La stanza era arredata con mobili laccati di bianco panna. Sul letto ad
una piazza spiccava un copriletto a disegni vivaci che rappresentavano
scene del cartone animato Dumbo, l'elefantino volante. La scrivania
era ingombra di fumetti, libri e giornaletti per bambini, cassette e
video cassette. Accanto all'armadio c'era una vera lavagna di
ardesia e, sparsi un po dappertutto, giocattoli.
Bambole di tutte le fogge e dimensioni, animaletti di pelouche, un
gigantesco orso bianco era seduto sotto la finestra con la testa
reclinata. Poi una infinità di automobiline, casette variopinte
fabbricate col Lego, una grande quantità di Puffi, un pallone da
pallacanestro, un paio di pattini a rotelle appesi alla spalliera del
letto. Un Gesù Bambino di porcellana, inchiodato al muro, dominava
sorridente tutta la stanza.
La classica cameretta di un'adolescente. La ragazza era in piedi
davanti alla lavagna e volgeva le spalle ad un uomo che si trovava
nella stanza seduto sul letto. Basso, grassottello, occhi grandi e
sporgenti dalle orbite, gote rosse, capelli lunghi e unti, vestito
grigio scuro con cravatta giallo ocra, teneva in mano il quotidiano
"Avvenire".
La ragazza indossava un abitino a piccoli fiori gialli con la gonna
scampanata, scarpe di vernice nera a tacco basso, calzine bianche e
corte con bordino giallo. Da poco aveva compiuto quattordici anni,
anche il volto paffutello non ne dimostrava di più. Il corpo invece
era un po' più sviluppato, il seno tendeva il vestitino sul petto,
la linea delle gambe era piena e armoniosa.
Anche il fondoschiena sembrava troppo costretto nel vestitino. Stava
disegnando sulla lavagna con un gessetto bianco, si girò per un attimo
a sorridere all'uomo. Una edificante scenetta di uno genitore
premuroso con la ragazza che completa un disegno alla lavagna. Poi la
ragazza si spostò ed apparve il disegno: un enorme fallo eretto, un
grosso glande e due piccoli testicoli ricoperti di pelluzzi ricciuti
qua e là.
"Sono brava, zio? Ti piace il mio disegno?" chiese la ragazza.
Lui battè le mani sulle ginocchia: "Vieni a sederti qui, tesorino
mio".
Obbediente la ragazza, corse a sedere sulle ginocchia dello zio, sempre
compunta, aggiustandosi il vestitino che in quella posizione lasciava
scoperte le ginocchia.
"Che gioco vuoi fare oggi, zio?" domandò la ragazza.
Lo zio doveva essere certamente venuto più volte a trovarla in quella
cameretta, perché ad ogni suggerimento della ragazza rispondeva di no
con un cenno del capo.
"Vuoi fare il maestro che mi punisce perché non ho fatto i compiti?
O il frate col cordone che mi confessa per la prima volta e poi mi fa
fare penitenza? Oppure preferisci lo zio buono che accoglie nel suo
lettone la nipotina spaventata da brutti sogni?"
"Lucilla, non ricordi? Lo abbiamo fatto l'ultima volta."
Spazientita la ragazza, con una mossettina, scese dalle ginocchia dello
zio.
"Uffa... uffi... e poi ancora uffa."
"Su fai lavorare questa tua bella testolina bionda," la spronò lo
zio.
Lucilla, chiuse gli occhi, ci pensò sopra un istante e maliziosamente
propose:
"Facciamo il gioco di Cappuccetto Rosso ed il Lupo Cattivo?."
"Ma no tesoro, per divertirmi davvero dovrei indossare una pelle da
lupo," rispose lo zio.
Allora la ragazza aggrottò le sopracciglia, si portò una mano sulla
nuca e con un' espressione improvvisamente invecchiata, sibilò:
"Zio, dati una mossa o qui facciamo notte."
Lo zio, sorpreso da tanto ardire, sgridò la ragazza:
"Se usi questo linguaggio sparisce tutta la magia. Sei una bella e
dolce ragazza, non devi dimenticarlo mai.
E anche quando cederai alle mie richieste, lo dovrai fare con malizia e
perversione miste ad innocenza. Chiaro?"
"Si, zietto," rispose lei docile, alzando gli occhioni al soffitto
e sospirando in modo rumoroso.
Lo zio si tolse la giacca, allentò il colletto della camicia e accese
una sigaretta. Era troppo nervoso oggi, non sapeva decidersi.
"Ho trovato," gridò d'un tratto lo zio con un sorrisone da
guancia a guancia.
"Giocheremo al dottore. Io sarò il tuo simpatico pediatra..."
"Più che un pediatra oggi, zio, mi sembri un pederasta," ironizzò
la ragazza che in fatto di proprietà di linguaggio surclassava tutte
le sue compagne di classe.
"Lucilla, per favore, non ricominciare. Ora ti spogli e ti metti a
letto. Poi arrivo io e ti visito. D'accordo?"
Decisa a sbrigarsi, Lucilla si liberò del vestitino a fiori.
Rimase con una leggera sottoveste che poteva essere la camicia da
notte. Poi si infilò sotto le lenzuola, si mise supina con le braccia
distese, appoggiò la testa sul cuscino e chiuse gli occhi.
Lo zio tornò ad indossare la giacca assumendo un'aria professionale
e distaccata.
"Toc, toc", disse imitando il bussare alla porta della camera.
"Chi è?"
"Ciao Lucilla, sono il tuo pediatra. Dov'è la mamma?"
"E' uscita per la spesa, tornerà fra un'oretta."
"Bene, intanto possiamo iniziare la visita. Dove ti fa male?"
"Il pancino, un dolore al pancino..."
"Vediamo," disse avvicinandosi deciso al letto.
Spostò di lato le lenzuola scoprendola quasi tutta, poi le sollevò la
camicia fin sotto il mento. Lucilla portava mutandine bianche di
cotonina, da ragazza. Non portava reggiseno, due seni grandi come due
piccole pere a punta facevano bella mostra su quel petto ancora acerbo.
Lo zio premette subito due dita sotto l'ombelico della nipotina.
"Ti fa male qui?"
"No, più in giù, un poco più in giù."
Lo zio afferrò con delicatezza le mutandine e le calò fino al limite
del pube. Era davvero implume la ragazza, si intravedeva solo un
sottilissimo vello di lanugine bionda.
"Ecco mi fa male proprio li," disse mentre la mano dello zio,
frenetica, le accarezzava il monte di Venere scendendo fino ai bordi
delle grandi labbra.
"Dobbiamo misurare la temperatura, ti sento un po troppo calda."
Il pediatra si slacciò con molta calma i pantaloni ed estrasse il pene
eretto, straordinariamente vibrante e pulsante.
"Mamma mia," trasalì Lucilla balzando a sedere e indicando con un
dito quell'affare che in realtà conosceva assai bene.
"Cos'è? Cos'è quel coso li?"
Lucilla recitava con molta convinzione, forse esagerando un poco nelle
espressioni imbronciate e nel bambinesco stupore.
"E' il mio termometro personale," rispose il finto pediatra.
"Devo introdurtelo lì, fai la brava e apri la bocca. Bastano solo 6
minuti e abbiamo finito."
Lo zio era sopra la ragazza che lo assecondava coi gesti, mentre le
parole erano ancora quelle dell'improvvisato copione.
"Tieni bene le labbra serrate intorno al termometro," sospirava il
pediatra.
"Lo sto già tenendo stretto con le mani, vuoi mica che lo rompa?"
farfugliava la ragazza.
Il gioco andava avanti ormai da svariati minuti, il pediatra
incominciava a sudare quasi avesse lui la febbre. La sua agitazione, e
non solo quella, cresceva a dismisura... si agitava, si agitava, si
agitava.
"Ahi, mi fai male... ahi, mi soffochi... non voglio più giocare al
dottore, voglio la mia mammina."
La voce della bimba adesso si era fatta piagnucolosa, tirava su col
naso, cercava di allontanare quel coso troppo ingombrante dalla bocca.
"Piantala," disse lo zio afferrandola con entrambe le mani per la
testa. "Mi stai scocciando! Fai la brava ragazza come tutte le altre
volte ."
Lucilla non la piantò, si staccò da quella stretta soffocante, con
voce alterata e cattiva gridò:
"Sei un bestione, un vero animale..."
Lo zio, esasperato, in quel momento di poca lucidità, perse il
controllo della situazione e le mollò un ceffone. Un ceffone sonoro su
quella guancia paffutella e già rossa per la troppa eccitazione.
Solo a quel punto Lucilla, come per magia, e memore di simili episodi
precedenti, tacque. Dimenticando la ragazza, si prese in mano il pene,
e incominciò a masturbarsi in modo vigoroso. Nella sua mano il pene
aveva conquistato una sua vita, era diventato uno strumento di tortura
e di godimento allo stesso tempo. I primi fremiti di piacere lo stavano
facendo ansimare come quando era in preda ad un attacco di asma. Le
ginocchia avevano incominciato a tremargli senza preavviso.
Il fiume in piena del suo orgasmo andò ad infrangersi sul viso della
ragazza, imbrattandole bocca, naso, occhi, fronte e capelli. Il volto
della ragazza, ora, sembrava estasiato come se avesse goduto anche lei.
Lo zio, esausto, si lasciò scivolare a terra, abbandonando il capo
contro il bordo del letto. La ragazza, novella madonnina della
misericordia, stava ancora inginocchiata sul letto.
Gli occhi sbarrati, dai quali scendevano "grosse lacrime" di un
bianco intenso e viscido, erano persi nel vuoto. Sembrava non
accorgersi di quanto le stava accadendo intorno, solo la sua mano,
gocciolante di "lacrime", strofinava lentamente contro il
sottilissimo vello di lanugine bionda del pube. |