cinque minuti," dice "non sono proprio capace di mantenere le promesse. Questa promessa. Ancora cinque minuti di baci e poi ti riporto alla tua auto." In un attimo un turbinio di pensieri mi inonda la mente.
Le sue labbra si avvicinano inesorabilmente alle mie. Non mi tiro di certo indietro. Si toccano, si piacciono, si assaporano....

 

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